Barche d’epoca, Spiumante, topo di razza

Spiumante è il bel topo di Luigi Divari, o meglio il batelo a pizzo, come questi splendidi due alberi venivano denominati a Chioggia dove erano impiegati per la pesca

È un classico topo di oltre sette metri di lunghezza in grado di affrontare bene il mare e che anticamente poteva essere impiegato per la pesca sotto costa o per fare da portolata, svolgere cioè il sevizio di collegamento tra la flotta che pescava in alto mare e il mercato del pesce, nella cittadina più vicina. Ha le ordinate in massello di rovere e, per renderlo più leggero, è stato fasciato con tavole di larice mentre il ponte è in abete, senza però ricorrere mai al compensato marino… tutto secondo la tradizione; il suo dislocamento risulta essere così di 1,2 tonnellate.Del resto “Gigio”, come è soprannominato, personaggio ben noto in laguna, è il più autorevole “topante” ed uno dei principali precursori della rinascita della vela al terzo a Venezia. Un puro che è stato molto a contatto con gli ultimi pescatori a vela della laguna, umilmente ne ha attinto i segreti e generosamente li ha trasmessi a tutti gli interessati. Grande amante della laguna, rispettoso del suo equilibrio, Gigio considera le imbarcazioni a fondo piatto il mezzo più idoneo per poter percorrere e gustare quest’ambiente, che dalle foci del Po si estende fino a Grado. “Spiumante” è la “sua” barca per gite a lungo e medio raggio con la famiglia o gli amici: tiene bene il mare, offre notevole spazio a bordo e consente una confortevole autonomia per alcuni giorni di navigazione con la possibilità di dormire comodamente.

Ma “Spiumante” è anche una barca estremamente veloce come spesso Gigio dimostra in alcune delle regate per barche al terzo cui partecipa, anche se personalmente egli non ama molto la spirito altamente competitivo che si sta sempre più diffondendo. Dopo averle promosse e propagandate per anni per dare impulso alla marineria tradizionale lagunare ci tiene infatti a sottolineare come troppo agonismo porti inevitabilmente a stravolgere le barche tradizionali con costruzioni leggere, vele sempre più grandi, scelta di tipologie di scafo più veloci, a danno di altre e riducendo inoltre il teatro operativo di queste barche ad un piccolo triangolo di laguna, trascurando così il contatto con gli altri spazi ed il mare. Diverse volte comunque interviene per stare con gli amici, dando sempre dimostrazione di grande capacità per poi magari saltare la boa di arrivo…, tanto per lui non è importante vincere la regata quanto fare vedere come si manovra con questo particolare armo.

“Spiumante” è sempre ben tenuto data la passione che anima il proprietario; perfettamente in ordine e colorato come deve essere, un tutt’uno con tradizioni del mare e la propria famiglia. Lo scafo infatti è nero, come la pece con cui questi scafi venivano anticamente cosparsi per proteggerli dall’acqua; sui masconi di prua sono stati artisticamente dipinti gli angeli musicanti, figure ricorrenti in particolare sugli scafi chioggiotti e che si ispiravano ai SS. “legionari” Felice e Fortunato, patroni della città. Un’imbarcazione che si rispetti però deve vedere la rotta, condurre sicuro il suo proprietario alla meta ed ecco quindi che a prua non possono mancare gli occhi, simbolo apotropaico antichissimo. Poco distante i “bolli”, i dischi solari ben elaborati e contenenti le iniziali del proprietario L.D.; la falca è poi colorata in bianco, azzurro e rosso e quindi arricchita a prua e a poppa con disegni; in un “tappeto” di fiori compaiono il nome della barca, “Spiumante”, e la città di provenienza, Venezia. Inoltre “Gigio” ha voluto fare un omaggio alla figlia Margherita, utilizzando il fiore omonimo come ornamento decorativo all’interno della barca.

La tradizionale araldica dei pescatori vuole inoltre che la vela consenta il riconoscimento a distanza dell’imbarcazione e del suo proprietario. E così la vela di “Spiumante” si rifà ad una delle simbologie più antiche usate dai pescatori: l'”impossibile”, rappresentato da una gallina che cerca di beccare una stella!

Cos’è il “topo”

Imbarcazione con origini molto remote, la sua zona di provenienza può venire circoscritta alla laguna veneta. La sua esistenza è accertata fin dall’anno 1348, “navis lata sine carina”, descrive infatti Senisio, inoltre dai documenti relativi a Chioggia risulta ancora come nel 1530 Antonio Camuffo costruisse nel suo cantiere “… topas sive naves latas sine carina usque butt decem…” (topi, ossia larghe navi senza carena, della portata di dieci botti).Il topo, nato come barca di laguna, era poi stato impiegato al servizio della tartana, quindi assunse una propria identità, sia come mezzo per la pesca costiera, sia per i brevi trasporti in laguna; si è largamente diffuso in tutto l’alto Adriatico, dalla Romagna fino in Istria, sviluppandosi anche nelle dimensioni e modificandosi sostanzialmente, a seconda del luogo di costruzione e di impiego.

