Il viaggio intorno al mondo di Darwin sul brigadino Beagle

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Scritto da Nautica Editrice

Charles Darwin nel suo giro del mondo come naturalista a bordo del brigantino inglese Beagle e lo sviluppo della teoria dell’evoluzione nel suo trattato più famoso, l’Origine della Specie

Dio, che fatica riuscire a convincere il padre a lasciarlo partire! Ma alla fine vi era riuscito ed ora Charles Darwin, un giovane di 22 anni appena laureato presso un collegio seminarista di Cambridge, poteva imbarcarsi come naturalista sulla nave inglese “Beagle”. L’offerta gli era giunta, del tutto inaspettatamente, nell’estate del 1831 e rappresentava una di quelle rare e fortunate occasioni che sono in grado di cambiare il corso della vita di un uomo. Non doveva assolutamente perderla! Lo scopo della spedizione finanziata dall’Ammiragliato britannico era duplice: completare il rilevamento idrografico delle coste del Sud America ed arrivare ad una determinazione più precisa della latitudine facendo tutta una serie di calcoli attorno al globo. Tempo previsto per l’impresa: da un minimo di 2 a 4 anni circa. Anche l’incontro con il nobile Robert Fitz Roy, il giovanissimo comandante della “Beagle”, era andato meglio di quanto Darwin avrebbe potuto aspettarsi. Il comandante, un aristocratico altero e sdegnoso, aveva dichiarato all’Ammiragliato che avrebbe imbarcato a bordo della “Beagle” solo coloro che gli fossero andati particolarmente a genio e soprattutto il naturalista doveva piacergli, dal momento che con costui egli avrebbe dovuto dividere la propria cabina.Non si può comprendere appieno l’importanza del viaggio e delle scoperte fatte da Darwin se non proviamo per un attimo ad immedesimarci nelle credenze religiose della prima metà del XIX secolo, epoca in cui ogni parola della Bibbia era interpretata nel senso letterale del termine. Indiscutibile era quindi che il mondo fosse stato creato da Dio in sei giorni esatti, che l’uomo era stato fatto sin dal primo momento a sua immagine e somiglianza, che tutte le creature della terra erano state create nello stesso istante e che le varie specie erano sopravvissute al Diluvio Universale grazie a Noè che aveva imbarcato un maschio ed una femmina di ogni specie sull’Arca. Si trattava di verità assolute ed immutabili, che mai nessuno aveva osato confutare apertamente. Inoltre proprio in quel periodo – incredibile a dirsi! – un vescovo inglese ed un cattedratico dell’Oniversità di Cambridge, a seguito di complicati e misteriosissimi calcoli, erano riusciti addirittura a stabilire la data esatta della Creazione del mondo: il 23 ottobre del 4004 a.C. alle ore 9 del mattino! Tale data, consacrata dalle affermazioni di un vescovo, era stata immediatamente accettata e stampata su numerosissime nuove edizioni del Vangelo.

Il comandante Fitz Roy, oltre al compito assegnatogli dall’Ammiragliato, aveva un proprio obiettivo religioso da perseguire attraverso questo viaggio, cioè quello di dimostrare una volta per tutte le verità assolute contenute nella Bibbia e in particolare nel libro della Genesi. Secondo quanto egli riteneva un naturalista avrebbe potuto trovare facilmente, attraverso il periplo attorno al mondo, le prove del Diluvio Universale e della prima apparizione di tutte le cose create da Dio sulla Terra in quei famosi sei giorni indicati dalla Bibbia. Non è da escludere che sulla sua decisione di scegliere proprio Darwin quale naturalista di bordo abbia influito anche il fatto che il nostro giovane “bachelor” a quel tempo fosse in procinto di intraprendere, secondo il desiderio paterno, la carriera ecclesiastica. Del resto Darwin stesso a quel tempo non dubitava minimamente della verità letterale delle Sacre Scritture. Probabilmente però la sua mente doveva già covare il germe di quanto egli avrebbe poi rivelato al mondo sul concetto dell’evoluzione, perché influenzato dagli scritti di Lamark e di Buffon, ma soprattutto da quelli di suo nonno, il dottor Erasmus Darwin, che aveva lavorato con una certa intuizione attorno al concetto di evoluzione, anche se non giunse mai a definirla particolarmente.

Dopo aver quindi convinto i genitori ed ottenuto la somma necessaria per mantenersi, 500 sterline, Darwin pregò la sorella Susan di occuparsi di far preparare il suo corredo di bordo: 12 camicie nuove, le pantofole, un paio di scarpe da passeggio piuttosto leggere, la sua bussola da geologo, il microscopio, i suoi libri di spagnolo ed un libretto intitolato “Tassidermia”. Alle armi, delle quali il comandante Fitz Roy gli aveva caldamente suggerito di rifornirsi, pensò egli stesso, acquistando a Londra per 50 sterline un “astuccio di ottime pistole e un fucile molto buono”.

