In crociera da Rodi, nel vento, nel mare, nel sole, nel tempo

Rodi, figlia del Sole e della ninfa Roda, ha conosciuto le più importanti civiltà della storia mediterranea. Charter, noleggio barche e crociere a Rodi

NEL VENTO, NEL MARE,
NEL SOLE, NEL TEMPO

Rodi

Di qui son passati un pò tutti. Dai primi insediamenti minoici all’ultima dominazione, quella italiana (1912-1948), Rodi, figlia del Sole e della ninfa Roda, ha conosciuto le più importanti civiltà della storia mediterranea. Forse per questo nel suo antico porto di Mandraki, oggi riservato al turismo e al traffico locale, si ritrova quell’atmosfera cosmopolita, piacevole intreccio di internazionalità che anima le banchine e l’intera zona del porto. Così mentre “Sharet of Tyre”, una delle più belle barche d’epoca ammirate alle recenti regate di Porto Cervo, se ne sta ormeggiata di poppa all’esterno del molo di sopraflutto, all’interno il traffico è sempre intenso. Da una parte le imbarcazioni destinate al sollazzo dei turisti, al piccolo cabotaggio locale, alla pesca; dall’altra la grande flotta del charter velico, che in Grecia ha avuto un eccezionale sviluppo grazie agli organizzatissimi brokers locali (quasi tutte le barche sono francesi), con accanto i piccoli e grandi yacht di chi viene a svernare in quest’isola benedetta dal sole, e qualche barca di quelle così cariche di storia e di mare che solo a guardarle è come leggere un libro d’avventure. L’attività è intensa, dinamica, soprattutto per merito del charter che da queste parti, con la benedizione del “Meltemi”, non conosce soste. Tanto che ad accogliere ogni barca di ritorno dalla crociera c’è quasi sempre un nuovo equipaggio, pronto ad imbarcarsi e a salpare, a volte nel giro di poche ore. A ricordare un traffico meno frenetico, ovvero il passato prossimo e remoto, restano i vecchi mulini a vento sul molo esterno, i cervi di bronzo che sorvegliano l’entrata in porto, e gran parte delle costruzioni che si affacciano sul lungomare. Una fusione, quella fra passato e presente, ancor più viva all’interno delle antiche e possenti mura merlate che dal XIV secolo abbracciano il cuore della città. Qui, anche se l’asservimento alle esigenze turistiche è a volte un pò troppo marcato, si entra nel magico mondo dell’anima greca. E fra i penetranti fumi di “ghiro” e “souvlaki”, il fresco e aromatico sapore del retsina, mentre un bouzouki racconta a ritmo di sirtaki la sua dolorosa storia d’amore, il nirvana del buon navigatore spalanca le sue porte… e solo le cuccette di bordo potranno poi raccontare i misteri della notte.

Ma il mattino ha l’oro in bocca, e agli inflessibili ordini del comandante (che poi sarei io!), con qualche colpo di scudiscio, la ciurma toglie gli ormeggi e, carichi d’entusiasmo, lasciamo dietro di noi i cervi di Mandraki. Charter, quanto sei bello! Senza alcuna preoccupazione, senza penosi e interminabili trasferimenti per la tua barca, con una spesa che equivale a quella di un normale buon albergo, ti ritrovi a bordo di una splendida vela (il nostro Gib’ Sea 422 della Kiriakoulis Mediterranean era nuovissimo) e libero di puntare la prua dove più ti aggrada. Ed eccoci di nuovo a solcare l’Egeo, mare carico di storia e di civiltà, a cui da anni aggiungiamo le nostre piccole avventure personali. Ogni volta una meta diversa, senza problemi perché in un mare che conta centinaia di isole per visitarle tutte ci vuole… molta pazienza. L’importante, per chi voglia godersi un certo tipo di mare, è scegliere una stagione bella ma non affollata, ad esempio la primavera, allontanarsi dalle grandi rotte turistiche, e scegliere una di quelle isole dove la Grecia è rimasta più fedele alle proprie tradizioni. Ma anche questo non è difficile, e la nostra rotta primaverile segna il ritorno ad un’isola di selvaggia bellezza, Karpathos, e ai suoi ancor più selvaggi satelliti di Kassos e Sarìa.

