C’è crociera e crociera. Il bello dello yachting camping

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Scritto da Nautica Editrice

Non sono le dimensioni di una barca che ne rendono gradevole l’utilizzo, ma lo spirito con il quale si affronta la vacanza per mare, come tante volte scrisse Franco Bechini in queste pagine, sostenitore della piccola nautica e dello yachting camping.

Nel numero precedente di Nautica, ho scritto di una barca a vela di 8 metri scarsi, con una famiglia al completo a bordo, che trovai in Corsica: un esempio di serenità, pur godendo di ben poche comodità su quella barca spartana.

Navigare su una barca piccola è una scelta particolare: ormai la civiltà dei consumi e dell’apparire comanda sempre di più, e tanti obbediscono, acquistando barche inutilmente grandi e costose, con tre cabine, quando ne sarebbero bastate due, con motori potenti per andare a 30 nodi – ma che alla fine sono i soliti 18-20 di crociera – oppure barche a vela molto impegnative con ogni strumento di aiuto alla navigazione. Per poi fare cosa? Proprio quello che si fa con una barca lunga la metà e forse lo si fa meglio.

Il problema base è che oggi si vogliono trasferire a bordo le comodità di una casa o dell’automobile: è il benessere che ci sta allontanando sempre di più dalle cose semplici e dalla natura, col risultato che chi ha una barca piccola è ammirato per il suo sportivo coraggio, ma non capito. Ho amici che hanno delle derive, con le quali si trovano in gruppo e fanno gite collettive o raduni: non sono barche costose, non hanno cucina né bagno, spesso neanche un piccolo fuoribordo di emergenza, ma se le godono ugualmente.

Se poi le usano per fare piccole crociere, allora entrano nello spirito del cosiddetto yachting camping, nome non indovinato, mi pare, perché non si parla di yacht, non si pianta una tenda a terra per la notte, ma solo un tendalino per ripararsi dal sole durante il giorno: non si dorme mai a terra per il timore di animali a quattro o a due zampe, ma si dorme a bordo, il pagliolo e il materassino come letto e un tendalino come copertura.

Gli inglesi lo chiamano “Dinghy cruising”, che potremmo letteralmente tradurre con navigazione con derive. Più semplicemente si naviga su barche piccole, dal Dinghy 12 p. allo Snipe, dal Lightning al gommone. L’imperativo è sapersi accontentare: si mangia quello che si è portato a bordo, si dorme bene ugualmente e, soprattutto, si naviga a pochi metri da terra guardando, fotografando e dando fondo all’ancora quando si trova una caletta nascosta o una spiaggia silenziosa.

Questo è navigare lungo costa senza spese e con molta serenità; se poi ci fermiamo in un porto o vicino ad esso, ce ne andiamo a cena a terra e ci possiamo permettere un buon ristorante, sul mare ovviamente, per poter tenere d’occhio la nostra barca. Qualunque barca piccola può andare bene, anche un gozzo semipontato, con due cuccette o anche senza, purché con un motore o uno piccolo di emergenza.

Non ci si può portare dietro un guardaroba né molto di più: poco vestiario, costumi, asciugamani, miscela per il fuoribordo, se possibile, due remi o due pagaie, un sacco a pelo e un materassino gonfiabile e poco altro ancora. È poco, ma è tutto quello che serve per passare dei bei giorni.

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