L’11 settembre, Darwin ebbe finalmente modo di vedere, ancorata a Plymouth, la “Beagle”, un piccolo brigantino di 242 tonnellate, armato con 10 cannoni. Seppure fosse lunga solo 27 metri avrebbe dovuto ospitare a bordo ben 74 persone di equipaggio. Nonostante ciò Darwin ne rimase entusiasta e scrisse alla sorella: “Nessun vascello è mai stato armato con tanto dispendio e tanta cura. Tutto quello ch’era possibile è stato fatto in mogano”. Gli ufficiali di bordo erano sette: Wickman, primo ufficiale, Sullivan, secondo ufficiale che aiutava il comandante nei rilevamenti, Mac Cormick, ufficiale medico, Bynoe, il suo assistente, Rowlett, il commissario di bordo, King, il guardiamarina, Earle, un artista disegnatore. Tutti “ragazzi intelligenti, attivi e decisi”, come Darwin ebbe a scrivere, seppure piuttosto rozzi se paragonati all’aristocratico comandante Fitz Roy. Completavano l’equipaggio un ufficiale di rotta ed i suoi due secondi, il nostromo, il capo carpentiere, alcuni amanuensi, 8 fanti di marina, 34 marinai e 6 mozzi. Infine sarebbero saliti a bordo anche tre passeggeri, York Minster, Jemmy Button ed una ragazza, Fuegia Baskett, tutti indigeni fuegini, cioè abitanti della Terra del Fuoco, che Fitz Roy aveva portato con sé in Inghilterra da un viaggio precedente e che aveva fatto istruire a sue spese per un anno, mirando soprattutto a dar loro un’educazione religiosa. Ora, grottescamente “europeizzati”, dovevano venire riportati nella loro terra, dall’altra parte del mondo, affinché diffondessero, secondo l’intento di Fitz Roy, il Cristianesimo e la civiltà in mezzo alla loro gente.

I preparativi per la partenza si protrassero per oltre 2 mesi. Dopo l’eccitazione iniziale Darwin, non avendo nulla da fare per tutto il giorno, si ritrovava particolarmente avvilito. “La mia principale occupazione è quella di andare a bordo della “Beagle” e cercare di assomigliare più che posso ad un marinaio. Ma non credo di averla data a bere né a uomini, né a donne, né a bambini” scriveva a casa.

Finalmente alle ore 14,00 del 27 dicembre 1831, dopo alcuni precedenti tentativi mancati di prendere il largo, un buon vento da est gonfiava le vele del brigantino e mentre il fischietto del timoniere scandiva il tempo degli uomini alle manovre, Darwin salutava l’Inghilterra che spariva alla vista.

Il mal di mare lo colpì impietosamente fin dal primo momento: “Quello che ho sofferto – avrebbe poi scritto al padre – è qualcosa che non avrei mai immaginato… ma la vera disperazione comincia solo quando sei così sfinito che basta un piccolo sforzo perché tu ti senta svenire. Non ho trovato altro sollievo che starmene disteso sulla mia amaca”. Per giorni e giorni non avrebbe mangiato altro che uva. Vergognandosi di fronte all’equipaggio, e timoroso che Fitz Roy non lo giudicasse all’altezza del viaggio e decidesse quindi di sbarcarlo, cercava in tutti i modi di farsi forza e di non lamentarsi mai. Finalmente il 18 gennaio la nave giunse alle isole di Capo Verde, dove sostò per 12 giorni, e Darwin ebbe modo di riprendersi un poco mentre Fitz Roy era occupato a determinare l’esatta posizione delle isole. Era la prima volta che il nostro giovane naturalista poteva osservare delle isole di formazione vulcanica, e qui egli pensò che anche lui, un giorno, avrebbe potuto scrivere un libro di geologia. Sogni a parte, egli si mise subito al lavoro e cominciò a raccogliere materiale botanico e zoologico, osservando, registrando e facendo disegnare da Earle tutto quanto di nuovo o comunque di interessante gli capitasse sotto gli occhi.

Durante la sosta seguente alle Rocce di San Paolo, un piccolo arcipelago che dista circa 600 miglia dal Brasile, Darwin rimase colpito dal gran numero di uccelli che popolavano quelle scogliere, volteggiando in stormi immensi che quasi oscuravano il cielo. Le due specie principali, sule e sterne, “erano di un’indole così docile e stupida e così poco abituate a vedere gente che avrei potuto ucciderne anch’io quante ne volevo col mio martello da geologo”.

