Il Dory dei grandi banchi, la barca che scrisse la storia della pesca

Poche assi di legno duro, abili operai per una lavorazione quasi a catena di montaggio: nasceva il Dory, una barca destinata a non durare a lungo nel tempo, a essere maltrattata durante la stagione di pesca e che è ancora una leggenda

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LA BARCA CHE SCRISSE LA STORIA DELLA PESCA

Poche assi di legno duro, abili operai per una lavorazione quasi a catena di montaggio: nasceva una barca destinata a non durare a lungo nel tempo, a essere maltrattata durante la stagione di pesca. Ma è ancora una vera leggenda del mare.

Articolo di
Giovanni Panella

Pubblicato su Nautica 419 di marzo 1997

IL DORY DEI GRANDI BANCHI

DoryQuando si parla del “dory”, più che di una barca dapesca dell’Ottocento sembra di descrivere un prodottoindustriale: pensato per la costruzione in serie, progettatoper il massimo della leggerezza per essere calato ed issato abordo delle golette, costruito in dimensioni e caratteristichestandard in molte migliaia di esemplari all’anno, rifinito conbanchi di voga smontabili per essere accatastato sul ponte unodentro l’altro ed infine dipinto con curiosi coloriantinebbia: sembrerebbe quasi la descrizione di un container…

Anche la forma lascia perplessi: una barca con il fondo piattoper l’Atlantico del Nord?

Eppure il comportamento in mare di questa barca eraeccezionale: nonostante le dimensioni ridotte, un dory di 15piedi (la lunghezza si misura sul fondo della barca), potevaportare fino ad una tonnellata di pesce, era capace diresistere alle ondate atlantiche ed aveva una notevolestabilità che consentiva ai due uomini di equipaggio distare anche in piedi, quando era necessario per le manovre diaccostamento alla goletta.

Quello che sembra poco usuale nel disegno del dory, era unadattamento alle tecniche di pesca che, per più di unsecolo, sono state utilizzate sui Grandi Banchi di Terranova.Per la pesca del merluzzo, in questo tratto di mareconvergevano centinaia di golette da pesca, dagli Stati Unitie dal Canada, ma anche dall’Europa.

La città dei dories

Kipling, in “Capitani Coraggiosi”, descrive così lospettacolo della flotta da pesca al largo di Terranova:

“Il sole, che da una settimana si nascondeva, ora apparivaall’orizzonte e la sua luce, ancora bassa e rossastra,colorava le vele d’ancoraggio di una flottiglia di golette,ancorate, rispettivamente a nord, a ovest e a est. Dovevanoessere quasi un centinaio, di tutte le forme e strutturepossibili, compresa una nave francese a vele quadre chespiccava lontanissima e tutte, con moto ritmico, sembravanofarsi a vicenda una riverenza. Come api da un fitto alveare, idories si staccavano da ogni goletta ed il brusio delle voci,il fracasso del sartiame e degli alberi, lo sciacquio deiremi, si propagavano per miglia sulle onde del mare.

I colori delle vele mutavano rapidamente, nero, grigio perla ebianco, mentre il sole saliva alto, e altre golette apparivanoattraverso la bruma che si dileguava verso sud. I dories siaffannavano a raggrupparsi, separarsi, riunirsi di nuovo,tutti vogando nella stessa direzione. I pescatori silanciavano grida di saluto, fischiavano, zufolavano, sichiamavano e l’acqua, intorno, si intorbidiva per tutti irifiuti gettati da bordo. “È una città”esclamò Harvey. “È una vera città!”. Diquesta “città” che si formava in una delle zonepiù ricche di pesce del mondo, un triangolo di 250miglia di lato, i dories erano una parte essenziale. Essicostituivano il più importante strumento di pesca dicui disponevano le golette.

Chi ammirava queste splendide navi a vela, dalle lineeeleganti come quelle di uno yacht, (basti ricordare lapiù famosa, la “Bluenose”) poteva anche non notare lestrane imbarcazioni impilate una sopra all’altra come scatolecinesi, che ne ingombravano i ponti. Eppure la capacitàdi pesca delle golette si esprimeva proprio con il numero didories che erano in grado di trasportare e così siparlava di golette da otto, da dieci, da dodici…

La tecnica di pesca prevedeva che la nave si ancorasse allargo e calasse a mare i dories, che si allontanavano epescavano per conto loro con i palamiti. Alla sera il merluzzopescato in giornata veniva pulito sul ponte della goletta esalato immediatamente. In casi eccezionali era possibile anchepescare con la lenza direttamente dalla goletta, ma issare igrossi pesci a murata era molto più faticoso, mentre ilrendimento della pesca era più basso. La nave tornavain porto solo quando le stive erano piene di merluzzo salato.