La dorsale montuosa che segna l’isola di Rodi in tutta la sua lunghezza non riesce a frenare la prepotenza del Meltemi. Ma navigando sottocosta lungo il versante orientale, con un fetch limitatissimo, si passa di raffica in raffica su un mare appena appena increspato: una situazione che con una barca stabile e leggera come il nostro Gib’ Sea 422 invita a tenere tela a riva sfiorando l’orgasmo velico. Le 22 miglia che separano Rodi da Lindos scorrono così rapide, lasciando tutto il tempo per una sosta balneare e per ormeggiare nella baia di Lindos in tempo per godersi l’antica magia del tramonto, ancor più magica se per sfondo si ha un’acropoli dell’età classica. Poi, quella prima cena che (in crociera) non si scorda mai, perché quando l’entusiasmo è ancora vivo, prima di abbrutirsi di sale, panini e stanchezza, può anche capitare (perdonateci, dei dell’Olimpo) di cenare con spaghetti alla bottarga e Prosecco di Conegliano, in un rito pagano mai più ripetuto. Magia del tramonto, magia delle stelle, magia dell’aurora: ma non per salpare, perché Lindos con le sue spettacolari vestigia, i templi, il teatro, la storia dorica, è un dovere culturale e spirituale. Un giorno intero dedicato anche ai piaceri di terra, allo shopping, al dolce oziare con lo sguardo rivolto al mare, mentre la fantasia già torna a navigare fra le onde. Di nuovo in mare, mentre la barca poco a poco ti si affeziona e ti svela i suoi angoli più comodi, i ripostigli più funzionali, la posizione giusta per timonare, per lavorare ai winch, o per stendersi a racimolare il primo sole della stagione.

Siamo sempre ben ridossati dal Meltemi, anche se più ci avviciniamo a Capo Prasonisi, estremità sud di Rodi, più si avverte il respiro di un mare gonfio di vento. Ci siamo: da lontano appare il faro che segnala la punta e appare un orizzonte ribollente di creste. Il bollettino qui conta poco, perché per chi naviga in Egeo il Meltemi è un abituale compagno di viaggio e l’unica cosa da fare è valutarne la forza e, in ogni caso, rassegnarsi. Rapida virata e altrettanto rapido esame della situazione a ridosso di una caletta: barca valida e in condizioni splendide, equipaggio con il morale alto, anche se per il 70% digiuno di manovre veliche, attrezzatura a posto, sottocoperta in ordine, stima dei tempi di navigazione confortante. Per una trentina di miglia con mare 5-6 di bolina larga bene che vada, calcolando deriva e scarroccio, sono 6-7 ore di schiaffi in faccia. Non siamo in regata, non siamo masochisti, non amiamo recitare il classico “ma chi ce l’ha fatto fare” ma, peggio ancora, siamo in vacanza e il tempo è prezioso: un colpo alla lampo, cappuccio in testa, altra virata, e via per 255°. Per chi è al suo battesimo del mare e incollato alla cuccetta è arrivato a destinazione mantecato come un frappè, quelle otto ore di montagne russe non saranno un piacevole ricordo. Ma il mare è bello anche per l’impegno del confronto, e con la poppa finalmente ormeggiata al moletto di Diafani, chi ha vissuto la traversata in coperta ha uno sguardo soddisfatto.

Diafani, un villaggetto di poche case, è lo scalo naturale di Olympos, perla nascosta e difficilmente accessibile di Karpathos: un nido d’aquila a picco sul mare raggiungibile con uno sgangherato autobus o con un (uno e unico) più elegante.taxi. Un posto unico al mondo, motivazione principe della nostra crociera, un villaggio isolato fra le montagne dove l’orologio del tempo sembra essersi fermato. Fra i vicoli di Olympos, la cui fondazione risale agli inizi del nostro millennio, le macchine non possono fisicamente entrare, le donne vestono ancora con i costumi tradizionali, si parla un dialetto locale, e i mulini a vento più che per allietare i turisti servono per macinare il frumento. Sopravvissuto a pirati e terremoti, il villaggio offre la tipica architettura locale, particolare soprattutto nell’allestimento interno delle case, uno spettacolare colpo d’occhio sulle coste dell’isola e un singolare artigianato: qui si confezionano su misura raffinati stivali in pelle, con consegna via posta in due-tre mesi.