La “Beagle” solcò quindi le acque equatoriali di fronte al Brasile accompagnata dai salti festosi di innumerevoli delfini e dal vociare continuo di miriadi di uccelli marini. Darwin ora si sentiva molto meglio, anche se un leggero mal di mare lo avrebbe accompagnato per tutto il resto del viaggio. La sua vita a bordo si svolgeva in modo ritmato, semplice e spartano. Lo studio e la selezione degli animali marini venivano interrotti solo dalle soste per mangiare: alle 8 la prima colazione; alle 13 il pranzo, sempre vegetariano, composto da riso, piselli, pane ed acqua; alle 17 la cena, che poteva comprendere la carne ed alimenti antiscorbuto, sottaceto, mele secche e succo di limone. Vino e liquori non venivano mai serviti. “Trovo che una nave è una casa molto comoda, con tutto quello che uno vuole, per cui, se non fosse per il mal di mare, credo che tutto il mondo farebbe il marinaio” scrisse al padre, e ancora “quella parte del mio tempo che passo come marinaio… è incredibilmente piacevole: adoro questo semplice vivere sulle acque azzurre”. A bordo ormai Darwin se la intendeva molto bene con l’equipaggio dal quale veniva affettuosamente chiamato “l’acchiappamosche”.

La “Beagle” procedeva frattanto velocemente verso il Brasile ad una velocità media di circa 160 miglia ogni 24 ore e, dopo 63 giorni dalla partenza, attraccò a Salvador (Bahia). Qui Darwin ebbe il primo incontro con la foresta tropicale e ne rimase talmente affascinato da definirla uno scenario da “Mille e una notte”. Luci sfolgoranti e ombre cupe, silenzi angosciosi e suoni terribili, innocui animaletti e crudeli predatori, sensazioni di pace o di allarme improvviso. Tutto era nuovo per lui e strepitoso. Il 3 aprile il brigantino entrava nella stupenda baia di Rio de Janeiro dove Darwin sbarcò per prendere alloggio in città e potersi dedicare alle sue escursioni. Gli uomini della “Beagle” frattanto avevano intrapreso il rilevamento di quel tratto di costa brasiliana. La foresta tropicale si rivelò a Darwin in tutta la sua magnificenza, lasciandolo spesso incredulo e sbigottito: “È tutto un groviglio di piante che si avviluppano ad altre piante – come trecce di capelli – lepidotteri meravigliosi – silenzio – alleluja”, scrisse sul suo quadernetto con frasi lapidarie, nell’impossibilità di riuscire a descrivere il proprio entusiasmo. Orchidee, farfalle, uccelli variopinti, tucani, formicai alti più di quattro metri, piante aromatiche, insetti mai visti, temporali improvvisi e caldo soffocante, e ovunque colori sfolgoranti di tonalità mai viste. Seppure il lavoro si presentasse immane, egli vi si buttò entusiasticamente a capofitto, aiutato da Earle, che disegnava per lui paesaggi, animali e piante con ritmo continuo.

La crudele legge della foresta, basata sulla vittoria dell’essere più forte sul più debole, si rivelava qui in tutta la sua impietosa crudezza. Il giovane naturalista rimaneva ore ad osservare i ragni in agguato degli insetti, le colonne delle terribili formiche-soldato che avanzavano in formazioni compatte sterminando tutti gli insetti ed i piccoli animali che sventuratamente si trovavano sul loro cammino. Egli notò subito come il mimetismo fosse una qualità indispensabile per la maggior parte dei più piccoli esseri viventi, per cui gli animali più deboli per sopravvivere dovevano necessariamente camuffarsi, assumendo forme e colori che dovevano trarre in inganno i predatori. Avere la capacità di riuscire ad assomigliare all’occorrenza ad un piccolo ramoscello, ad una pietra o ad una foglia era l’unico mezzo che essi avessero a disposizione per salvarsi la vita.

Visitando le fattorie coloniche del Brasile Darwin rimase letteralmente sconvolto dal trattamento crudele inflitto agli schiavi di colore al punto da fargli scrivere in seguito: “Prima di partire per l’Inghilterra mi fu detto che dopo aver vissuto in un paese schiavista avrei cambiato radicalmente il mio modo di pensare. Il solo cambiamento di cui mi accorgo è che mi sto facendo un concetto sempre più alto dei negri”. E ancora: “Ringraziando Dio non dovrò più mettere piede in un paese schiavista. Anche oggi, se sento un grido lontano mi ricordo come fosse ora il dolore che provai quando passando accanto ad una casa nei pressi di Pernambuco sentii dei gemiti strazianti e non potei fare a meno di pensare che si stava torturando qualche schiavo. Ma allora non ero assolutamente in condizioni da poter sollevare delle rimostranze. Ricordo inoltre di un ragazzo di 6 o 7 anni colpito tre volte con un frustino da cavallo sulla testa nuda, prima che io potessi intervenire, per avermi porto un bicchiere d’acqua non del tutto pulito, e ricordo suo padre che tremava al solo sguardo del proprio padrone”.

Per quasi due mesi, mentre la “Beagle” procedeva ad effettuare i rilevamenti idrografici costieri, Darwin restò a terra assieme al disegnatore Earle e al guardiamarina, effettuando numerose spedizioni all’interno, raccogliendo, imbalsamando ed impacchettando, per poterli poi spedire a Londra, centinaia di esemplari di ogni tipo di insetti, uccelli e conchiglie rare. Scriveva: “Mi sto dedicando completamente alla storia naturale, e non puoi immaginare lo stupendo, egoistico piacere che provo quando mi capita di esaminare un animale che si differenzia grandemente da ogni genere conosciuto”.

