Crociera alle Isole Eolie, semplicemente belle

La varietà di paesaggi, di forme e di colori è l’impressione più forte che ci coglie costeggiando le isole dell’arcipelago delle Eolie. Charter alle Isole Eolie

SEMPLICEMENTE BELLE

Fin dal nostro arrivo in barca costeggiando le isole dell’arcipelago, l’impressione più forte è venuta dalla varietà di paesaggi, di forme, di colori. Isole diverse tra loro, ma diverse anche di baia in baia, di promontorio in promontorio. Quasi come se le Sette Sorelle avessero in comune un solo genitore, forse il padre, l’austero e violento dio Vulcano che ancora oggi le domina e ne disegna i lineamenti e un inquilino capriccioso e pieno di arie come Eolo con i suoi venti. Quello che realmente accomuna le isole è l’acqua cristallina che le circonda. Ce ne accorgiamo fin dal primo momento, dall’istante in cui la “Girolama” mette il naso fuori da Porto Pignataro e noi lavoriamo al fiocco mentre lei sorvola il fondale che scorre via veloce.

Tavola IIM, Carta nautica delle Isole Eolie su Pagine Azzurre

Ed è proprio l’estrema varietà che non consente di assegnare ad alcuna delle isole la palma della più bella. I primi giorni della crociera li abbiamo impegnati navigando attorno a Stromboli e Panarea, nel nord dell’arcipelago, approfittando delle ottime condizioni meteorologiche. Il bisogno di un rifornimento di cibo e carburante ci ha ora spinti nuovamente verso il porto di Lipari, che resterà per alcuni giorni la nostra base di partenza.

Lipari è la maggiore delle Eolie, un’isola che vive tutto l’anno, in grado dunque di offrire tutto ciò di cui si possa avere bisogno. Ci si accorge di questo chiaramente passeggiando nel paesino allegro e colorato, percorrendo il corso principale e affacciandosi di colpo alla incantevole Marina Corta, piacevole luogo d’incontro serale. Oltre a tutto quanto ci si attenda da una piccola isola mediterranea, a Lipari c’è anche un interessantissimo museo archeologico, sorprendente testimone dell’antichità affascinante dell’arcipelago. Un paio di giorni trascorrono veloci, tra un drink seduti ai tavolini di uno dei bar della Marina Corta e un pomeriggio passato curiosando tra i negozietti aperti sul corso, tra una mattinata correndo con la fantasia dietro alla storia dell’isola narrata dai reperti del museo, e tra degustazioni di malvasia in alcune delle tante piccole osterie nascoste tra le mura dei vicoli.

Giusto il tempo per farsi tornare una gran voglia di mare, di solitudine, di serate trascorse all’ormeggio in una piccola baia. Ed eccoci dunque all’imboccatura di Porto Pignataro, impegnati con drizze e scotte per catturare un fresco refolo di vento che soffia da nord. A vele spiegate navighiamo verso meridione, costeggiamo Marina Lunga, uno spiaggione di sabbia scura dove Il fondale scende ripido e fangoso, rendendo l’ormeggio poco sicuro. La banchina di Sottomonastero chiude a sud l’ampio seno. Osserviamo le barche attraccate al molo riservato al diporto, un posto scomodo anche con il mare tranquillo, per via della risacca che si fa sempre sentire. Oltre alle rocce della rocca di Lipari, costeggiamo il frangiflutti di Marina Corta, un approdo interdetto al diporto, e ci avviciniamo alla baia di Portinente. È l’ultima baia nella quale si potrebbe tentare un buon ormeggio prima di avventurarsi lungo la costa alta e rocciosa dell’isola; purtroppo però lo specchio d’acqua utilizzabile è occupato dai gavitelli fissi riservati per il noleggio e le imbarcazioni dei locali, e lo spazio rimanente è caratterizzato da un fondale fangoso ripido e pessimo tenitore. Intanto il vento inizia a calare e scompare del tutto dopo la punta della Forbice. La costa qui è alta e piuttosto selvaggia. Aspre valli incidono i fianchi della montagna, rivelando allo sguardo bianche case dall’architettura caratteristica e altrimenti nascoste. Diamo fondo in una caletta ben riparata dai venti del III e IV quadrante, nei pressi dello Scoglio della Secca.

