Allestimento della barca da pesca per renderla efficiente e funzionale a tutto vantaggio dell’azione di pesca

Perché una barca da pesca, o per dirla meglio un fisherman, possa rendere al meglio è necessario che sia allestita con cognizione di causa, in modo da poter rispondere ad ogni esigenza ed offrire le migliori prestazioni nell’azione di pesca. Ed è su questo che cercheremo di fare un po’ di chiarezza, partendo dal presupposto che anche se ogni scarrafone è bell’a mamma soja, e anche se su un milione di pescatori novecentonovantanovemila hanno idee personali (come in fondo è giusto che sia perché la pesca è anche inventiva e creatività) esistono delle basi insindacabili su cui regolare l’allestimento della propria barca.
Proviamo allora ad analizzare l’impostazione del nostro fisherman ideale, punto per punto, anche alla luce delle ultime tendenze come ad esempio la crescente diffusione dei motori elettrici da prua. Di certo la dimensione potrà privilegiare o meno alcune soluzioni, ma prenderemo come riferimento la lunghezza ideale per un fisherman che debba operare in Mediterraneo, che sarà fra gli 8 e i 10 metri, fermo restando che barche più piccole o più grandi possono ottenere risultati altrettanto validi.
Un fisherman di queste dimensioni è prevalentemente una barca open, ma se con qualche artificio architettonico il progettista fosse riuscito ad infilarci uno spazio notte saremmo solo che contenti: la possibilità di una cuccetta riparata vuol dire potersi riposare e riscaldare durante una notte a calamari, o schiacciare un pisolino al riparo dal sole durante le lunghe trainate estive, ma può anche offrire un pernottamento in una zona di pesca magari un po’ lontana dal porto per essere pronti all’alba, canne in resta.
E male che va, lo spazio disponibile può sempre diventare un vano di stivaggio per le attrezzature.
Il pozzetto resta come sempre il cuore pulsante di un fisherman, quello dove si vivranno quelle emozioni e quelle delusioni che sono il pane quotidiano di una giornata di pesca. Le sue dimensioni saranno inevitabilmente figlie della carena, che sarà un compromesso fra una buona larghezza che offra stabilità a barca ferma, e una stellatura che garantisca una navigazione confortevole anche con mare formato. Il pozzetto è il luogo dedicato all’azione dinamica, e più gente ci sarà a bordo più si apprezzerà il suo piano di calpestìo libero da ingombri (incluse le cerniere dei gavoni a filo), sempre che in barca si rispetti la necessaria “pulizia” mantenendo ogni cosa, soprattutto quelle più pericolose, al posto giusto. Raffi e ami, artificiali con le loro micidiali ancorette e coltelli, non dovranno mai essere lasciati in giro, una logica che all’atto pratico sfugge a molti con conseguenze spesso spiacevoli.
Ma una pulizia più tradizionale dovrà essere mantenuta anche a pagliolo, grazie all’aiuto di una manichetta a pressione o al limite con l’uso di un bugliolo, perché anche l’antisdrucciolo più efficiente nulla può contro gli scivolosi resti di pesci salpati e magari puliti a bordo.
Ogni tecnica ha le sue esigenze, ma se si affrontano prede importanti, qualunque sia la tecnica, l’imbottitura perimetrale che incornicia generalmente il pozzetto di un fisherman è un prezioso salvaginocchia. Se poi si pensa di pescare spesso con mare non proprio calmo, anche un tientibene a pagliolo sotto cui infilare i piedi durante il combattimento diventa un buon aiuto. E già che ci siamo, dato che può sempre capitare di ritrovarsi a pescare con mare mosso e con onde che spesso allagano il pozzetto, sarà bene avere ombrinali maggiorati in grado di scaricare rapidamente fuoribordo l’acqua mantenendo agibile la zona.
Da questo punto di vista, apprezzabili anche quei pozzetti bordati da profonde scanalature che mantengono più asciutto il piano di calpestìo.
Dedicata a barche di grandi dimensioni, almeno nei suoi modelli di maggior pregio, la sedia da combattimento è un altro segno distintivo di un fisherman dedito alle grandi catture. In Mediterraneo infatti è un utile supporto solo nei combattimenti a tonni giganti o pesci spada, anche se oggi la tendenza vuole che con i grandi pesci ci si confronti in stand-up, ovvero in piedi, il che è però molto impegnativo e richiede un fisico all’altezza. Una sedia, con il suo mogano splendente, le incisioni di rito, e il suo poggiapiedi è decisamente più comoda, altrettanto decisamente più figa, ma soprattutto decisamente molto più costosa.