All’inizio di luglio la “Beagle” riprese il viaggio verso sud, verso le quasi sconosciute regioni della Patagonia e della Terra del Fuoco, e per Darwin ricominciò purtroppo il terribile mal di mare. Con grande sforzo riuscì a stento ad annotare sul suo diario: “Forte mal di mare. Pesci volanti – focene”. Il brigantino comunque rappresentava per lui una vera e propria casa, e spesso nei suoi appunti di viaggio egli ne parla con affetto ed orgoglio per il fatto ad esempio “che nelle manovre batte ogni altra nave”, o perché “a bordo c’è tanto bell’ordine e disciplina” o ancora, “perché qui tutto è a posto, tutto è organizzato come si deve, dai cannoni lucenti come specchi, alle vele sempre in perfetto assetto”.

Baja Blanca comparve all’orizzonte il 7 di settembre ed una volta approdati Fitz Roy cominciò subito ad occuparsi del rilevamento delle coste della Patagonia che nessuno aveva ancora mai fatto, mentre Darwin riprese le sue escursioni esplorative. Fu qui, lungo la spiaggia di Punta Alta, che Darwin realizzò una delle scoperte più importanti: ai piedi del dirupo, disseminate su una superficie di circa 200 metri quadrati, egli rinvenne una notevole quantità di ossa fossili, di dimensioni enormi e dalla forma piuttosto strana. Sino ad allora era stato rinvenuto un solo scheletro di animale preistorico, anche in quel caso in Argentina, e quindi, praticamente ancora nulla si conosceva sull’argomento. Proseguendo nello scavo Darwin cominciò a rendersi subito conto di trovarsi di fronte a resti scheletrici di animali sconosciuti alla zoologia moderna, scomparsi dalla terra molti millenni addietro. Ma l’osservazione più importante riguardò il fatto che questi animali, pur essendo di specie diverse, avevano tuttavia una stretta rassomiglianza con i loro equivalenti di dimensioni molto più piccole che vivevano nel nostro tempo. “Questa meravigliosa parentela, nello stesso continente, tra morti e vivi getterà indubbiamente una luce nuova sulla comparsa degli esseri organici sulla terra e sulla loro scomparsa”. La scoperta dei resti fossili di un cavallo, posta in relazione al fatto che quando gli spagnoli giunsero in Argentina questo animale era ancora sconosciuto, indusse Darwin a formulare l’ardita ma corretta ipotesi che forse le varie specie cambiavano e si sviluppavano continuamente e che quelle che non riuscivano ad adattarsi all’ambiente perivano. Se era così, cominciò a pensare Darwin, voleva forse poter dire che anche gli attuali abitanti della terra erano assai diversi da quelli che Dio aveva originariamente creato.

Fu a questo punto che egli per la prima volta cominciò fortemente a dubitare che la Creazione avesse avuto luogo in una sola settimana, potendo invece essersi trattato di un processo continuo fin da tempi remoti. Grave eresia era a quel tempo il solo pensare una cosa del genere! Come si poteva conciliare una tale ipotesi con le parole della Bibbia che affermavano che il mondo come Dio lo aveva creato al principio si era preservato immutato fino ai giorni nostri? Frattanto altri scheletri fossili erano emersi anche presso altre località, a Santa Fè e a Montevideo, tanto da far scrivere a Darwin che “l’intera regione delle pampas è un immenso sepolcro di questi quadrupedi estinti…” e che “non esiste nella lunga storia del mondo un fatto altrettanto impressionante della vasta e ripetuta strage dei suoi abitanti”! Ma perché questi enormi bestioni ad un certo punto si erano estinti? Forse perché l’istmo di Panama rimasto sommerso per decine di milioni di anni si era ad un certo punto sollevato mettendo in comunicazione le due Americhe e facendo si che feroci predatori del Nord giungessero a sterminare i mansueti ed indifesi bestioni dell’America del Sud? Si, Darwin – noi oggi lo sappiamo – ancora una volta aveva colpito nel segno! Seppure egli stesso non ne fosse del tutto consapevole, le sue considerazioni, che coraggiosamente osavano contrapporsi alle false verità immutabili del suo tempo, erano esatte. Del tutto inutile si rivelò comunque il tentativo di farne partecipe Fitz Roy, essendo egli un tipico esponente dell’ottuso conservatorismo religioso del tempo.