Da Diafani a Pigadia, unico vero porto di Karpathos, ci sono una quindicina di miglia in linea retta, che però diventano più di venti costeggiando. Qui l’isola esibisce il meglio della sua natura aspra e scoscesa, con montagne di oltre mille metri ricoperte di folte pinete che cadono a picco in mare, accoglienti calette e un’acqua cristallina. Meno attraente il porto, che per altro sotto Meltemi offre un ridosso molto relativo, con una forte risacca, tanto che oltre alla propria occorre fare attenzione anche alle barche degli altri: un gigantesco barcone da turismo che non reggeva l’ormeggio, ad esempio, ha rischiato di schiacciarci in banchina. A terra non mancano vestigia di un passato lontano, la cui bellezza contrasta con l’anonima architettura dell’attuale paese, mentre per gli storici della subacquea Karpathos è un nome importante e familiare. Qui nel 1910 la nostra corazzata Regina Margherita perse un’ancora in fase di ormeggio, e qui per collaborare al recupero apparve uno strano personaggio, Yorgos Haggi Statti (o più esatttamente Hadjistatis), spugnaro dell’isola di Symi, emaciato e magrolino, con entrambi i timpani sfondati e apparentemente con assai scarsa capacità polmonare. Fra lo stupore di tutti Yorgos scese tre volte sull’ancora prima di riuscire a legare una cima alla cicala, ma alla fine l’ancora fu recuperata e tutto fu scrupolosamente annotato sul libro di bordo e firmato dall’ammiraglio. Quell’ancora giaceva a 77 metri sul fondo e l’impresa di Haggi Statti, anche se mancavano i giudici federali, può essere considerata il primo record di profondità in assetto variabile della storia. Un’impresa straordinaria anche per il suo corollario, poiché Haggi Statti non pretese ricompense in denaro, ma si accontentò del permesso di pescare con la dinamite, permesso che fu accordato suffragando una pessima abitudine ancor oggi persistente.

Dopo due giorni di mare e di pesca piacevolmente passati a ridosso della frastagliata costa sud di Karpathos, ce ne siamo quasi dimenticati, ma appostato dietro Capo Castello, gonfio di rabbia a spingere un mare ancor più caricato dallo stretto che divide l’isola di Kassos, il Meltemi è lì ad attenderci. Un braccio di mare di 7-8 miglia prima di prendere il ridosso di Kassos non ci impensierisce però più di tanto. Errore. Soffia… e soffia forte. Impossibile mantenere la rotta, impossibile passare l’isola a Nord per raggiungere il porto di Fri, non resta che poggiare per cercare un ridosso a sud di Kassos. Ma anche sulla nuova rotta scarroccio e deriva creano problemi: dovessimo finire in braccio a Gheddafi! La vela è bella ma, l’abbiamo già detto, non siamo masochisti, le vacanze sono brevi, e con tutta la falchetta in acqua parte dell’equipaggio non condivide certi entusiasmi. Drastica decisione (con buona pace dei puristi della vela), e drastica riduzione di tela: un fazzoletto di randa e via di motore. Stupende le barche moderne sulle andature portanti, ma di bolina dura quanti rimpianti per un bel dislocamento pesante a chiglia lunga. Il calvario dura fin sotto le coste di Kassos, dove il mare cala (di poco), mentre il vento rafforzato da gole e alture aumenta ancora: sotto raffica l’anemometro tocca i 48 nodi e la barca pur con un briciolo di vela naviga completamente sbandata. Ormai è notte, e viaggiare in quelle condizioni lungo coste mai viste prima, alla ricerca di un possibile ridosso valido, è piuttosto fastidioso. A mezzanotte passata, con le ossa a pezzi, caliamo l’ancora alla radice di un lungo fiordo dietro Capo Kelatros. Fine della giornata? Non ancora. Sotto raffica un’ancora sola non tiene, e occorre afforcarsi con una seconda ancora. Buonanotte.