Molte canne, molti (forse) pesci

Data la ricetta base del piatto, vediamo come condirlo, ovvero quali attrezzature sono fondamentali e quali magari superflue per rendere funzionale un pozzetto. C’è stato un periodo in cui la formula fisherman tirava in modo particolare, e molte barche che poco avevano a che fare con la pesca ci si infilavano limitandosi a montare una targhetta “fisherman” e un paio di portacanna sul capo di banda. La targhetta serviva a poco e i portacanna, spesso montati in modo sbagliato, pure. Cominciamo allora col dire che un pescatore con qualche seria ambizione, in mare porterà non meno di due o tre canne, spesso molte di più, cifra che va moltiplicata per ogni pescatore a bordo.
Il che richiede una notevole disponibilità di portacanne a riposo, che vanno distinti da quelli dinamici montati sul capo di banda. In navigazione le canne possono quindi essere mantenute negli appositi alloggi ricavati lungo le murate, sul fly o sul T-Top, dietro il sedile di guida e via dicendo dato che la fantasia dei progettisti è sempre stata in questo caso notevole. L’importante è che le canne si mantengano sicure e facilmente raggiungibili, e magari anche asciutte perché il salino, come noto, è un crudele distruttore.
Più impegnativo il discorso per i portacanne dinamici, quelli che dovranno effettivamente mantenere la canna una volta in pesca. Una delle principali qualità sarà la loro vera inossidabilità, perché viaggeranno costantemente bagnati sia nella versione ad incasso sia se montati su piastra. Dovendoli acquistare non sarà certo possibile verificare questa importante caratteristica in negozio, pertanto sarà bene affidarsi alle marche più note che possano garantire l’uso di acciai inox di elevata qualità.
Se di base un fisherman monta di serie due portacanne su ogni lato del pozzetto (a 45° quelli a pruavia, in asse con la barca quelli verso poppa), molti pescatori, e soprattutto quelli che si dedicano a drifting e traina d’altura, arrivano a montarne anche sei, otto, o addirittura dieci, il che comporta però un equipaggio capace e perfettamente in grado di gestire quella ragnatela di lenze nel momento dello strike, quando l’unica lenza in azione dovrà essere totalmente libera pena la rottura immediata.
Sui portacanna sono poi state applicate diverse variazioni sia strutturali, rendendoli doppi o tripli, più o meno orientabili e in grado di girare per assecondare l’azione della canna, sia a livello di materiali.
Acciaio a parte, esistono infatti portacanna in alluminio, anche se meno diffusi, e portacanne in plastica che consentono un buon risparmio ma sono ben lontani dalle prestazioni dell’acciaio. L’uso di piccoli portacanne in plastica può però essere consigliato per il montaggio a vite sullo specchio di poppa dei piccoli pram, un discorso dedicato più che ai pescatori ai diportisti: un giretto lungocosta al calasole, con due canne orientate fuoribordo per 45° può riportare a bordo un po’ di occhiate o qualche denticiotto per allietare la tavola. Per concludere vale la pena ricordare che parlando di portacanne dinamici, oltre ai classici modelli a incasso esistono anche quelli montati su piastra, e conseguentemente regolabili su vari assi, mentre per specifici utilizzi, ad esempio sui pulpiti delle barche a vela, si possono utilizzare portacanne a morsetto.

Il vivo in vasca

Se i portacanne sono l’elemento più caratterizzante di una barca da pesca, altre componenti possono dipendere dal tipo di tecnica. Per gli appassionati di traina con il vivo, ad esempio, una vasca in cui mantenere le esche è di primaria importanza, sia essa parte strutturale dello scafo, sia esterna di tipo commerciale, sia frutto come a volte capita di un sapiente fai-da-te. Dimensione, forma (quella ovale è la migliore), e possibilità di ricircolo ed ossigenazione dell’acqua sono i parametri da adattare alle esche che possiamo prevedere di pescare, ma tenete sempre presente che meglio grande che piccola (60-70 litri sono una buona dimensione): ci nuoteranno bene le aguglie, che non sopportano angoli vivi, i calamari che in spazi stretti possono diventare cannibali, e l’acqua si manterrà più facilmente ossigenata e a temperatura. Non sempre le vasche strutturali hanno tuttavia caratteristiche e dimensioni adatte, ma nel caso non sarà difficile adeguare un recipiente idoneo, può andar bene un Igloo o un grosso bidone di plastica tagliato a misura ed oscurato: importante è che il ricircolo dell’acqua sia assicurato da una pompa di buona portata, e che lo scarico del troppo pieno sia all’altezza giusta per la sua funzione. Il tutto andrebbe poi convogliato nella posizione migliore, che è quella ad estrema poppa, tanto che molti fisherman la ricavano appunto proprio nello specchio di poppa.

