Intervista ad Andrea Mura, giunto terzo alla Global Solo Challenge con Vento di Sardegna.
Ora il sogno di un più grande risultato alla Vendée Globe 2028.

Andrea Mura in navigazione
Andrea Mura in navigazione

Ha finalmente coronato il sogno di compiere il giro del mondo a vela senza toccar terra.

Nonostante non sia stata una passeggiata, lo ha fatto sulla sua sempre affidabile compagna di viaggio, la quasi venticinquenne Vento di Sardegna, comunicando ogni giorno al mondo le sue emozioni, col sorriso in bocca e quell’immancabile saluto, atteso da migliaia di internauti che lo seguivano, col palmo della mano alzato e l’espressione sarda “A si biri!”, ci vediamo presto!.

Il velista solitario

Lui è Andrea Mura, velista cagliaritano che a 59 anni è giunto terzo all’ultima edizione della Global Solo Challenge, regata planetaria in solitaria da compiere tutta d’un fiato, per 26.000 miglia nautiche.

Ideata e organizzata dal velista Marco Nannini, è aperta a imbarcazioni diverse, suddivise in gruppi in base alle prestazioni, con partenze scaglionate. Vince chi arriva primo. Sono partiti in 19 da La Coruña nell’autunno scorso, ma una dozzina ha abbandonato, tra disalberamenti, avarie varie e un quasi naufragio.

Primo è giunto il francese Philippe Delamare, skipper di Mowgli, un Actual 46 del 2012; seconda, la giovane talentuosa statunitense Cole Bauer, unica donna iscritta, al timone di First Light, un Class 40 del 2008; terzo, appunto, Andrea Mura, su Vento di Sardegna, un Open 50 del 2000.

Il velista sardo era partito dal porto galiziano il 18 novembre 2023 e, dopo aver doppiato il Capo di Buona Speranza (Sudafrica), Capo Leeuwin (Australia) e il temuto Capo Horn (Cile), è rientrato a La Coruña lo scorso 17 marzo, impiegando 120 giorni di navigazione e conquistando il record di percorrenza giornaliera: 376 miglia in 24 ore.

Andrea Mura velista solitario
Andrea Mura a bordo di Vento di Sardegna

Intervista a Andrea Mura

Andrea, come è stato questo tuo primo giro del mondo in solitario?

Un’esperienza unica, per cui desidero ringraziare tutte le persone e gli sponsor che mi hanno supportato. Un grazie speciale va ai fans che mi hanno seguito da casa, sono stati davvero tantissimi. Mi hanno dato una carica enorme, soprattutto nei momenti più difficili, quando temevo di non farcela.

Quali sono stati i momenti più brutti e quelli più belli?

Tra i momenti più brutti c’è stato il pre-partenza, con due mesi di lavori forzati a terra. Il tempo è stato un fattore determinante, perché la barca non è stata preparata a dovere come avrei voluto, non c’era il tempo. Anche il viaggio di trasferimento a La Coruña è stato molto complicato per condizioni meteo difficili.

Siamo arrivati in ritardo, problemi a bordo e a terra, malumori e tante difficoltà hanno minacciato la partenza. In navigazione, tra i “40 ruggenti” e i “50 urlanti” (due fasce di latitudini australi caratterizzate da venti molto violenti – ndr), due mesi sono trascorsi tra una tempesta e l’altra. Ho anche scuffiato prima di Tristan da Cunha.

Ma la più brutta è stata forse dopo Capo Horn, vicino a Buenos Aires, durante una burrasca trasformatasi in tempesta, con onde di 7–8 metri e vento a 40 nodi. Una bordata d’acqua, un frangente enorme, ha letteralmente sollevato le 7 tonnellate di Vento di Sardegna scaraventandola nel cavo dell’onda.

Miracolosamente la barca non si è frantumata, l’albero è rimasto su e ho ripreso a navigare. Ma è stato molto spaventoso, con momenti di tensione e paura, perché lì non riesci a gestire più niente, sei in balia del mare.

Invece, il momento più bello è stato il ritorno a terra, ad abbracciare la mia famiglia e le persone a me più care, che sono venute ad accogliermi all’arrivo e che ho visto in seguito. Quando metti i piedi a terra, in una terra ferma e non più in movimento.

