Corso di vela: Mettersi in cappa

Corso di iniziazione alla vela predisposto da Francesco Filippi, istruttore veterano del Centro velico di Caprera

METTERSI IN CAPPA

Abbiamo accennato, nella puntata precedente, ad alcune manovre (partenza dal gavitello e dal pontile con mure predeterminate), in cui si fa uso del fiocco a collo (cazzato sopravvento, si gonfia al contrario). Parlando poi della virata in prora, abbiamo evidenziato come il fiocco a collo, lascato troppo tardi o cazzato troppo presto, durante questa manovra, sia un errore. Infatti nel primo caso la virata riesce ma si perde molta acqua, nel secondo addirittura la virata non riesce. Il fiocco a collo non è un errore se utilizzato per manovre d’emergenza: può aiutare una partenza difficoltosa da una banchina, da un gavitello e soprattutto, aggiungiamo ora, salvare una virata incerta, magari in presenza di ostacoli sottovento. Un’altra manovra d’emergenza (si usa spesso per affrontare il maltempo o per recuperare un uomo caduto in mare), in cui si mette il fiocco a collo, è la cappa.

Sarebbe più giusto definirla un’andatura di sicurezza che ci consente di diminuire notevolmente la velocità e conservare principalmente lo scarroccio.

La barca alla cappa, che appare ferma o quasi, naviga lentamente in una determinata direzione e, rimanendo piatta sull’acqua, lo fa con un’andatura confortevole. In più, come vedremo, lascia disoccupato l’equipaggio che può così con tutta calma riposare, mettere in ordine, sgottare, compiere lavori, o riparare qualche avaria. Ci sono diversi tipi di cappa in relazione alle imbarcazioni e al tipo di mare e di vento che si devono affrontare. Quella che risulta essere particolarmente efficace per le derive consiste nel governare la barca nel seguente modo: fiocco a collo, randa completamente lascata e timone all’orza.

La barca così organizzata si dispone con il vento immediatamente al traverso, oscillando da una parte e dall’altra per l’azione combinata della randa e del fiocco. Il fiocco a collo dapprima fa puggiare e scarrocciare la barca, facendo così portare la randa che invece la fa orzare e avanzare, riportandola nella situazione di partenza. Il timone all’orza aiuta questo ritorno e ostacola l’azione puggiera del fiocco.

LA CAPPA: MECCANISMO

La barca avanza poco ma scarroccia notevolmente (il fiocco a collo rimane sempre gonfio, la randa solo a tratti). È quindi indispensabile assicurarsi, prima di mettersi alla cappa, di avere sufficiente acqua sottovento, libera da ostacoli. Scarrocciando nella direzione del vento, ma anche avanzando un poco, l’acqua sopravvento a una barca alla cappa viene come appiattita dallo scafo che le scivola sopra creando così una zona di mare più calmo.

Ecco anche perché quest’andatura risulta piuttosto confortevole. Ci si può mettere alla cappa, mure a dritta o a sinistra, in tre modi diversi. Primo, virando in prora: tenendo il fiocco cazzato sulle vecchie mure, quindi a collo, e lascando completamente la randa.

Una volta terminata la virata, la barca si ritrova quasi ferma con fiocco a collo e randa in bando. È questo il momento per mettere il timone gradualmente e definitivamente all’orza.

METTERSI IN CAPPA

Un errore frequente quando ci si mette in cappa, specie su una deriva, è quello di mettere bruscamente la barra sottovento prima che l’abbrivo sia esaurito, ritrovandosi così con la prora al vento.

Secondo, orzando dall’andatura di poppa col fiocco a farfalla: senza toccare le scotte, né del fiocco né della randa, si orza progressivamente e, rimanendo sempre con la barra sottovento, ci si trova in cappa. Terzo, passando il fiocco a collo senza virare: solo con venti leggeri e con un’andatura stretta, lasciando entrambe le vele per rallentare la barca, si può passare il fiocco sopravvento, a collo. Una volta spento l’abbrivo mettere il timone all’orza e tenercelo. Per abbandonare la cappa invece basta mollare il fiocco a collo, riportare la barra al centro e cazzare gradualmente nell’ordine, fiocco e randa.

