Nautica On Line – Il dramma del Parsifal

Golfo del Leone maledetto! Non si era fidato di lui neanche Bernard Moitessier che, dopo aver navigato in lungo e in largo per i mari del mondo, dovendosi recare in Francia, preferi’ ormeggiare la sua barca nel sud della Spagna

Golfo del Leone maledetto! Non si era fidato di lui neanche Bernard Moitessier che, dopo aver navigato in lungo e in largo per i mari del mondo, dovendosi recare in Francia, preferì ormeggiare la sua barca nel sud della Spagna. La lunghissima valle del Rodano convoglia il vento sparando nel mare il terribile Mistral. Così la situazione di vento media è di oltre trenta nodi, che aumentano spesso fino a superare i cinquanta, con il mare che ribolle, formando un’onda corta e fastidiosa che va aumentando sempre più di altezza, man mano che il fetch si allunga. Ma tutto ciò, in condizioni normali, non impensierisce gli scafi a vela, in grado di affrontare qualsiasi tipo di avversità meteorologica. Anche se di episodi tragici se ne ricordano, come quella tragica sparizione, volendo rimanere in zona, di «Ariel» affondato in pochi secondi, insieme al suo equipaggio, durante una edizione della Settimana di Marsiglia. La tragedia più grande fu però quella del Fastnet del 1979, quando la flotta di oltre trecento imbarcazioni fu investita da un fortunale, vicino alla costa irlandese, molte barche affondarono e quindici velisti persero la vita.

Il fatto è che in tutti gli avvenimenti del mondo esistono situazioni anomale: la piena di un fiume, l’eruzione di un vulcano, una frana, una valanga, un’onda che si erge al disopra delle altre, per frangere e ricadere in quell’attimo, con quella angolazione, in quel punto preciso della barca, abbattendo l’albero, portando via l’autogonfiabile, aprendo una falla in cui le onde successive entrano riempiendo lo scafo che, appesantito, in poco più di quattro minuti, affonda. A galla qualche tanica, qualche parabordo, poca roba giusto per fare una zattera di fortuna, per aiutare il galleggiamento, reso così difficoltoso dalle onde, dagli spruzzi di acqua, dal freddo.

Fortunatamente l’EPIRB ha fatto il suo dovere, l’allarme è lanciato, il primo aereo arriva in vista dei naufraghi diciotto ore più tardi, quattro di più di quello che, a quella temperatura, prevedono le tabelle di sopravvivenza massima. Tre naufraghi miracolosamente si salvano, di uno si trova il corpo, gli altri sono pietosamente chiamati dispersi.

Una tragedia che induce a fare alcune considerazioni: dove va messa la zattera di salvataggio? In coperta come vuole la legge, in balia degli elementi, oppure all’interno, ben conservata e comunque facilmente estraibile in pochi secondi? Ce ne vogliono forse due? O meglio, non sarebbe il caso di regolamentare il posizionamento dei battelli di salvataggio come si fa sulle navi? E poi, se anche la giurisdizione sulle acque territoriali ha limiti ben precisi, non sarebbe meglio che potenzialmente fosse possibile una gara tra le varie capitanerie per arrivare per primi sulla posizione segnalata dai naufraghi? Doppi mezzi di soccorso, forse qualche probabilità di un arrivo più tempestivo in vista dei naufraghi, qualche speranza in più di trovarli ancora tutti vivi.

Ed ancora, è mai possibile che per partecipare ad una riposante regata con caldi venti portanti, una regata che era nata con l’intento di traversare l’Atlantico in compagnia, per dare a tutti la possibilità di svernare ai Caraibi, quella che insomma è certamente una passeggiata alla ricerca di questa chimera della traversata, ci si debba trasferire tutti insieme, a date stabilite e quindi senza poter scegliere il momento più opportuno, proprio attraverso il Golfo del Leone?

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