In crociera alle Galapagos, balla con i leoni marini

Racconto delle tante avventure vissute girovagando per le Galapagos, le isole a un migliaio di chilometri dalle coste dell’Ecuador, cui appartengono politicamente

BALLA CON I LEONI MARINI

“Luca, una balena!”.

Sdraiato sul teak caldo del flying bridge del Mistral continuo a riscaldarmi dopo un lungo giro in apnea intorno alla Corona del Diablo, un antico cratere semisprofondato.

“Guarda, una balena! Viene verso di noi!”-insiste Irene guardando oltre il parapetto della barca, ancorata vicino agli scogli. Con fare scettico e anche un pò pigro rispondo:”Ma dai, sarà un delfino!”.

“No! È immenso per essere un delfino! Una balena! È qui!”.

Mi alzo e a una ventina di metri vedo un’orca che viene verso di noi, in superficie, veloce tanto da sollevare un’onda davanti al muso nero chiazzato di bianco. Arrivata a pochi metri rallenta e gira per tornare al largo, alzando la parte anteriore del corpo per osservare con l’occhio fuori dall’acqua il motoryacht bianco che le si prospetta davanti. Mentre l’orca si dirige verso un punto a un centinaio di metri, dove altre due compagne affiorano e soffiano in un turbinare di sule, pellicani e fregate, io mi faccio strada in un altro turbinare frenetico a bordo, tra i passeggeri e i marinai che corrono per preparare e poi salire sul panga, la barca appoggio. Riesco ad afferrare la mia Nikonos, maschera, pinne e partiamo verso le cosiddette balene assassine. Vado in acqua insieme alla guida naturalistica Juan Carlos e all’engineer di bordo (vedi macchinista) e subito la scena che si presenta ai nostri occhi è incredibile: sul fondo sabbioso, ad una decina di metri giace morto uno squalo martello sul quale un’orca di sei metri di lunghezza è ferma verticalmente. Dopo qualche istante, essendoci avvicinati maggiormente, la vediamo inseguire un minuscolo squalo martello di una quarantina di centimetri, evidentemente uscito dal ventre dello squalo morto. La barca appoggio, nel frattempo, segue le altre, abbandonandoci, e per un istante viene quasi sollevata dal groppone nero di uno dei due cetacei. Sul fondo sfrecciano a gran velocità due leoni marini, ma l’orca non se ne cura e presta invece attenzione a noi. Subito l’engineer scarta a sinistra dandosi a un’improbabile fuga, ma lo riprendo per un piede e lo riporto al mio fianco, sperando che una massa maggiore faccia il suo effetto: e poi, forse, scappare è peggio. L’orca cambia direzione e si allontana dalla nostra vista. Chiamo la barca. Delle orche nessuna traccia. Tornando al Mistral incontriamo un giovane leone marino morto, senza ferite evidenti. Sarà la paura?-ci chiediamo ancora.

L’avventura con le orche è solo una delle tante vissute girovagando per le Galapagos, le isole a un migliaio di chilometri dalle coste dell’Ecuador, cui appartengono politicamente. La natura qui è protettissima, dopo gli scempi dei secoli scorsi, quando bucanieri e balenieri, trovando rifugio a ridosso delle isole maggiori, facevano incetta di tutto e specialmente di tartarughe. Queste riuscivano a sopravvivere per lunghissimo tempo sulle navi senza acqua e cibo, fornendo carne sempre fresca. Si calcola che ne furono portate via circa centomila. E proprio le tartarughe, che danno il nome alle isole, insospettirono il giovane Charles Darwin nel 1835, nella sua permanenza di cinque settimane. Destinato a diventare il più illustre dei visitatori, lo scienziato in quel breve periodo rimase impressionato dalle piccole differenze che si riscontravano nelle varie isole tra le tartarughe, e tra i fringuelli, , tanto che qualcuno gli disse di saper distinguere la provenienza di quegli animali al primo sguardo. Questo piccolo seme, insieme a tante altre osservazioni e studi, portò ventiquattro anni più tardi alla teoria che rivoluzionò la scienza. Da allora numerose spedizioni scientifiche si sono succedute nello studio delle isole e della loro storia naturale, avendo a disposizione un meraviglioso laboratorio di studi evoluzionistici.