A metà dell’estate la “Beagle” raggiunse Capo Horn ma dovette lottare per un mese contro onde gigantesche per riuscire finalmente a doppiarlo e raggiungere il tranquillo ancoraggio di Goree Roads all’ingresso del canale al quale, nel viaggio precedente, era stato dato il nome di “Beagle”. La Terra del Fuoco era decisamente una terra inospitale, con ghiacciai che scendevano fino al mare, sempre sferzata da un vento gelido. Gli abitanti fuegini erano più simili ad animali selvaggi che ad uomini. Nonostante il freddo paralizzante della regione essi giravano nudi, con la pelle spalmata di grasso, il viso dipinto a strisce rosse e nere e con lunghi capelli arruffati. Non sapevano coltivare nulla e vivevano cibandosi di pesci, crostacei e mammiferi marini. Il loro atteggiamento non era però ostile e non avevano paura dell’uomo bianco. Ma questo non era ancora il villaggio dei tre fuegini imbarcati sulla nave, e quindi la “Beagle” riprese subito il mare per giungere al Ponsonby Sound, dove una flotta di canoe festanti mosse subito loro incontro per porgere il benvenuto.

Come Darwin supponeva, l’incontro tra gli abitanti del villaggio e i tre fuegini europeizzati, che ormai parlavano inglese e vestivano all’occidentale, si rivelò traumatico. “Faceva ridere e nello stesso tempo quasi muoveva a compassione sentirlo (Jemmy) parlare in inglese ai suoi fratelli selvaggi e poi chiedere loro in spagnolo se lo capivano”. Dopo solo un anno di permanenza in Inghilterra il fuegino aveva già completamente dimenticato la sua lingua originaria. Comunque a poco a poco la situazione migliorò riuscendosi in parte a ristabilire gli antichi rapporti di familiarità e di sangue. A Darwin comunque i fuegini non piacquero affatto. Li trovava inaffidabili, avidi di ricevere o rubacchiare qualsiasi cosa giungesse loro a portata di mano, crudeli e cannibali! Uomini che durante gli inverni più duri – era stato lo stesso Jemmy Button a raccontarlo – arrivavano al punto di uccidere e mangiare le proprie donne. I cani non venivano invece mai sacrificati perché “cane prende lontra – spiegarono i fuegini – donne buone a niente, uomini molto affamati”.

Dopo una breve sosta la “Beagle” ripartiva per proseguire i rilevamenti idrografici lasciando a terra i tre fuegini che avrebbero dovuto, secondo le speranze di Fitz Roy, diffondere la civiltà ed il Cristianesimo tra i loro fratelli selvaggi. Il risultato? Quasi un anno dopo, quando gli uomini della “Beagle” tornarono presso l’accampamento, lo trovarono completamente devastato e con le coltivazioni abbandonate. Due dei fuegini che erano stati riportati nella loro terra, York Minster e Fuegia Basket, se ne erano già andati via da parecchio tempo, mentre Jemmy Button si era ormai completamente disfatto di ogni traccia di civiltà ed i nostri uomini riuscirono a stento a riconoscerlo, nudo e magro come era! Di tornare in Inghilterra non voleva neanche sentir parlare, aveva preso moglie e lì con lei, tra la sua gente, voleva restare. L’esperimento di Fitz Roy era dunque completamente fallito e ciò rappresentò per lui un colpo durissimo che contribuì ad indurire un carattere già poco equilibrato per natura.

Nella primavera del 1833 Fitz Roy, rendendosi conto che completare il rilevamento delle coste del Sud America era troppo gravoso per la sola “Beagle”, decise di noleggiare due piccole imbarcazioni ed acquistare un battello americano di 170 tonnellate, l”Adventure”, fino ad allora utilizzato per la pesca delle foche. Non avendo tempo di avvisare l’Ammiragliato egli anticipò personalmente i soldi necessari nella certezza che in seguito l’Ammiragliato glieli avrebbe rimborsati. Come al solito Darwin non restò a bordo per seguire i rilevamenti ma si fece sbarcare a Maldonado, all’imbocco del Rio della Plata, dove fece tappa per dieci settimane collezionando mammiferi, uccelli e rettili. “Mi considerano una tale curiosità – scrisse alla sorella riguardo agli abitanti del luogo – che hanno persino voluto che visitassi una donna ammalata”. Durante l’estate, per oltre 40 giorni, Darwin effettuò una interessantissima escursione nella pampa argentina, una pianura desolata e sterminata dove vivevano tribù di indiani selvaggi.

Ancora una volta l’esperienza si rivelò esaltante. Era affascinante osservare le abitudini di caccia dei “gauchos” che usavano le “bolas” per atterrare gli animali in fuga, ammirare la capacità dei cani pastore di difendere i greggi di pecore. Nel suo diario egli elenca e descrive un’infinità di animali: struzzi, armadilli, moffette, cigni ed un numero enorme di uccelli mai visti. L’8 settembre Darwin entrava cavalcando come un perfetto “gaucho” a Buenos Aires dove restò ammirato delle donne spagnole al punto di osservare: “Come sono stupide le donne inglesi: non sanno né vestirsi né camminare”. Durante un’escursione a Santa Fé egli si imbatté nuovamente in un gran numero di ossa fossili rinvenute lungo le rive del fiume Paranà. Diversamente da Darwin, Fitz Roy non si mostrò affatto contento quando un mese dopo vide il nostro naturalista tornare a bordo carico fino all’inverosimile di ossa, pelli di uccelli, conchiglie, serpenti sotto spirito, strani animaletti ed armi locali. “Ma almeno – chiedeva Fitz Roy – era riuscito a mettere in relazione tutte le sue scoperte con le verità fondamentali della Bibbia?” Un grave silenzio imbarazzato fu la risposta di Darwin.