È proprio su questo fondale che sono stati rinvenuti i resti di un celebre relitto romano ricchissimo di anfore e altri manufatti. Erano i tempi in cui l’immersione subacquea era avventura e in queste acque di avventure ne sono state vissute a decine, spesso purtroppo drammaticamente concluse, complici il miraggio dei tesori archeologici e le alte profondità alle quali giacevano i resti della nave.

A pomeriggio inoltrato leviamo le ancore per dirigerci appena oltre le bocche di Vulcano: passeremo la notte alla fonda nella Sponda di Vinci, un ottimo ridosso ai venti del I e II quadrante, su di un fondale che scende lentamente. Siamo in uno dei luoghi dell’arcipelago più belli per godersi il tramonto, sovrastati dalla mole di Lipari di fronte alla vista dei faraglioni e di Vulcano dalla cima coperta di fumo arrossato dalla luce del sole. Oltre i Faraglioni dobbiamo prestare attenzione agli scogli delle Formiche prima di giungere alla spiaggia di Valle Muria, ben ridossata dai venti di levante. Qui lo Scirocco scende violento dai versanti del monte pur senza riuscire a far ingrossare il mare. La costa prosegue verso nord sempre frastagliata e rocciosa. L’ambiente è ancora integro e piuttosto selvaggio: si scorgono poche case in lontananza sulla cresta dell’isola. Noi puntiamo decisamente verso il largo cercando il cappello della famosa Secca del Bagno. Utilizzando le mire la troviamo quasi subito e dopo aver ormeggiato ci prepariamo all’immersione. Appena in acqua ci troviamo sulla cima di uno scoglio aguzzo che dal fondale di quaranta metri risale fino a soli quattordici dalla superficie. Scendiamo lungo le pareti e pinneggiamo verso alcuni grandi massi poggiati sul fondo letteralmente ricoperti di gorgonie rosse, fino a scoprire in lontananza il profilo di altri pinnacoli.

Proseguiamo ancora, incuriositi da alcune strane sagome sospese nell’acqua limpidissima. Dopo pochi metri ci rendiamo conto, ne siamo sicuri: cernie! Sono tante, di tutte le dimensioni, ci osservano immobili, sospese a pochi metri di distanza dal fondale. Uno spettacolo incredibile, insospettato, al quale nessuno di noi si sarebbe aspettato di assistere. Tutti i nostri tentativi di diminuire le distanze falliscono, tuttavia le cernie non scappano, si limitano ad allontanarsi, senza scomparire, come di solito accade, inghiottite dagli anfratti del fondale. Siamo talmente ipnotizzati da questo incontro da trascurare le pareti delle guglie rocciose, meravigliosamente ricoperte di fittissime gorgonie rosse ed altri organismi marini. Per il dopo immersione ci aspetta la bellissima Cala Fico, appena a nord dello Scoglio del Bagno, un ormeggio piuttosto tranquillo per passare alcune ore, ma prima del buio facciamo vela verso Acquacalda: si è levato un pò di Libeccio e lì saremo perfettamente ridossati. Si tratta infatti di un lungo tratto di costa esposto a nord, prospiciente un fondale pianeggiante, basso e buon tenitore.

