In Alaska, tra megattere e ghiacciai

Un viaggio in Alaska, alle terre del grande freddo, sulle acque dove le balene giocano a vivere, dove il ghiaccio ricama forme impensabili, alla scoperta delle creature felici che si muovono al centro di una natura più antica dell’uomo

RITORNO AI PRIMORDI

Alaska

Laggiù, soffia!”.

Sembrano parole uscite dal leggendario “Moby Dick” di Melville e invece, davanti alla prua della nostra barca, un trasparente biancore all’orizzonte ci indica dove è appena riemersa una balena, emettendo il caratteristico soffio. Anziché essere in mezzo all’oceano, pronti ad arpionare i giganti del mare, siamo all’interno di fiordi riparatissimi, con l’unico scopo di osservare e fotografare. “Whalewatching” viene chiamata questa attività, e bisogna provarla almeno una volta per capire l’emozione che si vive al cospetto di queste creature, così diverse ma che sentiamo vicinissime a noi.

Alaska In questo desolato angolo del Sud-Est Alaska le megattere, le balene che hanno come caratteristica le pinne pettorali lunghe e la dote di saper “cantare”, arrivano ogni anno in estate per nutrirsi di minuscoli gamberetti – il krill – che abbondano qui nell’acqua gelida. Dopo aver affrontato un viaggio lunghissimo – si pensi che molte provengono dalle Hawaii – esse si rimpinzano a sazietà accumulando le riserve che serviranno per la successiva traversata dell’oceano. Durante il tragitto sarà per loro difficile trovare una simile abbondanza di cibo. Nelle acque del Glacier Bay National Park rimangono, dunque, per diverse settimane, dividendosi le insenature migliori, socializzando, insegnando ai piccoli le tecniche di pesca, e attirando decine di appassionati da tutto il mondo.

La base di partenza per andare nei fiordi è un molo a qualche chilometro dal Glacier Bay Lodge, l’unico albergo all’interno del Parco, che provvede anche alla gestione di alcune barche. Una volta a bordo, si passeranno varie ore a cercare di avvicinare le balene. Di solito hanno dei punti preferiti, dove il flusso delle maree crea dei giochi di corrente che concentrano il plancton e di conseguenza il krill. Avvistato un “soffio”, ci si avvicina lentamente, fino a una ventina di metri, poi si spenge il motore e si aspetta. Le megattere, per niente disturbate, continuano così a scorrazzare, e spesso si accostano curiose alla barca, addirittura passandovi sotto, provocando subbuglio a bordo per l’emozione, e anche stupore unito a un certo timore per i neofiti. Vedere nell’acqua un gigante lungo una quindicina di metri scivolare sotto la chiglia sfiorandola può far liberare un senso di paura ancestrale, che svanisce però pochi secondi dopo, quando si percepisce l’assoluta mancanza di pericolo e di “cattiveria” da parte dell'”animale”. Si comincia invece ad apprezzarne la delicatezza, la maestosa bellezza, e si rimane affascinati. Comincia così la “febbre”: da ora in poi sarà una continua ricerca per avvistare, osservare, studiarne il comportamento. E tentare di fotografarle. Dico tentare perché è veramente difficile riuscire ad ottenere risultati apprezzabili. Con i teleobiettivi o i binocoli pronti si tenta di catturare l’immagine di una gobba con la pinna dorsale e il soffio, oppure una bella coda al momento dell’immersione. Il problema è che non si sa dove guardare. Sull’orizzonte a 360° non si scorge nulla. All’improvviso si sente un soffio, ma dalla parte opposta a dove si puntava la macchina. È come il tiro al piattello. Ti giri, punti, metti a fuoco, e se sei fortunato e veloce riesci a riprendere la coda, l’ultima appendice prima che scompaia ancora per un’altra ventina di minuti. E tutti si fanno la stessa domanda: dove riemergerà?

