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Superyacht numero 51 Autunno 2016

Nel numero 51 della rivista Superyacht di settembre 2016

BREXIT RULES THE WAVES

Il controllo dei mari da parte dell’Inghilterra ha radici lontane. Il momento più epico fu il 1588 quando lungo la costa occidentale dell’isola le navi di Elisabetta I devastarono l’Armada Invencible di Filippo II. Delle 138 navi con 24.000 uomini che erano salpate da Lisbona, 45 imbarcazioni e 10.000 tra soldati e marinai andarono perduti.

Le navi inglesi erano superiori tecnologicamente a quelle spagnole grazie al rifacimento della flotta su ordine di Re Enrico Vlll padre di Elisabetta l che volle una flotta di navi, più leggere manovriere e veloci per combattere efficacemente sui mari. Inoltre l’affusto navale dei cannoni inglesi, permetteva un fuoco più veloce, preciso, e disciplinato di quello dei cannoni spagnoli, di derivazione terrestre.

Grazie a questo successo, l’Inghilterra di Elisabetta I affermò il proprio predominio sui mari e inflisse una battuta d’arresto al tentativo spagnolo di egemonia sullo scacchiere europeo. Il secondo momento epico avvenne il 21 ottobre 1805 quando al largo di Capo Trafalgar dove Horatio Nelson al comando della flotta britannica numericamente inferiore a quelle franco-spagnole, inflisse loro una decisiva sconfitta.

Questo evento permise all’Inghilterra di rafforzare la propria supremazia navale su quella francese che da quel momento non ebbe più alcun peso nello scacchiere operativo navale. Da allora il controllo non tanto dei mari, quanto delle attività marittime e dei suoi collegamenti è stato esercitato dagli inglesi con forte determinazione, a volte fino all’oligopolio.

Nel campo dello yachting, dopo aver definitivamente rinunciato a un ruolo significativo nella cantieristica, abdicato in particolare a favore dell’Italia, leader indiscusso nella costruzione di superyacht, dell’Olanda, e della Germania, i britannici si sono arroccati con forza nel settore del brokeraggio, dove eccellono come maestri in tutti i campi, e da dove da decenni condizionano mercati, classificazioni, controlli di costruzione, in sintesi gran parte di ciò che sta a monte dell’industria, coadiuvati sia dalla loro madre lingua e da un sistema pragmatico che ha informato tutti i modus operandi del mondo anglo sassone in ogni ambito, dal diritto alla redazione delle regole, alla loro applicazione, sin dalla Magna Charta del 1215.

Tutto all’insegna della semplicità. La recente Brexit, così dirompente e inaspettata, ha ovviamente fatto colare litri di acquolina dalla bocca di tutti gli altri cittadini europei, in particolare noi italiani, che sperando nell’extra territorialità dall’Unione Europea e in un’auspicata marginalità prossima ventura degli operatori britannici, ne smantelli finalmente lo strapotere e spezzi l’inossidabile canto composto da James Thomson “Rule Britannia! Britannia Rules the waves”, che dal 1740 è intonato non solo dai marinai, ma da tutti i conquistatori inglesi.

Della Brexit finora non ha capito niente nessuno, a incominciare ovviamente da chi scrive, che pure ha sfogliato pagine e pagine dall’Economist al Sole24Ore, dal Financial Times all’Internazionale, oltre al minestrone internettiano, e francamente, per non cascare nella sfiducia dell’avvocato Agnelli che sentenziava “Di tre figure non bisogna fidarsi mai: gli astrologi, i meteorologi e gli analisti finanziari”, è difficile disegnare uno scenario plausibile, dato il pragmatismo, la furbizia, l’opportunismo e la creatività economica e fiscale degli abitanti autoctoni delle isole britanniche.

Una considerazione vogliamo fare: tutti gli spazi liberi vanno riempiti. Altrimenti li riempie qualcun altro. Un caso inquietante è come in eventi italiani dedicati al mondo professionale si demandi agli inglesi la gestione dei seminari – come se noi, maestri nell’arte oratoria e retorica non ne fossimo capaci… – col risultato di farci insultare e tacciare di imbroglio nelle dichiarazioni dei dati di produzione. Nel caso del brokeraggio in Italia dopo il luminoso, straordinario e signorile episodio del principe Uberto Moncada di Paternò, primo e più grande, se non unico, yacht broker italiano degno di questo nome, padre professionale di pochi successori, epigoni per breve tempo, come la East Coast Yacht Broker, all’orizzonte non si è visto più nessuno.

Non sappiamo darcene una ragione e non vorremmo mai rivolgerci né ad astrologi, né men che mai a meteorologi o analisti finanziari per capire meglio questa “vacanza” professionale, ma ci augureremmo che nella confusione del momento qualche figura di giovane professionista, internazionale, colto, preparato, possibilmente ricco, si presentasse sulla scena, per affiancare a quella straordinaria cantieristica di superyacht che origina nel nostro paese anche un servizio indispensabile, sia per il costruttore che per l’armatore. Per completezza dell’offerta.

Roberto Franzoni


LE PROVE IN NAVIGAZIONE

  • Codecasa – 50m Vintage Gazzella
  • Vitters Shipyard – Unfurled
  • Baglietto – 54m Unicorn
  • Maiora – 33 FB
  • Heesen Yachts – Amore Mio
  • Superyacht – Athena
  • Athena

IL MERCATO

  • Rapsody – R110
  • Numarine – 32XP
  • Sanlorenzo – 64Steel
  • Contest Yachts – 84CS
  • Erdevicki Yacht Designer – ER135
  • Pershing – 140
  • Sunreef Power – 150
  • Cantieri di Pisa – Akhir 42S
  • VSY – 83
  • Caputistudio – EUR43
  • Arcadia Yachts – 85S
  • Monte Carlo Yachts – MCY 80

ARTICOLI e RUBRICHE

  • Editoriale
  • Design: Yacht polari
  • Cantieri: Tankoa Yachts S501 – Work in progress
  • Tecnica: Displacement to planning – Senza veli la nuova carena D2P by Benetti
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