Un massiccio alto e roccioso, che si addolcisce sul versante Nord costellato di isolotti: Kassos, isola dimenticata, estremo Sud del Dodecanneso, offre tanta natura e un gran senso di pace. Anche il Meltemi si è calmato lasciandosi dietro solo una leggera brezza e a Fri, unico scalo dell’isola, ci accolgono un miniporto e un molo per i traghetti protetto da un possente frangiflutti. Fri è un villaggio molto ricostruito, di poche anime, dove della grande tradizione marittima dell’isola non restano che i cannoncini esibiti al porto, testimonianza della distruzione che Kassos subì durante la guerra d’indipendenza (1824) ad opera della flotta turco-egiziana. Con un mare finalmente amico navigare diventa ora un rilassante godimento e le coste di Kassos scorrono veloci. Riattraversiamo le bocche di Karpathos e affrontiamo il versante occidentale dell’isola: oltre trenta miglia di costa inaccessibile, con un solo valido e particolarissimo ridosso all’estremo Nord. Inutile dirlo, siamo l’unica barca in circolazione, in un paesaggio di superba natura in cui la solitudine assume una dimensione esaltante. Nel pomeriggio, appollaiato sulla cima della montagna, avvistiamo Olympos, poi passate le rovine che si affacciano su Capo Vourgounda inizia la ricerca di Tristomo: praticamente un miglio e mezzo di fiordo con un accesso strettissimo ed invisibile. All’interno la protezione è totale contro qualunque vento, ma l’entrata con mare formato, come scopriamo presto, sarebbe una forma alternativa di suicidio: un canale di un centinaio di metri diviso in tre da due isolotti. Il passaggio centrale è un trabocchetto di rocce semiaffioranti, quello di sinistra (per chi entra) è appena sufficiente al passaggio di un gozzo; l’unico buono è il canale di destra, largo una decina di metri.

Tristomo è uno dei luoghi più suggestivi di Karpatos, un pianeta a parte, con alcune case abitate solo nella buona stagione, piccole chiese lambite dal mare e un silenzio totale rotto appena dal vento e dal lamento di un asino in amore. Un paesaggio simile ma più verticale ci accompagna lungo lo stretto (strettissimo) che separa Karpathos da Sarì a, il cui sbocco finale è un passaggio di pochi metri. E mentre a Sud si snoda il versante orientale di Karphatos, noi risaliamo lungo le coste alte e rocciose di Sarì a, isola apparentemente disabitata, il cui mare di rara trasparenza è un irresistibile richiamo subacqueo. Stupenda la caletta di Palatia, incastonata nella roccia, ornata di antiche rovine e, proprio in cima alla montagna, di un minuscolo monastero.

Orfani del Meltemi, in una navigazione fin troppo tranquilla, iniziamo la via del ritorno lungo il versante Nord di Rodi. Suggestivi gli isolotti di Halki e Alimnià, un tempo base di importanti flotte commerciali, frequentati anche dalle barche degli spugnari, e oggi simpatici villaggi di pescatori, meta abituale per il turismo nautico. Meno suggestiva è la costa di Rodi, bassa e orlata di lunghe spiagge, che riporta senza grandi emozioni a Capo Milon, estremo nord dell’isola. Il rientro in porto a notte inoltrata (che per i greci è più o meno l’ora di cena), dopo otto giorni di mare e solitudine, ci riporta il fragore e gli odori della città, lo sfavillio delle luci e il senso della realtà. Quasi doloroso l’ultimo ormeggio in banchina, presago del distacco da una barca a cui ci eravamo ormai affezionati. Ma a prenderci la cima a terra c’è già una coppia dall’indubbia apparenza nordica, testa di ponte del nuovo equipaggio: ammainata la bandiera di Nautica, da domani sull’Anemos sventolerà un vessillo svedese. Buon vento!

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