Per non parlare dell’impresa più difficile: osservare, o addirittura fotografare, il “breaching”. Questo è il termine che si usa quando le megattere saltano fuori dall’acqua ed è uno degli spettacoli più impressionanti della natura, ancora misterioso. Non si sa dare, infatti, una spiegazione a questo comportamento insolito. Scrive in proposito Melville: “Di tutte le balene è la più spensierata e allegrona”. Che cosa spinge una balena che pesa ben 40 tonnellate a darsi una spinta così formidabile per uscire quasi interamente fuori dal mare in verticale, per poi ricadere con un tonfo fragoroso come un tuono? Forse, si ipotizza, per cercare di liberarsi di fastidiosi parassiti, oppure soltanto per gioco. In ogni caso questo raro e alquanto imprevedibile avvenimento non fa altro che accrescere il fascino delle balene, l’entusiasmo di chi guarda e la rabbia per non riuscire a fotografarlo. Fortunatamente, fanno anche uno o due salti successivi al primo, dando la possibilità di identificare il punto dove dirigere lo sguardo.

E poi ci sono le canzoni. Questa è l’unica delle balene che canta vere e proprie canzoni. Un pò strane ai nostri orecchi, forse, ma che sono per loro dei motivi ricorrenti, da ripetere nei momenti spensierati. È un comportamento che è stato osservato maggiormente alle Hawaii, mentre in Alaska, durante la nutrizione, è meno comune. Dalla barca viene calato un microfono subacqueo, col quale si possono ascoltare i suoni sotto la superficie. Vengono così diffusi a bordo grugniti e altri rumori, forme di comunicazione tra questi cetacei. Le canzoni invece sono una serie, in sequenza, di suoni, grida ed echi, con le intonazioni che salgono o scendono. Il ripetersi delle sequenze rimane per quella stagione sempre lo stesso in quel gruppo di balene. L’anno seguente sarà stata apportata qualche modifica al motivo principale, e tutte lo ripeteranno, come se fosse la canzone vincitrice di un festival. Ogni canzone, che può durare da sei minuti a mezz’ora, è formata da sei temi, che vengono sempre ripetuti nella stessa sequenza. Col passare degli anni le canzoni si trasformano e si diversificano. È stato riscontrato, inoltre, che la stessa metodologia di comportamento nel variare le sequenze musicali è adottata dalla popolazione di megattere in Atlantico, che non hanno nessun contatto con quelle del Pacifico. Allora, pensano gli studiosi, le balene ereditano delle leggi di composizione o geneticamente o per insegnamento. Il punto è ancora un mistero, come anche il significato di queste canzoni, e Roger Payne, il loro più grande studioso, dice: “Le megattere sono chiaramente intelligenti abbastanza da memorizzare tutti i complicati suoni nelle loro complicate canzoni. Esse memorizzano, inoltre, l’ordine di questi suoni, come anche le modifiche che scambiano tra di loro. In più, esse possono ricordare, dopo sei mesi di interruzione ai pascoli estivi, i vecchi motivi e usarli come base per nuove improvvisazioni. Questo fa supporre un’impressionante abilità mentale e che vi sia una strada per incontrarsi in futuro con l’intelligenza delle balene.”

Di solito, verso la fine di luglio, un altro avvenimento segna la stagione delle megattere in Alaska: iniziano a pescare con una tecnica ingegnosissima. Creano una specie di rete soffiando delle bolle d’aria mentre nuotano a spirale in risalita dal fondo. Questo fa in modo da chiudere e concentrare nel centro del cerchio una grande quantità di krill, così che dal basso arrivano a bocca spalancata e ne ingoiano un grosso boccone. Dalla barca si vedono emergere le due mascelle completamente aperte, in un vortice di gabbiani in cerca di pesci che tentano di rubare qualche avanzo al banchetto. Insomma, da queste parti un giretto in barca ha spesso la prospettiva di essere un bel pò impressionante e, sicuramente, indimenticabile.

Sempre rimanendo nell’Alaska meridionale, si possono fare tante altre esperienze, come per esempio il rafting sulle rapide di un torrente che scende da un ghiacciaio, o la pesca dalla barca al salmone su un laghetto contornato da boschi, o risalire un fiume in cerca di aquile, oppure uscire al tramonto con due pescatrici professioniste e, tirate le reti, mangiare pesce ormeggiati in una rada incantata, come anche risalire un fiordo e arrivare, facendosi strada tra iceberg e foche, fino al muro di un ghiacciaio. Ma andiamo con ordine.