La particolare posizione geografica delle Galapagos, isolate a un migliaio di chilometri dalle coste del continente americano, ha determinato una condizione ideale: trasportati dalle correnti, vari detriti sono arrivati in epoche lontane, portando con loro i progenitori delle diverse specie di animali che oggi abitano le isole. Le diverse condizioni ambientali trovate tra un’isola e l’altra hanno spesso determinato una variazione delle specie, facendole adattare alle particolari esigenze. Così, per esempio, una tartaruga ha il collo più lungo e la forma del carapace sagomata per allungarlo verso l’alto in un’isola dove la vegetazione di cui si ciba è più alta, mentre risulta normale dove le piante sono a livello del terreno.

L’ambiente è quasi ovunque molto secco, ma in alcune annate il verde predomina per l’abbondanza delle piogge. Solo nei luoghi dove il suolo è costituito da ceneri vulcaniche, come a San Bartolomé, il paesaggio ricorda quello lunare, desertico e cosparso di crateri. Le isole, infatti, si trovano in uno dei punti vulcanici più attivi della terra, contando ben 43 eruzioni negli ultimi 180 anni.

Il clima, nonostante l’equatore passi di qui, non è tropicale ma, sotto l’influenza di correnti oceaniche, ha delle caratteristiche tutte particolari. La corrente di Humboldt risale le coste del Perù da luglio a dicembre, portando le acque fredde dalle alte latitudini e determinando temperature più fresche, con poche piogge e il cielo sempre velato, mentre tra gennaio e giugno una corrente discendente dalle coste del centroamerica apporta acque calde e brevi ma ingenti precipitazioni, e il sole splende più spesso sul cielo blu limpido. A volte quest’ultima corrente assume il nome di “El Ni-o”, nelle annate in cui la temperatura del mare è molto calda, ed è causa anche di gravi danni ambientali. Tra queste due stagioni ci sono dei variabilissimi periodi di interregno, con caratteristiche impossibili da prevedere.

Due correnti molto diverse vogliono dire anche diversa salinità e densità e elementi nutrienti, un intricato sistema di temperature, a secondo della diversa esposizione delle isole e l’influenza di altre correnti più leggere, così da creare uno strano miscuglio di abitanti anche in mare: in parte animali tropicali comuni anche alle Hawaii e alla zona indopacifica, con altri tipici delle coste americane, molto più fredde. Perciò tra pesci chirurgo variopinti vediamo sfrecciare pinguini e otarie. E solo gli animali che possono convivere con questo tipo di cambiamenti climatici possono sopravvivere. I coralli, per esempio, non riuscendo a vivere sotto i 18°C circa, hanno attecchito un poco solo nelle isole settentrionali, dove il flusso freddo è minore. E proprio questa situazione ha sviluppato anche in mare, oltre a una eccezionale abbondanza di vita, delle specie endemiche: solo fra i pesci, il 23 per cento non ha uguali in nessun’altra parte del mondo.

Molte sono le barche e le navi che girano per l’arcipelago, ma c’è un modo esclusivo per visitarne le bellezze: con uno yacht di media dimensione capaci di ospitare una dozzina di persone. Allora si gode veramente la vacanza, senza essere incolonnato con centinaia di altri passeggeri, in un procedere da gita scolastica.

La nostra imbarcazione era un venti metri, appartenente alla compagnia Quasar Nautica, che possiede altre cinque barche specializzate in queste crociere. Il porto di partenza è Puerto Baquerizo Moreno, nell’isola San Cristobal, dove arriva l’aereo da Quito, e l’itinerario è variabile a seconda dei giorni a disposizione e delle condizioni metereologiche. In una settimana si può visitare una buona parte delle isole, anche se con un pò più di tempo si possono includere le più distanti Isabela, col suo vulcano Alcedo pieno di tartarughe giganti, e Fernandina, dove a Punta Espinosa si vedono migliaia di iguane, tra pinguini e i caratteristici cormorani dalle ali corte. Santa Fe è la prima tappa, dove tra i cactus giganti Opuntia si cerca l’iguana terrestre endemica dell’isola, mentre in acqua si è attorniati dai leoni marini. Questa è una caratteristica comune alle Galapagos: ovunque i leoni marini vengono a giocare festosi, tenendosi sempre a distanza di sicurezza o sfiorandoti mentre sfrecciano veloci, e qualunque oggetto è buono per litigare e azzuffarsi. Una volta che avevo perso le tabelle di decompressione di plastica, le ho ritrovate poco dopo in bocca a una otaria che scappava inseguita dalle altre, in una specie di rugby subacqueo.

