Storia della Coppa America, brocca delle 100 ghinee

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La storia della brocca d’argento costata ben 100 ghinee che piacque tanto agli americani che l’avevano ricevuta dalla Regina Vittoria e che rischiò di venire fusa per ricavarne medaglie ricordo della loro vittoria

La regina Vittoria era un po’ infastidita dal caldo, ma lei, la regnante dell’impero più grande del mondo, della flotta più importante dei Sette Mari, doveva pur mostrare interesse per quella regata intorno all’Isola di Wight a cui partecipava anche una goletta venuta a sfidarla da una sua ex colonia. La vela all’orizzonte era proprio quella della «America» e, come le fu annunciato, delle sedici barche inglesi che avrebbero dovuto facilmente batterla non si vedeva nemmeno l’ombra. «Non c’è nessun secondo, Maestà» è la frase che la tradizione ha messo in bocca a chi le annunciò l’arrivo, ma lei non se ne interessò più di tanto, felice di premiare al più presto qualcuno con quella brocca un po’ pacchiana, costata ben cento ghinee soltanto perché era stata cesellata con quasi quattro chili d’argento.

Eppure la brocca piacque molto agli americani che l’avevano vinta e in un primo momento decisero che l’avrebbero tenuta un anno per ciascuno, per mostrarla agli amici, poi volevano fonderla per coniare medaglie da tenere in ricordo della vittoria. Alla fine prevalse l’idea di donarla al New York Yacht Club che l’avrebbe messa in palio per una regata internazionale. Così, dopo diciannove anni, nel 1870 gli inglesi si presentarono con il «Cambria» a reclamare il loro diritto di sfida, ma furono battuti da ben nove barche che li precedettero sul traguardo in una regata di flotta in cui furono vittime di una serie infinita di angherie e di una condotta di squadra che li mise fuori gioco fin dai primi bordi.

Il Deed of Gift, l’atto di donazione con cui i soci avevano ceduto il trofeo al Club, non prendeva in considerazione il savoir faire e gli americani lo presero sempre alla lettera rivolgendo il regolamento sempre in loro favore. « Accettiamo la sfida a patto che la barca raggiunga la baia di New York dal paese di origine, con i propri mezzi» fu la clausola che accompagnarono all’accettazione della sfida, ed agli inglesi toccò fare buon viso a cattiva sorte, tanto più che pure loro non è che avessero ben chiaro il concetto di leggerezza per uno scafo.

Nel 1886, per esempio, William Henn si presentò con «Galatea» che all’interno aveva camini in ghisa e depositi di legna, una scimmia, otto cani e pesanti tappeti orientali. Una bella pretesa quella di battere il leggerissimo «Mayflower» che Edward Burgess aveva disegnato sulla falsariga del «Puritan» con cui aveva già vinto l’anno precedente contro «Genesta». D’altra parte gli americani si divertivano proprio a dileggiare i loro ex colonizzatori e così inventavano regate in bassi fondali, dove solo le loro barche a chiglia poco profonda si potevano destreggiare senza possibilità di insabbiamenti, oppure cambiavano la barca ad ogni regata presentando quella più adatta al tipo di vento della giornata.

Così, sempre al limite della rissa, la regata andò avanti per una cinquantina d’anni e per una decina di sfide, finché non arrivò un vero appassionato a dare forma stabile alle leggi che la governavano. Nel 1899 per la prima volta attraversò l’Atlantico uno «Shamrock» armato da Thomas Lipton, divenuto baronetto in seguito proprio per meriti sportivi, che tutti chiamavano «il droghiere del re», ricordandogli le sue umili origini ed il fatto che il suo titolo era dovuto solo all’amicizia con il Principe di Galles, Edoardo, che poi salì al trono alla morte della madre Vittoria.

Cinque furono i «Quadrifogli» che Lipton inviò in America a cercare di conquistare la Coppa, riuscendo con la sua notorietà a conquistare soltanto il mercato del tè. L’ultimo, il quinto della serie, serv&igrave comunque a regolamentare una nuova classe, i J, con cui si corse poi la sfida fino alla vigilia della guerra.

Nel 1934 Thomas Horace Murdoc Sopwith rischiò di portarsi a casa il trofeo con il suo «Endevour» costruito con tecniche aeronautiche, visto che lui era il proprietario della fabbrica dove nascevano gli aeroplani come quello del Barone Rosso. Sul due a zero però gli americani lo fermarono con una protesta che fece andare in bestia il sanguigno costruttore il quale cercò di rifarsi tre anni dopo, ma fu liquidato definitivamente dalla difesa che Harold Vanderbilt fece con «Ranger».

Questa fu l’ultima delle regate con le grandi barche di oltre quaranta metri. Nel dopoguerra, quando non c’erano più lord disposti a scialacquare enormi patrimoni per amor di patria né finanzieri in grado di sacrificare grossi capitali alle sfide veliche, si decise di correre con una barca meno dispendiosa, il 12 metri stazza internazionale. Furono gli anni delle reiterate sfide australiane e per la prima volta nel 1970 furono ammessi più sfidanti dando la possibilità anche al Barone Bich di fare la sua apparizione nella esclusiva Newport e pubblicizzare così la sua penna a sfera.

Nel 1974 sul difensore «Courageous» c’era un promettente timoniere di partenza, quel Dennis Conner che poi della Coppa divenne il simbolo per quasi un decennio. Prova oggi e prova domani, gli australiani di Alan Bond dopo reiterati assalti alla «Vecchia Brocca», come viene effettuosamente chiamato il trofeo, riuscirono a trovare la barca giusta e così vendicarono i cugini inglesi strappando dopo ben 132 anni la Coppa dalla bacheca del New York Club e portandosela a Perth.

Il timoniere della storica impresa, John Bertrand, si ritirò subito dalle competizioni preferendo rimanere per tutti l’uomo che aveva conquistato il trofeo. Si era ritirato al massimo della carriera, come Greta Garbo. Ben Lexcen, l’ideatore della famosa chiglia di «Australia II», divenne il simbolo della tecnologia e Dennis Conner, che a bordo della sua «pesante Liberty» aveva perso, il simbolo vivente della competizione. Invece di sostituire la Coppa con la testa del timoniere che l’aveva persa, come avevano da sempre minacciato, gli americani si schierarono in massa con il timoniere di San Diego che così nella edizione successiva fu in grado di riconquistarla per la sua città.

«Stars & Stripes» vinse nettamente nelle agitate acque dell’Oceano Indiano, e in seguito Dennis Conner fu incaricato di difendere il trofeo nella sfida-beffa organizzata dai neozelandesi di Michael Fay con la mastodontica barca di quaranta metri progettata dall’arguto Bruce Farr. Con il veloce catamarano Dennis liquidò in due solo battute l’avversario al largo di Point Loma. La sfida fu sì una farsa, ma servì a far abbandonare gli ormai obsoleti 12 metri per i più moderni Coppa America con cui si &egrave gareggiato in queste ultime edizione.

Per l’Italia la storia comincia solo nell’83 con l’indimenticabile « Azzurra», ma è subito declino nell’edizione successiva, dove « Azzurra3» ed «Italia» non riescono neanche a passare in semifinale. Poi il miracolo de «Il Moro di Venezia», prima vincitore del Campionato Mondiale di classe e quindi per la prima volta nella storia del trofeo in rappresentanza dell’Italia nella competizione più antica, esclusiva e tecnica della vela internazionale: la Coppa America.

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