All’alba Salina è proprio di fronte a noi e spira ancora un leggero vento da sud, l’ideale per avvicinarci all’isola. Partiamo di buonora, puntando però un pò più a levante. La nostra meta è la Secca del Capo, tra Salina e Panarea. Quando già il GPS indica che siamo in prossimità della secca il vento cala del tutto e siamo costretti ad accendere il motore. Trovato il punto ci immergiamo, pinneggiando attraverso un’acqua dalla trasparenza irreale. Il fondale non è tra i più belli ma l’abbondanza di pesce rende questa immersione davvero eccezionale. Scorgiamo infatti parecchi saraghi, dentici, alcune grandi cernie rintanate, fino a quando un gruppetto di cinque ricciole non viene a giocare con le nostre bolle mentre risaliamo. Quando mettiamo la testa fuori dall’acqua c’è bonaccia totale, ci avviamo a motore verso il versante opposto dell’isola, verso il Faraglione di Pollara. Il Faraglione è evidentemente un relitto di un antico edificio craterico ancora evidente nella morfologia dell’ampia e spettacolare baia circondata da pareti verticali, composte da strati policromi deposti da successive eruzioni. A largo dello scoglio si trova una bellissima secca rocciosa dalla morfologia molto varia ed articolata.

A Salina il porto di Santa Marina è stato appena ampliato ed è in via di ultimazione, mentre a Rinella ci sono alcune boe di ormeggio a pagamento. Passiamo qui la notte prima di salpare alla volta di Lipari.

Ci dirigiamo verso punta Castagna, inconfondibile per il biancore delle rocce che si affacciano sul mare. Siamo nella zona delle cave di pomice, uno dei punti più caratteristici di Lipari, dove per via della poca profondità l’acqua assume un incredibile colore verde smeraldo. Proprio sulla punta si parte per un’ immersione unica al mondo: attracchiamo la “Girolama” alla grande boa di ormeggio destinata alle navi che vengono ad effettuare i carichi e scendiamo verso il fondale di sabbia candida quindici metri più in basso. Pochi colpi di pinna e ci affacciamo ad un impressionante balcone sospeso su di un abisso: canali dal fondo sabbioso, guglie di roccia aguzze precipitano verso un fondo che sembra irraggiungibile, mentre tutto, ovunque, è coperto dalla sottilissima polvere di pomice che in alcuni punti scivola verso il basso, simile ad una cascata. Molte gorgonie rosse spiccano sul fondo, contrastando violentemente con il resto dell’ambiente per il loro colore acceso e brillante. Quella a punta Castagna è senza dubbio una immersione unica, affascinante e carica di atmosfera. Per quanto riguarda l’ormeggio in questa zona, va segnalato che lungo tutta la spiaggia Bianca e la successiva spiaggia di Canneto il fondale scende subito piuttosto deciso, dando quindi poche garanzie di tenuta. Buono con vento di Scirocco il piccolo ridosso sotto l’inizio di Monte Rosa. Da qui è però sufficiente doppiare il capo per trovarsi immediatamente a Porto Pignataro.

Vulcano è l’isola più vicina a Lipari, separata da un canale di poche centinaia di metri noto con il nome di Bocche di Vulcano. Spesso con venti di ponente il mare si gonfia in modo impressionante, rendendo problematico l’attraversamento. I ridossi principali dell’isola sono due, il Porto di Levante e il Porto di Ponente, entrambi individuati tra il piccolo cono di Vulcanello ed il corpo principale dell’isola. Noi sbarchiamo al Porto di Levante e ci incamminiamo per l’unica strada dell’isola in cerca del sentiero che conduce sul bordo del cratere. Siamo al bivio dopo cinque minuti di marcia ed iniziamo a salire lungo le pendici del vulcano.

Dalla cima il panorama a 360° è mozzafiato: sotto di noi il cratere, che appare e scompare attraverso la cortina di fumi e vapori che si sprigionano da lunghe cicatrici bordate dal giallo dei cristalli di zolfo. In lontananza l’isola di Lipari che squarcia con i suoi bastioni rocciosi un mare blu come l’inchiostro, mentre alle nostre spalle siamo circondati da cime che, riunite in una lunga cresta, raggiungono i cinquecento metri di quota. Un paio d’ore per salire in vetta, compiere l’intero giro del cratere scattando le fotografie di rito, e poi riscendere per prendere ancora il mare alla ricerca di un ormeggio tranquillo per la notte, con la ferma intenzione di allontanarci dai due approdi canonici, certi della stabilità meteorologica di questi giorni. Questa è veramente una condizione indispensabile quando si decide di passare una notte all’ormeggio nelle acque di Vulcano, visto che lungo quasi tutto il perimetro dell’isola si raggiungono elevate profondità nell’immediato sottocosta.