Andrea Mura solitario
Mura controlla l’alberatura

I social

Tra bonacce, groppi e tempeste da evitare, caldo e freddo, burrasche e giorni di sonno persi, abbiamo visto dai social che hai trovato anche il tempo di scherzare.

È stato un modo per rompere la monotonia e sentirmi meno solo, potendo condividere ogni giorno le mie emozioni con le persone più care e i fans, grazie alla tecnologia. Così è stato quando, ad esempio, ho passato l’equatore, o per Natale e Capodanno. O quando, più volte, ho incontrato il Dio Nettuno, inscenando con lui un dialogo in mezzo all’oceano.

Ma ho anche appreso notizie tristi, come la scomparsa del caro amico Gigi Riva, bomber del Cagliari e della Nazionale, per cui mi è venuto spontaneo ribattezzare la mia barca “Rombo di Vento”, in suo onore. Nei momenti più difficili, avrei barattato il mio posto con una cella di isolamento in carcere, tanto volevo andare via. Dopo averli passati, mi son sentito davvero miracolato e sono convinto che Gigi abbia dato il suo contributo.

Ma durante la navigazione oceanica, oltre alle divinità, ti è capitato di incontrare anche esseri umani.

E’ successo nel Pacifico meridionale verso Capo Horn, quando il 30 gennaio ho incrociato Translated 9 e contattato Marie Tabarly, skipper di Pen Duick, entrambi impegnati nella Ocean Globe Race. Poi è stata la volta di Maxi Edmond de Rothschild, un trimarano di 32 metri che ha vinto la prima edizione dell’Arkea Ultim Challenge – Brest, e parlato via radio con lo skipper Charles Caudrelier del team Gitana.

Ma ho anche valutato, il 12 febbraio, di abbandonare la rotta in Atlantico meridionale per soccorrere il collega Ronnie Simpson che, a bordo di Shipyard Brewing, ha disalberato a 650 miglia dalla costa argentina e chiesto assistenza. Mi trovavo a circa 600 miglia di distanza quando, per fortuna, è intervenuta una nave cargo taiwanese e lo ha tratto in salvo.

Sei stato il quinto skipper italiano in assoluto a doppiare Capo Horn in una regata in solitario senza scalo. Con quali sensazioni?

Al momento di doppiare il capo non mi sono emozionato più di tanto. Nel senso che è stata la fine dei mari del Sud, durata quasi due mesi, avendo passato una tempesta bruttissima prima, con onde di 7-8 metri e venti anche di 50 nodi. Non è durata molto ma è stata molto intensa. Così sono potuto arrivare al capo con più calma ed è stato un bel sollievo. Soprattutto è stato bello sapere che avrei smesso di mettere la prua verso Sud per orientarla finalmente verso Nord, verso la Galizia.

I quattro mori
Sulla fiancata i 4 Mori

Il richiamo della solitudine

Cosa ti lascerà questa competizione, a parte i 10 chili di peso in meno all’arrivo?

Quattro mesi in mare ti insegnano tanto. A conoscere meglio se stessi e la barca, a vivere in solitudine e gestire tutte le situazioni che si presentano. In mezzo al mare sei solo e non ti può aiutare nessuno. Devi essere un po’ un Mac Gyver (talentuoso protagonista di una fortunata serie televisiva statunitense – ndr) e arrangiarti. C’è un supporto a terra di consulenza, di aiuto morale e umano, ma sei solo e devi preservare la barca, te stesso e gestire sempre la situazione. Un’impresa così estrema è un grande insegnamento anche per la vita.

Non basterebbe il tempo di una conferenza per raccontare tutti gli aneddoti e il significato vero di questo viaggio. Potrei sintetizzare 120 giorni di forti emozioni, paure e grande avventura in due parole: amore e rispetto. Per il mare, per l’ambiente, per noi stessi, per gli altri e soprattutto per la vita. Sembra banale, ma mi porterò dietro queste due parole per il resto della vita. E sarà una nuova vita. L’imprinting è stato davvero impressionante, ho vissuto emozioni davvero molto forti.