ABBANDONARE LA CAPPA

Oppure dalla posizione di cappa, puggiare fino a quando ci si ritrova in poppa col fiocco a farfalla. Si può continuare la puggiata e quindi strambare, o orzare passando il fiocco sull’altro lato. È possibile, entro certi limiti, cambiare la direzione di una barca alla cappa, intervenendo sulla randa, sul timone e sulla deriva.

Se ad esempio si vuole aumentare la velocità di avanzamento e diminuire lo scarroccio, passando così da una cappa fissa a una cappa che si dice filante, si può: tenere sempre il fiocco a collo; cazzare più o meno la randa a seconda della velocità e della direzione che si vuole avere; portare la barra più o meno al centro (attenzione però a non oltrepassarlo, si rischia di far gonfiare il fiocco a farfalla).

Si può regolare inoltre lo scarroccio con la deriva: se vogliamo ancora una cappa filante è bene tenerla completamente immersa (nella cappa fissa, per diminuire lo sbandamento e aumentare quindi il comfort, è bene sollevarla di circa un terzo). Se invece si vuole diminuire la velocità e aumentare lo scarroccio al massimo, si può alzare tutta la deriva tenendo la randa completamente lascata e la barra tutta all’orza. Intervenendo su una, su due o su tutte e tre le variabili (randa, timone e deriva), la cappa permette quindi una certa manovrabilità con andature, rispetto al vento dal lasco alla bolina molto larga. Non tutte le derive tengono la cappa allo stesso modo. È necessario quindi cercare, per tentativi, il giusto equilibrio, intervenendo sulle variabili in gioco.

Trovato questo, come abbiamo già detto, non è più necessario occuparsi del governo della barca. La barra può essere tenuta nella posizione voluta con un piede, un ginocchio, o essere fissata con una cimetta, lasciando così l’equipaggio disoccupato, ma pronto in qualsiasi momento a tornare velocemente alla normale navigazione.

RECUPERO DELL’UOMO A MARE

Abbiamo già parlato del prevenire e del prevedere come dei due verbi fondamentali per la sicurezza. La caduta accidentale in mare del nostro compagno durante la navigazione è un inconveniente che deve essere prima di tutto evitato. Bisogna quindi prevenirlo rimanendo sempre saldamente attaccati alla barca, ancorati alle cinghie puntapiedi e con le scotte sempre in mano. Specie sulle derive però, e in condizioni meteo impegnative, la caduta di un uomo a mare può essere messa in preventivo, indossando sempre l’abbigliamento adeguato e soprattutto conoscendo le tecniche di recupero. La muta e il salvagente aiutano l’uomo in mare a resistere al freddo dell’acqua e a galleggiare con tranquillità. Premesso come sempre che le tecniche di recupero possono essere diverse, e che queste vanno scelte in base alle condizioni particolari in cui ci si trova, suggeriamo due modi generalmente validi. Punto fondamentale è di non perdere mai di vista l’uomo. Bisogna quindi tenere quanto più possibile gli occhi su di lui e, se si è indecisi sulla manovra da fare, sventare le vele per non allontanarsi troppo.

Obiettivo comune a tutte le manovre di recupero è arrivare rapidamente sull’uomo con la barca ferma o quasi. Si può, ad esempio, come abbiamo già visto nelle prese di gavitello e di banchina, avvicinare l’uomo di bolina larga, orzare, lascare e recuperarlo con la prora quasi al vento con le vele che sbattono. Per far questo all’andatura in cui ci si trova al momento della caduta in mare del compagno, ci si porta subito al traverso con l’uomo di poppa, curando solo la randa e il timone, e lasciando il fiocco che può rimanere lascato per tutta la manovra. Quindi si vira, mollando la scotta del fiocco se è rimasta ancora bloccata nello strozzatore, e si puggia per andare subito sottovento all’uomo e per poterlo avvicinare poi, di bolina. Al momento giusto laschiamo la randa e orziamo per raggiungerlo con il solo abbrivo, fermi e con la fiancata sopravvento.

RECUPERO UOMO A MARE: PRORA AL VENTO

Oppure, dopo l’avvicinamento di bolina, si può virare subito sopravvento all’uomo e, lascate le vele, con la barra all’orza (altrimenti la barca si traversa troppo al vento rischiando di far portare la randa), si scade lentamente fino ad arrivare con la fiancata, questa volta di sottovento, sull’uomo.