A Plaza ci si ormeggia in un canale tra due isole, dove si incontra un altro tipo di iguana terrestre che vive in stretto contatto con quella marina: ne abbiamo visto alcune addirittura cavalcare le cugine terrestri più grandi. C’è, inoltre, una scogliera sulla quale nidificano le sule e tanti altri uccelli marini. La scarsa vegetazione è composta da cactus e un prato di piante grasse, di cui l’iguana si ciba, mentre quella marina si nutre di alghe che va a mangiare all’alba, per poi ritirarsi su uno scoglio a riscaldare il suo sangue freddo.

L’isola di North Seymour ospita la più grande colonia di fregate, i cui maschi nella stagione degli amori hanno il meraviglioso gozzo rosso gonfiato come richiamo per il gentil sesso. Ma lo spettacolo più bello è offerto qui verso il tramonto, quando i leoni marini tornano dalla pesca pomeridiana. Ogni onda viene sfruttata per fare surf, e attraverso la trasparenza dell’acqua se ne vedono decine cavalcare la portanza dell’energia oceanica: per loro giocare è un modo naturale di vivere. Sullo sfondo, dove cala il sole, l’isola di Daphne si staglia nella sua forma a panettone, un cratere che spunta dal mare nella sua parte più alta, dentro il quale c’é una grande colonia di sule dai piedi blu.

Crateri vulcanici e paesaggi lunari ci colpiscono arrivando all’isola di San Salvador, specialmente alla vicina Bartolomé, dove si ammira il panorama più famoso delle Galapagos dalla cima di una altura, con la barca ormeggiata davanti al Pinnacolo. Due belle spiagge contornano la parte stretta dell’isola e, arrivando al mattino, si trovano le impronte delle tartarughe marine che hanno deposto le uova durante la notte. Subito fuori, poco più di uno scoglio, l’Isola dei Cousins è uno dei paradisi sommersi. Una quantità di pesce incredibile ci attornia: sono delle castagnole tropicali che prolificano eccezionalmente e costituiscono una base di sopravvivenza per moltissime specie, leoni marini compresi. Squali, anche martello, sono facili da incontrare, tra un brulicare di tartarughe e aquile di mare, tonni e barracuda, e grandi banchi di pesci grugnitori argentati.

James Bay, sul lato opposto di San Salvador, è interessante per la sua zona di marea, un ambiente cui spesso non si fa caso ma invece pieno di vita. Qui, nella fascia tra la superficie del mare e il punto più alto dove arrivano le onde, ci sono grotte, pozze, spaccature nella roccia lavica dove vive la “Fur seal”, un altro tipo di leone marino, che a differenza dell’altro preferisce la roccia e le grotte ombrose alle spiagge assolate. Un gran numero di iguane marine si litigano lo spazio con i granchi rossi, preda abituale di aironi della lava e delle beccacce di mare americane, uccelli divertenti da osservare in caccia.

All’isola di Jervis abbiamo fatto un’immersione bellissima: un lungo cordone di pesci grugnitori con la livrea a strisce si snoda per tutta la lunghezza della baia principale, un banco così fitto che entrandoci dentro si è avvolti totalmente e si rimane al buio. Ogni tanto una sorpresa: un tonfo come qualcuno che si tuffa e ci si riesce a girare giusto in tempo per vedere un pellicano a due metri di profondità che cattura un pesce e torna in superficie. Ma ancora non è finita. I poveri pesci sono attaccati su altri fronti: i leoni marini si lanciano velocissimi in mezzo al banco facendolo aprire a forma di sfera, basandosi sulla loro rapidità per uscire vittoriosi con un pesce in bocca, di traverso. E che dire di quando, poco dopo, tornando alla barca rasentando un fondale cosparso di migliaia di anemoni ceriantari coloratissimi, sopra di noi passa una “nuvola” di razze dorate, molto simili alle mante ma più piccole? Lo stupore di quell’immersione ancora aleggia in fondo ai nostri occhi.