Il 7 dicembre 1833 la “Beagle” e l'”Adventure”, dopo aver imbarcato provviste, per un anno drizzarono le vele verso l’Oceano Pacifico. Lungo il viaggio sostarono per un pò in Patagonia ed alle isole Falkland. A Porto Deseado, la “Beagle” andò a sbattere contro uno scoglio lasciandoci un pezzo di controchiglia. Per ripararla dovettero tornare indietro fino alla foce del Rio Santa Cruz dove, con l’aiuto dell’alta marea, riuscirono a portarla in secco per effettuare le riparazioni.

Approfittando della sosta forzata Darwin, accompagnato questa volta anche dal comandante Fitz Roy, decise di esplorare il Rio Santa Cruz, risalendolo fin dove esso fosse navigabile, nella speranza di poter giungere fino ai piedi delle Ande.

Equipaggiarono così tre scialuppe, vi presero posto in 25 e partirono, spinti dal vento e facilitati dalla marea. Quando questi due elementi venivano a mancare il viaggio si faceva meno piacevole: a mezzo di funi le imbarcazioni dovevano venire rimorchiate da terra. Dopo essere penetrati per oltre 200 chilometri all’interno ecco apparire le alte vette nevose delle Ande. Ma purtroppo il massacrante viaggio controcorrente si rivelò alla fine del tutto inutile perché Fitz Roy, ritenendo di non poter più sprecare altro tempo, decise di tornare alla “Beagle” che ormai doveva essere stata riparata. In tre giorni, spinte dalla corrente alla velocità di 15 chilometri all’ora, le tre imbarcazioni raggiunsero la nave, trovandola “in acqua, tutta pitturata di fresco, che brillava come una fregata”.

Attraversarono quindi la gelida Terra del Fuoco in mezzo a pericolose masse di ghiaccio che rotolavano in mare dai ghiacciai soprastanti facendo oscillare pericolosamente la nave. “La vista di una simile costa – appuntava Darwin – sarebbe sufficiente a far sognare a uno di terra naufragi, pericoli e morte per una settimana”. Accompagnati da tremende tempeste risalirono quindi la costa del Cile fino a giungere, nel luglio del 1834, dopo otto lunghi mesi di navigazione, nell’accogliente porto di Valparaiso. Darwin non perse tempo: in pochi giorni organizzò e partì per la tanto desiderata escursione sulla Cordigliera delle Ande. Seppure strabiliato dalle meraviglie zoologiche e botaniche che incontrava ad ogni passo, il suo interesse primario restava la geologia di queste montagne.

Da quanto tempo erano là? Di che rocce erano composte? Perché si trovavano là? Quando a quota 3600 metri rinvenne un letto di conchiglie fossili e poco sotto una piccola foresta di pini pietrificati circondati da rocce marine, Darwin cominciò ad intuire e ad abbozzare delle risposte. Questi alberi che si trovavano un tempo sulle rive dell’Atlantico, ora distante circa 110 chilometri, erano prima sprofondati in mare per poi riemergere in tempi geologici piuttosto recenti, sollevandosi in mezzo a terribili eruzioni vulcaniche fino a 2100 metri. Fantastico Darwin! Per apprezzarne appieno l’intelligenza, cerchiamo di non scordare mai che, a quei tempi, la gente si accontentava di pensare che le montagne, come tutte le altre cose del creato, erano state fatte da Dio nel modo definitivo in cui l’uomo le vedeva!

Frattanto a bordo della “Beagle” le cose si erano messe male per Fitz Roy. L’Ammiragliato gli aveva fatto sapere che, non essendo stato preventivamente consultato circa l’acquisto della seconda nave, esso non lo approvava, e quindi lo stesso Fitz Roy avrebbe dovuto personalmente accollarsi tutto quello che c’era da pagare. Per il nostro comandante, ferito nell’orgoglio, si trattò di un altro colpo durissimo. Dopo aver fallito nel suo tentativo di cristianizzare la Terra del Fuoco, stanco morto per aver fronteggiato con innegabile capacità le fatiche e le prove più dure, questa nuova batosta proprio non ci voleva. Bastò per farlo entrare in un profondo stato depressivo, per indurlo a ritenere di non essere assolutamente più in grado di portare a termine i rilevamenti e farlo decidere a dare le dimissioni da comandante della “Beagle”. Grazie a Dio i suoi uomini riuscirono giustamente a convincerlo che la sua insicurezza dipendeva unicamente dalla paura di non riuscire a portare a termine il rilevamento della Terra del Fuoco potendosi servire della sola “Beagle” e sarebbe quindi bastato abbandonare l’idea di tornare laggiù ed effettuare solamente i rilevamenti delle coste incontrate durante il viaggio di ritorno verso l’Inghilterra. E così fu deciso.