Se il nostro compagno cade quando siamo di bolina possiamo anche puggiare subito, strambare, per poi orzare e avvicinarci a lui ancora di bolina. Così facendo però dobbiamo prestare attenzione a non perdere troppa acqua sottovento, bisogna cioè essere molto rapidi a strambare e a riportarsi di bolina.

Qualora le condizioni del mare e del vento siano impegnative, può essere valido recuperare l’uomo a mare in cappa, con la barca quindi abbastanza stabile anche per aiutarne l’imbarco. Per far questo all’andatura in cui ci si trova al momento della caduta in mare del compagno, portiamoci di bolina (se siamo già di bolina puggiamo fino a trovarci al traverso, con l’uomo di poppa, e poi ritorniamo di bolina). Quindi viriamo in cappa, avendo cura cioè di tenere il fiocco cazzato sulle vecchie mure. Agendo sulla randa, sul timone e se necessario anche sulla deriva, dirigiamo la barca sull’uomo, arrivandoci con la fiancata sottovento.

RECUPERO ALLA CAPPA

Il recupero con la prora al vento e le vele che sbattono è spesso la manovra più rapida e più semplice. Di contro però c’è il pericolo di non valutare bene l’abbrivo e di arrivare lunghi sull’uomo, con rischio di fargli male. In più la barca con le vele che sbattono è instabile, in balia delle onde. Il recupero in cappa invece è una manovra più lenta e senz’altro più complicata, specie se non si conosce bene la reazione della nostra barca alla cappa. Di buono però c’è che la barca arriva sull’uomo lenta, stabile e tranquilla anche con vento forte.

Un consiglio da dare qualche volta al malcapitato che dall’acqua deve tornare a bordo è quello di salire dalla fiancata all’altezza della sartia, mentre il compagno da bordo bilancia la barca spostandosi con il peso sull’altro lato. Sarebbe più facile salire da poppa (più bassa sull’acqua e senza problemi per lo sbandamento) ma in questo modo la barca potrebbe far perno sull’uomo e, ruotando fino a far portare le vele, rischia di ripartire prima che questi sia salito).

Durante la manovra di recupero con vento forte, può essere conveniente alzare un pò di deriva per diminuire lo sbandamento della barca che risulta maggiore perché compensato dal peso di una sola persona. Se poi perdiamo il compagno a mare quando siamo in navigazione con lo spinnaker, dobbiamo subito ammainarlo prima di iniziare una qualsiasi manovra di recupero.

Concludendo il discorso sull’uomo a mare, proviamo ad esercitarci in condizioni tranquille a recuperare un oggetto galleggiante (un salvagente collegato magari ad un bugliolo per diminuirne lo scarroccio) come fosse un uomo. Naturalmente il prodiere deve sedersi a centro barca per essere il più neutrale possibile. Così facendo, oltre a prendere dimestichezza con queste manovre per poter scegliere in caso di necessità la più opportuna, verificheremo se abbiamo appreso tutti i principi relativi al controllo della velocità e della direzione della nostra barca.

NAVIGAZIONE CON VENTO FORTE

Come abbiamo già detto, per navigare con vento forte su una deriva bisogna essere ben allenati sia tecnicamente che fisicamente, perché tutto avviene più velocemente e la deriva non perdona quasi mai gli errori. È bene quindi, non ci stancheremo mai di dirlo, che il principiante non vada mai alla ricerca del vento forte. Premesso questo però, diamo alcuni consigli per quando saremo già pratici o qualora del vento fresco ci sorprenda durante la navigazione. Contrastare lo sbandamento maggiore della barca, col nostro peso sopravvento, è più difficile e faticoso e rende indispensabile, sulle barche dove è previsto, l’uso del trapezio (ne parleremo in seguito). Per diminuire lo sbandamento si può eventualmente sollevare un pò di deriva anche nelle andature strette, perché la maggiore velocità compensa il maggiore scarroccio. Il peso inoltre, in qualsiasi andatura, deve essere spostato più verso poppa per aiutare la prora ad uscire dall’acqua e per evitare che vi si infili dentro. Nelle andature strette è bene ridurre la pancia della randa il più possibile, tesando bene la drizza, il tesabase, il vang e il Cunningham (ovvero una cima che, armata all’interno di un occhiello metallico disposto lungo la caduta prodiera subito sopra il boma, serve a smagrire la randa). Questo per rendere meno efficace l’azione del vento sulla randa e quindi diminuire lo sbandamento.