Durante la tappa a Puerto Ayora per i rifornimenti si può visitare la stazione Darwin, anche se ci ha un pò deluso, aspettandoci un tempio della scienza e trovando invece un piccolo museo allestito male con qualche gabbia piena di tartarughe. Più interessante è un giro a piedi o a cavallo sulle colline, tra antiche caldere vulcaniche sprofondate e tunnel lavici suggestivi.

Con una notte di navigazione arriviamo a Floreana, famosa per la sua cassetta postale. I marinai e i balenieri che più di un secolo fa andavano a pescare nel Pacifico lasciavano in un barile sulla spiaggia le lettere per casa, in attesa che qualche altra nave le prendesse tornando in Europa o in America. Ancora oggi vive la stessa tradizione: si possono lasciare nel barile lettere e cartoline in attesa che qualcuno le porti a destinazione, prendendo ovviamente quelle che sono lì indirizzate al nostro paese. Una cartolina mandata a Nautica ha impiegato un mese, passando da New York.

Una grande laguna alle falde di un vulcano è l’habitat dei fenicotteri a Punta Cormorant, ma il vero luogo d’osservazione degli uccelli è l’isola di Espanola, a un’altra notte di navigazione verso Est. A Punta Suerez una bellissima passeggiata porta in mezzo a colonie di sule dai piedi blu e sule mascherate, albatros e gabbiani coda di rondine. Inoltre, in un punto della scogliera, tra grandi quantità di iguane e granchi rossi, il moto ondoso si insinua in una spaccatura nella roccia, generando da una fessura un altissimo soffione ritmico: una scena quasi da girone infernale dantesco. Prima di lasciare la bellissima Espanola facciamo un’ultima immersione a Garden Rock, una secca a pochi metri dalla costa. Dopo essere stati avvolti da un centinaio di carangidi, ci sfilano davanti una decina di squali martello in formazione ordinata, ma che scompaiono immediatamente dopo averci osservato, essendo curiosi ma timidissimi e comunque mai pericolosi, come i dati statistici riportano.

Tutti alle Galapagos scrivono un diario, pare che sia impossibile non farlo. Sia in coperta che in cabina, una volta al giorno tutti fissano le loro esperienze, ricalcando quello più famoso di Darwin, magari con la speranza di gettare le basi a nuove teorie rivoluzionarie. Anch’io, contagiato dalla stessa malattia, prendo degli appunti, solo più saltuari e disordinati degli altri. Riprendo, qui di seguito, l’ultima pagina prima della partenza:

“Navighiamo tra Espanola e Puerto Baquerizo Moreno. È passata circa un’ora dal tramonto e già la volta stellata risplende su di noi. Brillano luminosissime Venere e la Luna piena, riflettendosi sul mare, una a sinistra, l’altra a dritta. Orione è allo Zenith e sulla nostra scia si raddrizza pian piano la Croce del Sud, mentre a prua il Gran Carro, rovesciato, indica una Stella Polare troppo bassa sull’orizzonte per essere scorta, ma che riesce lo stesso nel suo compito di mostrarci il Nord. All’improvviso un tonfo e uno schizzo. L’urlo:”I delfini!” viene subito spontaneo. Davanti alla barca ci precede un gruppo di delfini gioiosi, e il buio non impedisce di vedere le loro acrobazie sotto la prua. Sembrano fantasmi. L’incredibile è che si vedono meglio quando nuotano sotto la superficie che quando saltano fuori a respirare. Un alone splendente ne disegna le sagome idrodinamiche in velocità, e lasciano dietro una lunga scia luminosissima nel mare nero. Possibile che la luce stellare sia sufficiente a creare un simile spettacolo? Ma no, non le stelle! È il plancton, abbondantissimo in questa parte di Oceano, che stimolato dal passagio dei delfini si accende. Milioni di corpuscoli bioluminescenti brillano intorno alle loro silhouette affusolate. Nessuna fotografia potrà mai fissare questo attimo: rimarrà per sempre impresso nella mia memoria”.