Vicino alla capitale dell’Alaska, Juneau, c’è un grande ghiacciaio, il Mendenhall Glacier, che arriva a pochi chilometri dall’abitato e forma un laghetto da dove parte un torrente. Proprio subito dopo il lago ci sono delle belle rapide che vale la pena affrontare con i gommoni da rafting: un’organizzazione prepara tutto e fornisce anche il materiale, mantelle impermeabili e salvagente compresi. Basta imbarcarsi, remare con il magnifico sfondo del ghiacciaio e poi quasi abbandonarsi alla corrente, salvo che per tirarsi fuori dai gorghi e dalle rapide, quando con i remi ci si deve raddrizzare eseguendo gli ordini dell’esperto comandante locale. Tra un gelido spruzzo e un altro si riescono a vedere i salmoni che risalgono la corrente e si fermano nelle anse più calme a riposare o deporre le uova.

Juneau, calma e piacevole, non è una metropoli come Anchorage, ma una cittadina che si affaccia su un bel fiordo, e su un lungo susseguirsi di moli dove vi sono tantissime barche. La ragione di questo sviluppo della nautica è la difficoltà a muoversi in questa regione tutta fiordi e montagne. Raggiungere Juneau o le cittadine vicine in auto è praticamente impossibile, o troppo lungo: così, avere una barca è indispensabile e, inoltre, permette giornate di svago. Unica altra alternativa per gli spostamenti è l’aereo, e qui c’è un gran numero di aerei privati, soprattutto idrovolanti.

Da Juneau parte una barca che porta a vedere un grande spettacolo all’interno di un fiordo, il Tracy Arm, in fondo al quale due diramazioni distinguono due diversi ghiacciai che sfogano in mare. Man mano che ci si addentra nel fiordo, dopo aver incontrato alcune megattere, si scopre il vero cuore dell’Alaska: la foresta. Una foresta fitta, densa, che ricopre tutto e arriva fino a fior d’acqua. Non esiste praticamente la spiaggia. Solo bosco e mare. E nastri argentati rompono ogni tanto il verde cupo della foresta che si inerpica alla cima delle montagne: sono piccoli torrenti che si generano dallo sciogliersi della neve sui picchi più alti, e alla fine arrivano in mare formando cascate. Si scorgono talvolta le aquile calve, appollaiate in cima a un albero e visibili per la caratteristica testa bianca, o qualche orso vicino all’acqua. A noi è capitato di vedere una mamma-orso con tre orsacchiotti che si arrampicava su una roccia e scompariva nel bosco.

Le dimensioni degli iceberg vanno aumentando, chiarendo che ci stiamo avvicinando al ghiacciaio. Alcuni hanno perfino un passeggero, un gabbiano o una foca, che si lascia trasportare. Finalmente si arriva a una altissima parete di ghiaccio, impressionante, che ogni tanto, con un boato, perde un pezzo che va a schiantarsi in mare alzando spruzzi e onde. La neve caduta, depositata e compressa in millenni, ha formato questo fiume di ghiaccio che scende dalle montagne e scorre lungo un letto scavato larghissimo che, nel caso di questa regione, termina in mare. Subito sotto alla parete di cristallo galleggia una miriade di pezzi di ghiaccio e sopra c’è una nutrita colonia di foche che riposa al sole, come naufraghi aggrappati alle loro zattere. Ogni tanto l’aria è tagliata da dei “crack” violenti e immediatamente dopo un altro pezzo di ghiaccio si stacca e con un gran frastuono irrompe in mare. Una scena primordiale.