Tentiamo in uno dei luoghi più belli dell’isola: al ridosso dello scoglio del Quaglietto. Qui, tra Capo Testa Grossa e lo scoglio, si trovano delle incantevoli piscine naturali note con il nome di Bagno delle Vergini, proprio di fronte all’ampia imboccatura della Grotta del Cavallo, una cavità molto nota e frequentemente visitata da imbarcazioni durante la stagione estiva. Meno conosciuta la grotta che si apre ad una ventina di metri di profondità nelle rocce dello scoglio del Quaglietto, dove un circolo subacqueo ha deposto una statua raffigurante la Madonna. Statua a parte, l’esplorazione subacquea della grotta è molto spettacolare, vista anche la presenza di un fittissimo sciame di gamberi nella parte più oscura. Così come particolarmente bella è l’immersione all’estremità di Capo Testa Grossa, che scende fino ad oltre cinquanta metri ricchissimo di vita e colore.

Il resto della costa dell’isola, giù fino a Punta Gelso, ultima propaggine meridionale, e poi su verso punta Luccia, è aspro e selvaggio e senza punti particolarmente caratteristici da segnalare, a parte due belle spiagge proprio nei pressi di punta Gelso. Unico e violento, invece, lo spettacolo delle pendici dell’edificio vulcanico che si gettano in mare oltre punta Luccia. Qui il fondale prosegue la corsa che il monte ha iniziato fin dal cratere e si precipita deciso verso quote irraggiungibili anche dal più esperto dei subacquei. In particolare, sotto lo scoglio di punta Roia, riconoscibile perché sormontato dalla statua di una sirena, il fondo del mare cade a picco dopo un tratto pianeggiante trasformandosi in una impressionante ed oscura parete verticale. A rendere l’atmosfera ancora più cupa e drammatica contribuiscono le frequenti emissioni di gas e di acque sovrassature di minerali.

Quieta, dolce, tranquilla, quasi dimentica delle sue origini esplosive e del carattere violento del padre suo e delle sue sorelle, Filicudi vive assieme alla vicina Alicudi una storia un pò a sé stante rispetto al resto dell’arcipelago. Un’isola senza approdo se si eccettua il lungo molo di Filicudi Porto e quello più piccolino di Pecorini a mare, quasi del tutto priva di alberghi ed altre infrastrutture turistiche, Filicudi vive ancora i ritmi delle Eolie di un tempo. Le Eolie della tradizione, quelle dei gozzi alati a forza di braccia su per la spiaggia ciottolosa e dei versanti dell’isola coltivati dopo aver strappato alle pendici del monte poca terra con infiniti terrazzamenti sorretti da interminabili muri a secco.

Ormeggiamo in rada, a sud est del molo dei traghetti, facendo molta attenzione ad un frangiflutti sommerso che potrebbe diventare pericoloso nel caso in cui si desse troppa catena. Anche qui, come a Vulcano, ci impegnamo in una lunga passeggiata, e dopo un paio d’ore di cammino siamo sulla cima dell’isola, sulla “Fossa delle Felci”, quasi a ottocento metri di quota, abbastanza alti per godere uno splendido panorama sul resto dell’arcipelago in una giornata così tersa. Riscendendo, una sosta al villaggio preistorico di Capo Graziano è d’obbligo: al tramonto, naturalmente, quando il tempo sembra arrestarsi e tornare indietro di colpo. È bello fermarsi ad ascoltare i rumori, il suono del vento, il mormorio del mare, gli stessi rumori che riempivano le giornate degli abitanti del villaggio, alcune migliaia di anni fa.