Frattanto i rapporti fra Darwin e Fitz Roy si erano notevolmente incrinati: il nostro naturalista ora non era più disposto ad accettare le parole della “Genesi” mentre Fitz Roy continuava a ritenere che le Ande non erano mai emerse dal mare, che le montagne erano sempre state là dove le vedeva ora e che il diluvio le aveva semplicemente ricoperte. Era ormai uno scontro aperto e l’oggetto del contendere era la fede. Preavvisato quasi un mese prima dell’eruzione improvvisa di tre vulcani, il 20 febbraio del 1835, il Cile Meridionale fu scosso da un immane terremoto dalle conseguenze catastrofiche. Darwin quel giorno si trovava poco più a sud quando improvvisamente ne avvertì le scosse. Ma fu solo al rientro nel porto di Talcahuano che egli si rese veramente conto dell’immane tragedia che si era abbattuta sulla regione. Ovunque erano macerie, morte e distruzione. Un maremoto si era inoltre riversato sulla costa distruggendo quanto si era miracolosamente salvato dalle scosse telluriche. Ondate gigantesche si erano più volte abbattute sopra le navi che si trovavano all’ancora per poi ritirarsi nuovamente in mare mandando alcuni legni a sbattere sul fondale e trascinando con sé tutto quanto l’acqua era riuscita a strappare alla terra. Stranamente la maggior parte delle navi resistette al maremoto. Inspiegabilmente infatti le ancore avevano tenuto.

Attraversando la città distrutta con Fitz Roy, Darwin non perse l’occasione di fargli notare che a seguito del terremoto la terra si era sollevata di alcune decine di centimetri. Quale prova più lampante di questa poteva esserci, a suo parere, che la terra poteva sollevarsi dal mare, dando così una spiegazione ai depositi di rocce e conchiglie marine che si potevano vedere ad esempio sulle Ande? Non poteva essere che al di sotto della crosta terrestre si trovava un immenso mare di magma fuso e incandescente che ogni tanto riusciva a bucare la crosta esterna? Inutile comunque fu cercare di convincere Fitz Roy, e fu difficile, circa 20 anni dopo, riuscire a convincere il mondo. Navigando verso l’arcipelago delle Galapagos, altri grandi problemi urgevano nella testa di Darwin chiedendo a gran voce delle risposte: le piante, gli animali e l’uomo stesso da dove erano venuti? Come si erano generati? E l’uomo primitivo? Perché sulla terra coesistevano uomini civili e uomini selvaggi?

Ardite risposte serpeggiavano già nella mente di Darwin ma per ora egli non osava dichiararle certe neppure a se stesso.

Dal 16 settembre al 20 ottobre 1835i nostri uomini sostarono alle Galapagos, nome che significa “tartarughe giganti”, un gruppo di isole assai frequentate dove ogni anno sostavano dalle 60 alle 80 baleniere americane per rifornirsi di acqua dolce e carne di tartaruga. Qui ovunque era un trascinarsi di iguane e tartarughe, un levarsi di cormorani e uccelli di ogni tipo. Mentre gli uomini della “Beagle” si dedicavano alla pesca che “rendeva gli uomini molto felici tanto che dappertutto si sentivano grandi risate e tonfi di pesci sul ponte”, fu qui che Darwin elaborò nella sua mente una concezione precisa dell’evoluzione della vita sul nostro pianeta. Riordinando la sua raccolta di animali e piante egli si accorse infatti con stupore che la maggior parte dei campioni raccolti erano specie uniche, pur rassomigliando ad altre del Sud America, ed inoltre che le specie differivano da un’isola all’altra delle Galapagos anche se esse distavano tra loro spesso solo poche decine di miglia.

Tra i vari esemplari fu soprattutto il gran numero delle differenti specie di fringuelli e la loro varietà di becchi a stupirlo. Ma anche la ragione di ciò gli apparve subito chiara: tali differenze dipendevano sicuramente dai diversi alimenti che gli uccelli avevano trovato nelle varie isole per cui, attraverso successive generazioni, essi vi si erano adattati sviluppando, a seconda del caso, becchi assai robusti per spezzare semi e nocciole, o becchi più sottili per acchiappare gli insetti o beccare fiori e frutti. Il sorgere di queste nuove specie era stato favorito dall’isolamento proprio di ciascuno di quei luoghi, per cui i piccoli fringuelli, ad esempio, avevano potuto svilupparsi adattandosi alle diverse possibilità alimentari che il territorio offriva. Solo molto più tardi Darwin avrebbe ulteriormente elaborato questi elementi facendone il cardine della sua teoria della selezione naturale.