E ghiacciai primordiali alternati a fiordi lucenti e foreste impenetrabili sorvoliamo trasferendoci a Haines, diverse miglia più a Nord. Un piccolo paesino, a cavallo di una stretta penisola, è il tipico esempio di insediamento in Alaska, con le case distanziate, su entrambi i versanti scoscesi, fino all’acqua. Poco lontano si può andare a pesca di salmoni sul suggestivo lago Chilkoot, dall’acqua verde smeraldo e circondato da altissime montagne ricoperte di foreste. Nelle poche radure che si aprono, un mare color viola indica la presenza dell’epilobio, lo straordinario fiore che è uno degli emblemi dell’Alaska. Con una piattaforma a motore si può percorrere il perimetro e pescare i salmoni che vengono a riprodursi. È facile, dove si immettono piccoli torrenti di acqua cristallina, osservare i salmoni sfiniti mentre strusciano l’addome rossastro contro i sassi e depongono le uova. A una mia richiesta al proprietario della barca di scendere per fare una foto, sono stato vivamente sconsigliato. La foresta abbonda di orsi, spesso a caccia proprio di salmoni, e potrebbe essere pericolosissimo trovarsene uno alle spalle, con l’unica alternativa di buttarsi nell’acqua a temperatura…glaciale. L’atmosfera di questo laghetto è paradisiaca: nel cuore della foresta, contorniati da orsi, salmoni e aquile calve.

A caccia di aquile armati di binocolo prendiamo posto su un velocissimo scafo tipo Boston e risaliamo a manetta il vicino fiume Chilkat guidati da un’esperta guida locale. Ci si ferma solo quando su un albero compare un nido o un’aquila. Ci addentriamo in un acquitrino e ne usciamo dall’altra parte. Sul fiume la velocità sembra raddoppiare rispetto al mare, forse perché si sfiorano le sponde. Comunque, osservate una decina di aquile, ci fermiamo esausti su una spiaggia in un ansa larga del fiume e ci viene offerto un ottimo salmone affumicato!

Vale la pena, poi, fare un salto al paese di Skagway. Da Haines si prende un traghetto, gestito da una giovanissima coppia, e si raggiunge Skagway in fondo a un fiordo lunghissimo. Da qui, una tipica cittadina del far west, si può prendere il treno originale dei vecchi minatori, seguendo un itinerario pittoresco fino al White Pass, la frontiera del Klondike dove c’erano le miniere d’oro prese d’assalto alla fine del secolo scorso; oppure si può noleggiare un elicottero e andare ad atterrare sui ghiacciai a 2000 metri, sorvolando paesaggi incredibili.

Tornati ad Haines, un’ultima avventura: andiamo a formare l’equipaggio di una barca da pesca. Su un fisherman con flying bridge e una lunga poppa adibita alla pesca professionale, ci aspettano le due energiche donne che fungono da capitano, da marinai e da pescatrici. Con loro andiamo a ritirare le nasse al calar del sole, ottenendo un cesto di gamberetti e granchi, e a stendere le reti. Fatto ciò, ci ormeggiamo nella baia tranquilla di un’isoletta in mezzo a un fiordo. Aspettiamo il buio e nel frattempo le due pescatrici ci rimpinzano di pesce, gamberetti e verdure, cotti non si sa come in un battibaleno. E godiamo di un calar delle tenebre mistico, con delle foche che compaiono di tanto in tanto intorno alla barca, e luci e penombre che si alternano sulle montagne, e una leggera foschia lontana che si indora con un ultimo raggio. La quiete più assoluta. Solo da lassù, tra le montagne che dominano più alte, proviene un rombo continuo: è il “Rainbow Glacier”, il ghiacciaio dell’arcobaleno, che si affaccia con la sua parte finale tra due anse dalle pareti verticali e rimane sospeso nel vuoto. La cosa sensazionale è che alla sua base scorre una galleria che porta l’acqua sciolta dal calore della giornata tiepida, e che arrivata alla parete precipita per un migliaio di metri, formando una cascata che nasce dal ghiacciaio e va a sbattere sulle rocce sottostanti dove si vaporizza e si divide in mille rigagnoli. Un’altra scena primordiale. Doveva essere proprio così, durante l’ultima era glaciale, quando i nostri progenitori si sedevano a divorare il cibo appena catturato, prima del buio, e al centro di una natura incontaminata.

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