Se gran parte del pescato era costituito da questo pesce,erano anche possibili altri tipi di prede. Issare a bordo unapassera (halibut), che poteva superare i tre metri dilunghezza ed i 100 chili di peso, metteva a dura prova le dotidi stabilità della barca.

Nonostante abbia avuto una grande diffusione, il dory èun tipo di imbarcazione relativamente recente. La discussionesu chi lo abbia “inventato” è ancora aperta. C’èchi sostiene che la sua origine sia da ricercarsi inMassachussets, mentre altri tirano in ballo il “bateau”fluviale dei boscaioli canadesi e persino la “nacelle”provenzale. Howard Chapelle mette in rilievo come si possaparlare di un “dory dei Banchi” solo dagli anni cinquantadell’800, con l’affermarsi della tecnica di pesca a partire dalle golette.

Questo tipo di pesca è stato utilizzato in modomassiccio fino alla Prima Guerra Mondiale ed è statogradualmente soppiantato, a partire dal 1930, dall’uso dipescherecci a motore attrezzati con frigoriferi. Ultimiutilizzatori di navi a vela e di dories per la pesca sonostati i portoghesi: un loro brigantino, il “Gazela Primeiro”,ha svolto campagne sui Banchi fino al 1969!

Oggi il dory, sempre più raro, è ancorautilizzato per la pesca sotto costa e se appare a bordo deipescherecci è solo nella veste di barca di servizio.Qualcosa dell’epopea della pesca sui Grandi Banchi peròè rimasto nella memoria…. Ancora oggi l’immagine deldory è molto forte: nel New England e nelle ProvinceMarittime canadesi il dory, nell’immaginazione collettiva,”è” la barca. Se chiedete ad un bambino di fare ildisegno di una barca, state pur certi che vi schizzeràil profilo di un dory, magari color banana.

Un museo per ricordare un maestro d’ascia

A Shelburne, nella provincia canadese della Nova Scotia,è oggi possibile visitare il “J.C. Williams Dory Shop”,uno dei cantieri storici che furono impegnati nella produzionedi questa barca per un periodo di novant’anni: dal 1880 allasua chiusura, nel 1971.

Nel 1983 fu riaperto come museo, dedicato interamente allastoria del dory, dal principe Carlo d’Inghilterra. Gli oggettiesposti sono un omaggio alla vita di un maestro d’ascialeggendario: Sidney Mahaney. Egli iniziò a lavorare quinel 1914 come apprendista, all’età di 17 anni ed hacontinuato a costruire questo tipo di barche fino allachiusura del cantiere. Naturalmente anche a casa sua, neltempo libero, arrotondava la paga fabbricando dories… Nelcorso della sua vita produttiva egli ha costruito, da solo ocon altri, più di 10.000 dories!

Ancora tra il 1983 ed il 1993, anno della sua morte, Mahaneyha passato parte delle giornate estive nel museo, facendodimostrazioni sulla tecnica di costruzione. Non c’è dastupirsi che tra i souvenir del museo siano in vendita anche suoi autografi.

Le caratteristiche della barca

DoryLe dimensioni prevedevano cinque lunghezze standard (sempremisurate sul fondo): 12, 13, 14, 15 e 16 piedi. Le barchepiù piccole, utilizzate soprattutto dai portoghesi,portavano un solo uomo.

Ordinate, dritti di prua, specchi di poppa erano ricavati dalegno di quercia, mentre il fasciame era di pino. I banchi divoga, smontabili per poter accatastare una barca sull’altra,non contribuivano a dare rigidità dello scafo, cherisultava molto flessibile. Il fondo era piatto, mentre ifianchi erano realizzati con la tecnica del clinker, conchiodi ribattuti nel legno, utilizzando da 3 a 5 tavole per lato.

Se uno dei pregi del dory con un certo carico era lastabilità, a barca vuota era tutto un altro discorso:in caso di capovolgimento, poi, il fondo perfettamente liscioe senza chiglia non offriva alcun appiglio ai pescatori cadutiin mare che tentassero di risalire sullo scafo.

Come sicurezza, proprio per questo, il cavicchio che fungevada tappo di scarico per la pulizia aveva, dalla parte esterna,un anello di cima che poteva essere utilizzato da chi fossecaduto in mare per passarci dentro un braccio e salire acavalcioni dello scafo.

Anche se spesso i dories erano forniti di vela, il fondoliscio e senza alcun tipo di chiglia e la necessità dicaricarlo spesso fino ai bordi, ne limitava l’uso alle andature portanti.