Con un potente binocolo 7×50 scruto la sottile linea che divide mare e cielo. Abbiamo passato da poco l’equatore per la terza volta, e un cielo perturbatissimo preannuncia l’arrivo della stagione “garua”, fredda e umida. In questa parte occidentale dell’arcipelago la corrente di Cromwell, che viene dal Pacifico centrale e porta acque gelide di profondità, ora ha il sopravvento. L’altra corrente, “El Ni&ntildeo”, più calda, sta finendo la sua influenza annuale. Al momento del tramonto tutto fa presagire una scena poco entusiasmante, poiché le nuvole formano uno spesso strato e il mare è color piombo. Con il “Lammer Law”, un enorme trimarano con armamento schooner, stiamo dirigendo a motore verso una baia sulla costa settentrionale di Isabela, l’isola più grande delle Galapagos. Proprio prima di ancorare, alcuni delfini saltano in lontananza, tra un grande girare di gabbiani. Ma i salti sono strani per dei delfini. Forse sono dei leoni marini, e più probabilmente dei “wahoo”, un tipo di pesce predatore di forma allungata. Il comandante Josè pensa che siano dei delfini piccoli. Continuo a guardare lo spettacolo col binocolo: ora il sole è scomparso dietro l’orizzonte, e in quel tratto una sottile striscia di nubi comincia ad arrossire: ma la luce più forte proviene da un’altra direzione. Alcuni cumuli altissimi riescono ancora a captare i raggi diretti del sole e sono bianchissimi, si riflettono sull’oceano calmo, con onde morbide come olio. Due strisce sul mare rompono l’oscurità: quella rosso scuro, dove è scomparso il sole, e quella chiara, dorata, formata dalle alte nuvole ancora illuminate. I delfini passano sulla scia dorata, ormai non cacciano più, gli uccelli marini volano bassi verso la riva, qualche leone marino, al ritorno dalla pesca, gioca silenziosamente in superficie, rompendo il riflesso vermiglio. Una scena unica e irripetibile. Lontanissimo, sullo sfondo della linea d’oro scuro, ora si staglia lo scoglio “Roca Redonda”, andando a completare l’effetto scenografico. Un tramonto raro, in cui si fondono tutti gli elementi di queste isole selvagge, e riassumono l’incredibile ricchezza e varietà della loro vita.

Proprio a Roca Redonda, la punta affiorante di un’enorme montagna sottomarina, è cominciata la crociera alle isole più settentrionali e remote dell’arcipelago. Isole lontane, raggiungibili solo in buona stagione, quando si è ben sicuri che l’oceano non si arrabbi. Isole veramente inospitali, ma dalla bellezza e dalla vitalità eccezionali.

Appena scesi in acqua tra i festosi leoni marini una gran quantità di pesci ci attornia, e le sagome inconfondibili degli squali martello fanno un’apparizione timida in lontananza. Signori incontrastati dei fondali, vengono a controllare cosa succede e chi turba la loro quiete, e, al contrario di quello che si potrebbe pensare, non sono pericolosi ma piuttosto schivi e diffidenti.

Si possono veramente fare incontri eccezionali: balene, globicefali e delfini sono di casa al largo di questi scogli, e addirittura, nei pressi dell’isola di Darwin, vive una socievolissima famiglia di delfini che ci accoglie già qualche miglio al largo, scortandoci e giocando sotto la prua. Senza quasi accorgersene si arriva così nelle vicinanze di un meraviglioso arco naturale di roccia, diviso dalla costa dell’isola da un largo canale. Siamo a circa novanta miglia a Nord di Isabela, nel punto più settentrionale delle Galapagos, l’ultima frontiera prima della vastità del Pacifico. Una corrente calda crea qui le condizioni ambientali adatte per la vita marina tropicale, perciò, insieme ai pesci tipici delle isole, si trovano molte delle specie comuni al resto della regione indopacifica. Un carosello di carangidi gira attorno alle bolle emesse dall’erogatore, i pesci pappagallo brucano sul fondo, una grande riunione di dentici rossi ondeggia vicino la superficie, i soliti squali martello curiosano un pò e poi scompaiono. L’incredibile avviene dopo una decina di minuti dall’inizio della prima immersione: alcuni fischi che ben conosco, dapprima lievi poi sempre più forti, squarciano il silenzio del magico fondale. Mi guardo intorno impaziente. Sono sicuro che possono essere soltanto loro, i delfini, a emettere questi suoni. Improvvisamente, verso il sole che si allarga in superficie, quattro delfini sfrecciano sopra di noi, a distanza di sicurezza. Come incontro è eccezionale, poiché raramente dei delfini si avvicinano ai subacquei in immersione. Spesso si riesce a scorgerli in apnea, buttandosi dal canotto una volta affiancati. Se si è con le bombole, invece, la prudenza li tiene lontani, sempre invisibili. Nella seconda immersione l’evento si è ripetuto, con la differenza che questa volta sono passati a sei, sette metri di distanza e alla stessa nostra profondità, molto più calmi. Sicuramente è la stessa famiglia di tursiopi che ci ha scortato all’isola e che vive in questa fetta di mare. Alla fine dell’immersione, ormai abituati alla nostra presenza, ci hanno permesso di nuotare in apnea al loro fianco, e fotografarli più volte, mentre il sole declinava sull’orizzonte, creando dei magnifici raggi irreali sotto il pelo dell’acqua.