T-Top

Qualunque sia la tecnica, una barca da pesca lascia il porto con l’idea di rientrarci al calar del sole, se non addirittura a buio inoltrato. Il che vuol dire, a seconda della stagione, restare esposti per ore ed ore al troppo freddo o al troppo caldo. Sulle barche open il T-Top, nelle sue varie interpretazioni, risolve il problema. Sia realizzato in vetroresina o sia più semplicemente un Bimini in tessuto, oltre ad offrire con la sua struttura un ulteriore tientibene offrirà un salutare rifugio dal sole, ma se ben realizzato sopra la plancia avrà anche spazio per ulteriori strumenti. Quando arriveranno invece freddo e maltempo i suoi montanti tubolari saranno un ottimo supporto per una cappottina parziale o integrale che consentirà di uscire anche in pieno inverno.

 

Nel nome del tuna

L’everyday language dei pescatori li mette spesso al maschile, la logica di traduzione li vorrebbe al femminile, tuttavia non esiste una precisa regola né fonologica né semantica e l’unica cosa certa e condivisa…è il tonno! Tuna-tower e tuna-door sono elementi costitutivi dei fisherman di importanti dimensioni, più accessibile la seconda, più impegnativa la prima (come vedete per buona pace li abbiamo messi al femminile). Una tuna-door, come dice la parola stessa, sarebbe la naturale porta d’ingresso per imbarcare prede di grosse dimensioni, e se avete nel mirino pesci dai 78-80kg in su difficile farne a meno, ma spesso è più semplicemente un facile accesso alla plancetta poppiera o ai bracket del fuoribordo, magari per dare sollievo alla prostata.
Più complesso il lavoro della tuna-tower, che per altro richiede un ben più importante impegno economico. E’ uno degli elementi più caratterizzanti di un fisherman, necessariamente di importanti dimensioni, e prima di tutto fa molto “figo”. Che sia ad uno o due, o addirittura tre ponti suggerisce comunque grandi avventure in alto mare, e così spesso è ai tropici, dove la ricerca dei grandi rostrati si basa essenzialmente sull’avvistamento. In Mediterraneo il suo uso è più limitato, anche se può tornare utile nell’avvistare a distanza le concentrazioni di gabbiani in volo, segno inequivocabile di sottostanti mangianze, a loro volta segno inequivocabile della presenza di banchi di pesce, spesso tonni. A prescindere dalla sua funzione alieutica, una tuna-tower offre una splendida vista in navigazione, purché il mare sia calmo, altrimenti le oscillazioni della barca amplificate dall’altezza possono giocare brutti scherzi. Dal punto di vista strutturale vale tuttavia la pena fare qualche considerazione. Una struttura così importante sposta notevolmente il baricentro della barca incidendo sulle sue qualità nautiche, ma considerando il peso di una tuna-tower, sia pur realizzata in tubolare d’alluminio, sarà bene accertarsi che anche la struttura su cui poggia ed è ancorata, sia in grado di reggerne il peso, peso che ovviamente aumenta con i picchi d’impatto di un mare formato.

Trainare in altura

Anche i divergenti, o outriggers che dir si voglia, a prescindere dal loro numero e dimensione sono, come la tuna-tower, il segno distintivo di un fisherman. Il loro utilizzo è strettamente legato alla traina d’altura, quando dimensioni della barca permettendo si mettono in pesca anche sei, otto, o più canne creando una ragnatela di lenze che senza l’aiuto dei divergenti sarebbe impossibile gestire. Inoltre data l’altezza a cui con una pinzetta a sgancio rapido possono essere fissate le lenze, dato che in altura si traina in genere a 6-8 nodi, contribuiscono a mantenere in superficie le esche, che altrimenti tenderebbero a sovrapporsi creando inestricabili imbrogli di filo.
Se parliamo dei divergenti apribili a pantografo normalmente montati sui grandi fisherman, la cui tensione viene alleggerita da crociere intermedie, parliamo di attrezzature complesse e costose, ma per la pesca in Mediterraneo, o comunque su barche più piccole, funzionano bene anche divergenti meno complessi e costosi che possono essere montati sul tetto dell’hard top di open o addirittura di gommoni, senza dimenticare quei divergenti che possono essere montati sui normali portacanna ad incasso: fissi o telescopici, realizzati in alluminio, in vetroresina o fibra di carbonio, sono per costo e semplicità operativa un’alternativa di seconda scelta, anche perché lavorano inevitabilmente molto bassi.

 

L’articolo completo è pubblicato su Nautica n. 694 – febbraio 2020