Quali saranno i tuoi prossimi impegni? Magari la prossima Vendée Globe del 2028? Portando a termine la Global Solo Challenge ho realizzato un sogno che coltivavo da tempo, mettendo le basi per progetti futuri, speriamo altrettanto grandi. A parte risistemare Vento di Sardegna, posso dire che questa non è una conclusione, bensì solo l’inizio di altre grandi avventure. Mi piacerebbe trovare un grosso sponsor o più sponsor, che mi possano accompagnare al prossimo giro del mondo della Vendée Globe, da fare stavolta ben preparato per portare a casa un gran risultato.

barca Andrea Mura
Vento di Sardegna

Una barca vissuta

Vento di Sardegna è un Open 50, acquistato da Andrea Mura nel 2007 dal velista navigatore Pasquale De Gregorio, quando si chiamava Wind Express. Costruito nei cantieri laziali Dolphin e SC Latina, è stato varato nel 2000 e ha portato a termine la Vendée Globe 2001, con a bordo lo stesso De Gregorio. Progettata dall’architetto Umberto Felci (Felci Yacht), è costruita in sandwich di pvc e kevlar per lo scafo e sandwich di pvc e carbonio per la coperta e le strutture. È lunga 15,24 metri (oltre il bompresso, di 1,45), larga 4,73, altezza albero 22,20, dislocamento di 7,50 tonnellate e un pescaggio di 4,10 metri.

Ha 2 timoni gemelli, deriva basculante di 40 gradi con sistema idraulico, è autoraddrizzante e suddivisa in 8 compartimenti di cui 7 stagni. È stata allestita in soli 2 mesi prima della partenza, dotandola di 6 vele realizzate dallo stesso Andrea Mura (tramite la sua Veleria Andrea Mura Sail Design AMSD a Cagliari), tra cui una randa di 120 mq, un genoa di 100 mq e un gennaker di 280 mq.

Navigando di bolina, la superficie velica utilizzabile è di 240 mq, mentre in poppa si estende a 420 mq. All’occorrenza, può ricorrere alla spinta di un motore Lombardini da 40 HP, con elica a 2 pale abbattibili. È dotata dei principali sistemi di ausilio alla navigazione, comunicazione radio satellitare e computeristica di ultima generazione per la gestione dei dati e delle informazioni necessarie.

Dal punto di vista energetico, Vento di Sardegna adotta soluzioni green: pannelli solari, aerogeneratore e celle a combustibile che utilizzano metanolo per produrre energia da cedere al pacco batterie. Non manca il dissalatore per la produzione di acqua dolce.

Arrivo Andrea Mura
Andrea Mura e Cole Brauer

Un palmares di prim’ordine


Il terzo posto alla Global Solo Challenge è solo l’ultimo, seppur fondamentale, traguardo raggiunto da Andrea Mura in una lunga carriera che gli ha permesso di farsi valere e primeggiare in tante competizioni, mediterranee e oceaniche.

Dopo le prime vittorie giovanili (due titoli europei nel 420 e un mondiale juniores in 470), ha conquistato 11 titoli italiani in classi olimpiche e vela d’altura, due titoli mondiali in Coppa America (Louis Vuitton Cup nel 1992 col Moro di Venezia) e 50 piedi, vittorie alla Roma x2 (6 volte, dal 2006 al 2022) e Corsica x2 (2006), Trofeo Wally Record (Ventotene – Cartagine, con record), Route du Rhum (2010, primo italiano nella storia), Two Star (2012, con record), Transat Quebec – Saint Malò (2012, con i velisti Apolloni, Tosi e Stella, con record), Ostar (2013 e la durissima edizione del 2017).

Il più grande rimpianto, è stata la mancata partecipazione alla Vendée Globe del 2016-2017, dopo aver investito tempo e denaro inutilmente su uno scafo nuovo, poi venduto. Ma adesso, dopo l’ultima Global Solo Challenge, Mura “sa come si fa” e la prossima Vendée Globe (giro del mondo in solitario senza scalo su Open 60 e parametri scafo predeterminati) sembra davvero a portata di mano.