Il topo è oggi la barca tradizionale più diffusa in Adriatico, specialmente nella laguna veneta, dove è utilizzato sia per diporto sia per i trasporti, date le sue ottime doti di carico, di robustezza e la sua buona adattabilità al motore. Il suo mantenimento poi non risulta troppo oneroso, per cui questa è una delle poche imbarcazioni tradizionali che possiamo ancora ammirare.

Etimologia

Il nome topo potrebbe derivare dal più antico t&ograveppo = ceppo, pezzo di legno, e probabilmente traeva origine dalle due bande di abete laterali, dette toppe, che servivano ad aumentare il bordo libero; o da topo come m&oacute scolo, dal latino muscolus = piccolo topo. Secondo alcuni invece potrebbe semplicemente derivare dalla forma, simile a quella del roditore, che presenta la barca rovesciata.

Scafo e tipologie

Lo scafo – a fondo piatto – presentava forme molto slanciate, con la prua molto inclinata in avanti ed una poppa più o meno arrotondata a seconda della località di costruzione. Il timone era a calumo, largo e di non molto pescaggio per le barche che operano in laguna, più stretto e profondo per andare per mare. Solitamente era parzialmente pontato fino agli 8 metri di lunghezza, ed interamente pontato nelle dimensioni maggiori.I topi che pescavano lungo la costa venivano spesso rialzati lateralmente con una lunga tavola da poppa a prua ed erano perciò chiamati batèlo o topo col filo.

Il topo veneziano era elegante, slanciato, lungo e stretto con la poppa rotonda e rialzata. Quello chioggiotto era piuttosto largo, più robusto, con la poppa tozza e rientrante, similmente al bragozzo: veniva chiamato batelo a pizzo, dal ferro a forma di becco d’anatra – detto pizzo – che guarniva la sommità dell’asta di prua.

Il topo istriano derivava da quello chioggiotto ma era più addolcito nelle linee e solitamente il suo scafo veniva dipinto di bianco.

La lunghezza dello scafo poteva variare da 6 a 14 metri con un rapporto lunghezza – larghezza che poteva superare 5/1. Il topo impiegato per la pesca in laguna, nella versione più semplice, era chiamato mussetto o musso, e anche mestierèto se superava i sette metri di lunghezza.

Una versione più moderna e semplificata del topo è la topa, che si differenzia essenzialmente per la poppa a specchio e la costruzione più leggera ed economica; è molto adatta al diporto sia a vela che a motore, essendo semplice l’applicazione del fuoribordo. La costruzione di questo tipo di imbarcazione è dell’inizio del secolo e raramente supera gli 8 metri di lunghezza.

La propulsione: dalla vela al motore

Fino a 7-8 metri di lunghezza il topo era armato con un albero posto a circa un terzo della sua lunghezza verso poppa e munito di vela al terzo; veniva accompagnato da un fiocco che serviva a stabilizzare bene in mare la prua. Quando raggiungeva dimensioni maggiori e il fiocco non bastava allora si usava un altro albero a prua, con una piccola vela sempre al terzo; come era per il bragozzo.Gli scafi a due alberi sono stati impiegati, in particolare in alto Adriatico, per i piccoli trasporti veloci e per la pesca delle sardelle: in queste zone erano più noti come battelli.

Le vele erano e sono ancora colorate secondo l’araldica dei pescatori dell’Adriatico.

In generale si può dire che il topo aveva uno scafo adatto alla vela ma, come tutte le barche venete, era provvisto di forcole (gli scalmi veneziani) e remi, da due a quattro, per poter procedere anche vogando alla veneziana, cioè col vogatore in piedi che guarda verso prua.

A partire dagli anni ’30 i topi sono stati muniti di motore e a mano a mano su quelli maggiori da trasporto è stato abbandonato l’uso della vela: si sono diffusi così i mototopi, con cui ancora oggi avvengono gran parte dei trasporti nella laguna veneta.

Topi e tope si possono ancora oggi ammirare in laguna nelle loro evoluzioni a vela nelle particolari regate riservate alle imbarcazioni armate con vele al terzo, assieme ai sandoli ed alle sanpierote. Queste regate che hanno avuto origine nel 1921 e vengono organizzate con l’appoggio dell’Associazione vele al terzo, ormai sono molto numerose ed hanno dato vita ad una vera e propria flotta di imbarcazioni di questo tipo.

Articolo di
di Mario Marzari

Pubblicato su Nautica 395 di marzo 1995

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