Lasciando a malincuore Darwin dirigiamo la prua verso l’isola Wolf, venti miglia più a Sud. La temperatura dell’acqua è leggermente più fredda perciò le varietà tropicali di pesci e invertebrati diminuiscono sensibilmente. Se si dovesse definire quest’isola in poche parole, probabilmente il modo perfetto sarebbe “la patria degli squali martello”. Ma non c’è da avere paura, non sono pericolosi. Non è segnalato nessun attacco ai sub e sul fondo sono schivi, quasi invisibili. Durante una delle immersioni sul lato orientale dell’isola sono riuscito a scorgere lontano nel blu la sagoma di un branco enorme, almeno un centinaio di squali martello, che si muoveva in direzione parallela alla costa, in formazione geometrica, simile ad un muro. Ogni tanto qualcuno si avvicinava per osservarci, quasi fosse l’avanguardia di uno schieramento militare. Si prova una grande emozione nel vedere un simile spettacolo, raro quanto insolito, e soprattutto inspiegabile, poiché la scienza ancora non ha chiarito la ragione di un simile comportamento gregario. Probabilmente è una riunione a scopo di difesa, specialmente nel periodo della nascita dei piccoli, ma le teorie formulate sono tante. Da Wolf navighiamo alla volta dell’isola di Fernandina, dove arriviamo dopo aver incrociato grandi balene nel canale che la divide da Isabela. Tra impressionanti antiche colate di lava visitiamo Punta Espinosa, famosa per la colonia di iguane marine e di cormorani. Quest’ultimi sono tra gli uccelli marini più caratteristici di quest’isola, poiché hanno perso la facoltà di volare. Le loro ali si sono atrofizzate e dividono così il loro tempo tra il riposare sugli scogli e pescare in mare, dove agilmente catturano i pesci nel loro elemento. La totale mancanza di predatori sull’isola, e dunque l’inutilità del volo, hanno fatto in modo che col passare di migliaia di anni l’uccello si “dimenticasse” a poco a poco delle ali e della loro funzione. Sott’acqua la visibilità non è delle migliori, e la temperatura è fredda, ma la grande quantità di plancton favorisce una vita ricchissima; nubi di sardine ci avvolgono letteralmente con un movimento in massa ordinato, oscurandoci totalmente la luce, per poi scomparire velocemente: un passaggio di tonni le ha messe in fuga. E dal nulla compare anche un branco di barracuda, tra i più grandi che mi è capitato di incontrare, che placidamente ci osservano sfilandoci davanti. Ovunque è abbondanza di forme vitali, la natura è intatta, ci si commuove all’idea che ancora esistano luoghi come questo, sempre uguali nel tempo.

Successiva tappa è Punta Vincente Roca, a Isabela, dove ancoriamo sotto una pioggia battente che non ci impedisce però di immergerci nei pressi di una grotta che si apre sulla parete rocciosa. Siamo alla ricerca di un cavalluccio marino endemico di queste acque, che quasi subito troviamo con la coda arrotolata a una bella gorgonia arancione. Ma la nuova sorpresa è il passaggio di tre mante sopra la nostra testa, in uscita dalla grotta. Ci dirigiamo perciò in direzione dell’entrata e un gruppo di razze dorate e aquile di mare ci scappa davanti, seguite da una tartaruga. Anche qui il plancton abbondante genera i vari anelli della catena alimentare, così da determinare una simile ricchezza. Ancora sotto shock risaliamo a bordo del “Lammer Law”. Mi asciugo e la barca riparte. Nella luce del pomeriggio inoltrato prendo il binocolo e comincio a scrutare la superficie del mare. Ci aspettiamo un fine giornata grigio e senza attività, ma non si possono fare previsioni in questa parte del mondo. Ciò che accade poi, l’ho già detto tracciando le note di questa specie di diario: è quel tramonto a sorpresa che ho raccontato all’inizio dei miei appunti, quasi che tempo e spazio non avessero più valore alle isole. E forse è proprio cos&igrave: alle Galapagos anche il tempo e lo spazio hanno una loro diversa dimensione.