Alla storia pensiamo ancora il giorno dopo, mentre doppiando Capo Graziano scorgiamo una vistosa chiazza di vernice bianca sulla roccia e una scritta che ci avvisa che da quel punto in poi si entra nella “zona proibita”. Sulla secca antistante il capo, infatti, sono affondate imbarcazioni di tutte le epoche e i fondali sono ricchissimi di reperti che vale la pena di proteggere. Oltrepassiamo “Le Punte” e diamo fondo in un ampio seno protetto dai venti settentrionali, prima di salpare ancora e, superata Pecorini a Mare, risalire verso il settore nord- occidentale dell’isola, sempre caratterizzato dalla vista sul celebre faraglione della Canna. Tra la Canna e l’isola si estende un tratto di fondale pianeggiante e non eccessivamente profondo. Per fare un’ immersione davvero fuori del comune ci spingiamo un poco al largo della costa nord, di fronte alla impressionante sciara e scrutiamo la superficie alla ricerca della chiazza bianca che indica il cappello di una secca. La troviamo poco dopo e saltiamo in mare dalla barca in movimento, viste le difficoltà di ormeggio. Siamo sulla secca dei Sei Metri, un pinnacolo che da oltre quaranta, raggiunge appunto i sei metri dalla superficie. Poco lontano, allineati approssimativamente in direzione est- ovest, si trovano le sommità di altre due montagne sottomarine. Dopo l’immersione torniamo nella rada del porto per passare la notte, in attesa di salpare l’indomani alla volta di Alicudi.

L’isola di Alicudi ci appare appena doppiato Capo Graziano, massiccia e regolare, perfettamente conica. E così continue e regolari sono le sue coste che scendono rapidamente in mare senza mai indugiare descrivendo baie, calette o promontori rocciosi. I fondali rispecchiano questo andamento e scendono piuttosto ripidi verso quote più alte senza che si trovino secche o strutture morfologiche degne di rilievo. C’è da dire che basta mettersi una maschera sul viso per scoprire una quantità enorme di pesce indisturbato tra le rocce del fondo. Una diretta conseguenza dell’isolamento che Alicudi vive nel corso dell’anno. A sera siamo alla fonda su di un fondale ciottoloso profondo una decina di metri. Sorseggiamo un bicchierino di malvasia prima di spiegare ancora al vento le vele della “Girolama” e far rotta su Lipari dove terminerà il nostro viaggio.

Notizie utili

A Lipari è consigliato il Porto Pignataro, piuttosto sicuro ma con ricettività limitata. L’unico problema pu&ograve crearlo il curioso fenomeno del “vento della galleria”, un vento furioso ma per fortuna di brevissima durata che scende dal versante del monte con tempi di maestro e tramontana. I proprietari di imbarcazioni grandi si rivolgano per un posto a Sandro Saccheri, mentre i gommonauti cerchino Giovannazzo. Per il carburante sono evidenti i distributori sull’apposito molo e sulla banchina di Sottomonastero. Per il ghiaccio rivolgersi invece alla pescheria dietro il distributore dell’Agip a Marina Lunga. A Portinente l’ormeggio è difficile perché tutto lo spazio è occupato dai gavitelli dei locali e delle barche da noleggio gestite da Maurizio. A Vulcano l’ormeggio è poco piacevole viste le onde create dall’intenso traffico di traghetti e aliscafi. Spesso la CP interdice l’ormeggio a Porto di Levante.

Il riferimento migliore per i subacquei è Enrico Lomazzi, gestore del centro di immersioni Lipari Sub (090-9880088). Sempre al Lipari Sub ci si può rivolgere per affittare la “Girolama”, un ketch di tredici metri completamente attrezzato per le immersioni. Un riferimento bibliografico utile è la “Guida ai fondali delle Isole Eoli” recentemente pubblicata da La Cuba editrice.

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