Per ora la sua tesi era questa: il mondo non era stato affatto creato in un unico istante ma era il frutto di una evoluzione continua di un qualcosa di infinitamente primitivo. Le Galapagos ad esempio erano emerse dal mare assai di recente a seguito di varie esplosioni vulcaniche. Qui erano giunti prima gli uccelli che avevano involontariamente trasportato nel fango delle loro zampe o negli escrementi semi di varia natura. Altre varietà di semi erano invece giunte probabilmente dal mare per poi attecchire sulla terraferma. Le lucertole erano arrivate sopra tronchi d’albero alla deriva. Le tartarughe nuotando. Ogni specie comunque si era adattata all’ambiente ed al cibo che aveva trovato e quelle che non erano riuscite a far ciò, o non erano riuscite a difendersi dalle altre specie, erano scomparse. Questo doveva essere capitato – intuì subito Darwin – ai grandi bestioni fossili le cui ossa aveva rinvenuto nella Patagonia: quando l’istmo di Panama era emerso essi erano stati raggiunti da specie nemiche più forti che ne avevano causato l’estinzione. Ma egli osò andare ancora oltre, intuendo che anche l’uomo, all’inizio, fosse probabilmente un essere quanto mai primitivo, molto più dei fuegini e forse anche delle scimmie antropomorfe, ma che era riuscito ad evolversi grazie alla sua particolare indole aggressiva che lo aveva protetto dalle altre specie. Forse tutte le specie – egli arrivò a pensare – avevano avuto origine da un antenato comune.

Lasciate le Galapagos la “Beagle” prese finalmente la via di casa, solcando l’oceano alla velocità di 150 miglia di media al giorno. Tutti a bordo erano malati di nostalgia. Darwin scriveva a casa: “Oh quanto, quanto bramo di poter ancora una volta vivere tranquillo, senza alcun oggetto nuovo vicino a me. Nessuno che non abbia fatto il giro del mondo per cinque lunghi anni a bordo di un brigantino da 10 cannoni può immaginarlo” e ancora “… non ho voglia di scrivervi altro, di ripetervi fino alla noia quanto mi strugga di sedermi di nuovo in mezzo a voi… sono convinto, sicuro che lo scenario dell’Inghilterra è dieci volte più bello di quanti ne ho visti finora… ho una brama continua, mi sento come potrebbe sentirsi un carcerato… mi vien voglia di tenere un gran broncio continuo dalla mattina alla sera…”.

Purtroppo doveva passare ancora molto tempo prima di poter rivedere le coste dell’Inghilterra. Fitz Roy infatti dovette ancora completare tutta una serie di misure di longitudine intorno al mondo, intervallando il lavoro con piacevoli scali a Tahiti (“Sarebbe difficile trovare in mezzo a una folla di persone solo la metà delle facce allegre e felici che si vedono qui”), Nuova Zelanda (“Non è un posto simpatico: gli indigeni mancano di quella incantevole semplicità che si riscontra nei tahitiani, e gli inglesi qui sono veri e propri rifiuti della società) e Australia (“Addio, Australia. Sei una bambina che sta crescendo… ma sei troppo grande ed ambiziosa per essere amata e non abbastanza potente per incutere rispetto. Io lascio le tue spiagge senza dolore e senza rimpianto”).

Doppiato il Capo di Buona Speranza, dopo oltre due mesi di tentativi e sforzi, il brigantino “pieno di eroi malati di nostalgia”, sostava brevemente a Città del Capo per giungere a Sant’Elena l’8 luglio del 1836. Disgraziatamente per l’equipaggio, il comandante Fitz Roy decise improvvisamente che per completare le misure di longitudine attorno alla Terra sarebbero tornati a casa passando dal Sud America. “Questo modo di andare avanti a zig zag è quanto di più penoso si possa immaginare, e per me è stato il colpo di grazia. Io detesto, aborro il mare e tutte le navi che lo solcano. Credo tuttavia che per la seconda metà di ottobre saremo in Inghilterra”. Per la verità, dopo solo sei settimane, la “Beagle” solcava il Canale della Manica. “Il 2 ottobre – scrisse Darwin sul diario – abbiamo avvistato le coste dell’Inghilterra e a Falmouth sono sbarcato dalla “Beagle” dopo aver vissuto su questo piccolo e buon vascello quasi 5 anni”. Era la fine di un viaggio che avrebbe cambiato completamente il concetto che l’uomo aveva del mondo, che avrebbe posto le fondamenta di tutta la biologia moderna.

L'”Origine della Specie”, il trattato più famoso di Darwin, venne tradotto in tutte le lingue e conobbe innumerevoli edizioni. Oggi più che mai l’intelligenza e l’intuito di quest’uomo lasciano veramente senza fiato. Come senza fiato, ma purtroppo perché inorriditi da quanto sentivano, restarono quanti parteciparono venticinque anni dopo all’assemblea di Oxford dove finalmente Darwin ebbe modo, dopo averle per lungo tempo elaborate, di enunciare al mondo le sue teorie, quelle verità cioè che cambiarono radicalmente tutta la nostra concezione della vita.

Grazie Darwin.

Articolo di
Giusi Grimaudo

Pubblicato su Nautica prima del 1993

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