NOTIZIE UTILI

Le Galapagos sono collegate all’Ecuador, cui appartengono politicamente. Da Quito, la capitale, la San Air opera dei voli bisettimanali per l’isola di San Cristobal, da dove partono le crociere. L’Ecuador si raggiunge facilmente con un Boeing 747 dell’Air France, che conta ben dieci scali in Sudamerica. Partendo da dieci aereoporti italiani per Parigi, con comode coincidenze ci si imbarca in due voli settimanali per Quito.

Per arrivare alle Galapagos c’è una compagnia aerea privata, la San Air, che collega due volte alla settimana l’isola di San Cristobal con Quito.

La Quasar Nautica, una società di charter con equipaggio, possiede quattro barche nelle isole, tutte confortevoli e accoglienti. La Mistral e il Nortada sono due motoryacht di 20 metri, e il Resting Cloud è un bel motor sailer di 25 metri. Il Lammer Law è un grande trimarano a vela lungo quasi 29 metri e molto lussuoso e comodo. Le cabine sono doppie, quasi tutte con il bagno; i pasti sono una miscela di cucina continentale e locale.

Per la ricarica dei flash e dei fari la corrente elettrica a bordo è 110 volts e la presa di tipo americano.

I subacquei devono avvisare al momento della prenotazione, in modo da far preparare le attrezzature necessarie a bordo, come le bombole, compressore e piombi e pianificare un giro nelle isole toccando anche i luoghi migliori per immergersi. Per la ricarica dei flash la corrente elettrica a bordo è 110 volts e la presa di tipo americano.

Il clima è atipico per l’equatore, essendo sotto l’influenza di correnti e venti anche freddi. Da dicembre a giugno è caldo e soleggiato e l’acqua è tiepida (comunque si consiglia per le immersioni una muta da 5 mm.), da luglio a settembre l’acqua è fredda e soffia un buon vento per veleggiare. Le isole del Nord, Darwin, Wolf e Roca Redonda sono raggiungibili solo nella stagione buona, che corrisponde alla nostra primavera.

Per visitare l’Equador e le Galapagos non sono richiesti il visto e le vaccinazioni, e bisogna pagare una tassa d’entrata nel parco nazionale di circa 40 dollari.

La lingua ufficiale è lo spagnolo, ma l’inglese è compreso a bordo. La valuta in vigore è quella ecuadoriana, però nelle isole si possono usare direttamente i dollari americani.

A bordo oltre all’equipaggio c’è una guida naturalistica, obbligatoria per le regole del parco nazionale, che spiega le caratteristiche delle varie isole e animali. Solitamente nel dopocena ci sono i ‘briefing’ sul programma del giorno successivo. La guida poi a terra spiegherà ciò che si vede, con termini scientifici ma semplici, rendendo più interessanti le passeggiate.

Rafting in Equador

L’Equador offre altre attrazioni, di cui l’esplorazione della sua splendida natura è una delle principali. L’agenzia Explorandes di Quito si è specializzata in questo settore, offrendo i migliori servizi per il turismo orientato all’avventura e alla natura, con trekking in varie regioni e safari nella foresta amazzonica. Pioniere del rafting nel paese, ha preparato vari interessanti itinerari di discesa fluviale, fornendo tutta l’attrezzatura e gli spostamenti per raggiungere i fiumi. Un istruttore con grande esperienza segue la navigazione e insegna ai neofiti la tecnica di base. Il rafting sul Toachi dura appena tre ore con partenza dal primo punto navigabile vicino alla città di Alluriquin. Il programma prevede l’arrivo al nono chilometro. Per chi amasse un’avventura più prolungata sono previsti soggiorni di quarantotto ore con visite nei villaggi indiani del Colorado (la difficoltà delle rapide è di terzo grado). Un buon consiglio è quello di munirsi di creme protettive e di repellenti per insetti, i quali, anche essendo invisibili, lasciano il loro segno per giorni.

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