L’usura a cui veniva sottoposta la barca, che cozzava spessocontro i fianchi della goletta e che veniva continuamenteissata e calata in mare con i paranchi, accorciava la vitautile di un dory dei Banchi: la durata media non superava itre anni. D’altro canto, quando i dories venivano utilizzatisolo per la pesca sotto costa e non sottoposti quindi ad unsimile trattamento, arrivavano anche ai quindici anni.

Tecniche di costruzione

Per la costruzione dei dories si impiegavano metodi di lavoroche rendevano possibile l’approntamento di migliaia di nuovebarche ogni stagione. I principali centri di produzione eranoShelbo urne e Lunenburg in Nova Scotia (Canada); Gloucester,Beverly, Essex, Newburyport, Amesbury, Salisbury(Massachussets); Portland, Cundy’s Harbor (Maine).

Proprio la necessità della produzione in grande serierese sempre più difficile (e costoso) il reperimentodegli storti in legno duro per ricavarvi le ordinate.

A Shelbourne nel 1887 Isaac Crowell trovò la soluzione,realizzandole con due pezzi di legno dritto. Venivano poitenute insieme rivettandole con piastre di lamiera stagnata (“clips”).

Questa tecnica, debitamente brevettata, non incontròl’incondizionata approvazione di tutti i costruttori e rimasetipica dell’area di Shelbourne. I cantieri di Lunenburg,l’altro grande centro di costruzione della Nova Scotia, sirifiutarono di adottarla…. Ancor oggi, in Nova Scotia, se undory non ha le “clips”, è stato fatto a Lunenburg.

Per aumentare la produttività, si utilizzava un sistemadi costruzione simile a quello di una catena di montaggio, cheben si adattava alla semplicità costruttiva della barca.

I vari momenti della costruzione erano i seguenti:

  1. le “clips” venivano tagliate dalla lamiera stagnata;
  2. utilizzando delle sagome, si tracciava la forma delleordinate sul legname duro di magazzino. Il legname per ogniordinata veniva tagliato in due parti distinte con la sega anastro e posto sul banco da lavoro insieme con due “clips”metalliche. Queste erano poi rivettate tra di lorosull’incudine. Dritti di prua e specchi di poppa, dopo esserstati tracciati con le sagome, venivano tagliati da pezzi dilegno duro con la sega a nastro e rifiniti con l’ascia e la pialla;
  3. il fondo veniva assemblato su due alti cavalletti usandotavole dritte di pino. Dritto di prua, specchio di poppa edordinate vi venivano poi montate;
  4. dopo che cinque scafi erano giunti a questo stadio dicostruzione, erano trasportati ad un’altra serie dicavalletti, dove veniva praticato un taglio lungo tutto ilmargine di ogni fondo. Erano poi accatastati nelle vicinanze;
  5. ogni fondo veniva riportato sul cavalletto, dove venivamontato il fasciame a “clinker”, con la falchetta, il capo dibanda e le serrette;
  6. mentre due o tre uomini lavoravano a fasciare il dory, unaltro era impegnato alla sega a nastro, preparando assi per il fasciame;
  7. infine lo scafo veniva capovolto, scartavetrato, rifinitoe dipinto con i colori tradizionali.

In questo modo un cantiere, con cinque o sei lavoranti,riusciva a produrre fino a 350 dories all’anno: in media, unoal giorno. Si trattava certamente di un lavoro ripetitivo,alienante e molto noioso… D’altra parte è proprioquesto metodo di lavoro che permetteva dei risultatieccezionali in termini di produttività. Si ricorda ilcaso del cantiere Hiram Lowell di Amesbury, che nel 1911ricevette da armatori portoghesi un ordine urgente per 200dories. Utilizzando una forza lavoro di 25 operai chelavoravano su tre turni e facendo ricorso a questo tipo ditecniche produttive, il cantiere riuscì nell’impresa dicostruire 200 barche in 18 giorni!

Per saperne di più

Della vasta bibliografia sul dory, si possono segnalare i seguenti titoli:

  • “Capitani coraggiosi” di Kipling rende bene l’atmosferadella pesca sui Banchi. Questo racconto è frutto di unadocumentazione di prima mano dell’autore, che aveva conosciutoi pescatori del porto di Gloucester.
  • “American small sailing craft” di Howard I. Chapellededica un capitolo al dory.
  • “Dories and dorymen” di Otto P. Kelland, stampato a St.John,Terranova nel 1984 è ricco di interviste agliultimi pescatori che hanno svolto campagne di pesca sui Banchi.
  • “The dory book” di John Gardner mostra invece come lavitalità del disegno si sia espressa in una serie dimodelli che ne sono derivati: dories con chiglia e velatura,altri con poppa a specchio, adattati al motore fuoribordo, ecc..
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