Si faccia attenzione però a permettere che il vento scarichi (scivoli via) bene dalla balumina. Per far questo non teniamo le vele troppo cazzate e se necessario scarrelliamo un pò con la randa sottovento (su quasi tutte le derive infatti la scotta della randa è armata su un carrello che può essere spostato lungo una rotaia disposta trasversalmente alla barca). Anche il fiocco deve avere la drizza molto tesata ed essere sempre piuttosto cazzato per diminuire, col suo effetto puggiero, la tendenza orziera della barca. Per difendersi dalla raffica (improvviso e temporaneo rinforzo del vento, su cui torneremo) si deve aumentare il peso sopravvento, lascare quanto basta la randa (fino al limite del fileggiamento) e se necessario orzare un pò. Nelle andature portanti (da evitare quanto più possibile la poppa, specie con mare formato) la barca risulta più instabile e soggetta al rollio (oscillazioni laterali). Bisogna quindi tenere la barca il più possibile piatta sull’acqua, con un’attenta distribuzione dei pesi a poppa. Questo e altre tecniche favoriscono anche la planata (aumento improvviso della velocità della barca dovuto alla minore superficie di scafo immersa) di cui parleremo in una prossima puntata. Altro consiglio valido in queste andature è di non puggiare mai senza lascare contemporaneamente le vele (soprattutto la randa) perché il timone potrebbe rompersi. E ancora: non tenere le vele troppo cazzate, specie il fiocco; la randa è bene che sia piuttosto panciuta (allentiamo quindi drizza, tesabase, Cunningham e vang), per sfruttare al massimo l’azione del vento che, al contrario delle andature strette, qui non si traduce in sbandamento eccessivo ma soprattutto in velocità che stabilizza ancor più la barca.

Allo stesso tempo la randa deve poter scaricare bene anche qui, e per far questo possiamo agire sopratutto sul vang. Questo infatti – che dovrebbe essere tesato un pò anche nelle andature portanti per diminuire lo svirgolamento della balumina e per prevenire, come sappiamo, le strambate cinesi – al lasco e con vento forte, può essere convenientemente allentato per far scaricare meglio la parte superiore della randa. Ricordiamo, inoltre, prima di strambare con tanto vento, di alzare quasi completamente la deriva (che nelle andature portanti è bene tenere sollevata parzialmente), e di rimettere in tensione il vang. Altro problema, spesso collegato col vento forte, è quello di navigare con onda formata. Il discorso è piuttosto articolato e dipende da molti fattori: dal tipo di barca (lunghezza, peso, carena e velatura), dal tipo di onda (altezza, lunghezza, onde incrociate, onde frangenti o non), dalla forza del vento, dalla sua direzione rispetto alle onde e dalla nostra andatura. Non è quindi possibile suggerire poche regole d’oro per cavarsela in ogni situazione. Possiamo semmai dare solo qualche consiglio.

è essenziale rimanere quanto più possibile in rotta, evitando straorzate e strapuggiate. Fondamentale è far camminare sempre velocemente la barca in modo da avere maggior manovrabilità per affrontare le onde di prora, o minor differenza di velocità quando queste ci raggiungono di poppa. Per far questo bisogna regolare al meglio la nostra direzione rispetto alla forza del vento (che cambia a seconda che ci troviamo sulla cresta o nel cavo dell’onda) e tenere sempre le vele a segno.

Inoltre, con molta onda è bene evitare l’andatura di poppa e quella di traverso. Nel primo caso l’onda ci può far strambare più volte involontariamente, e nel secondo, investirebbe violentemente l’intera fiancata della barca, facendola rollare eccessivamente.

Cerchiamo di dire qualcosa di più supponendo, per semplicità, le onde perpendicolari alla direzione del vento e dando per scontato che le particelle d’acqua delle onde non frangenti hanno un moto rotatorio in favore di vento sulla cresta e controvento nel cavo. Nelle andature strette, la barca affronta il vento e le onde di prora e tende a puggiare in salita e ad orzare in discesa. Per rendere quindi l’impatto più dolce, si può affrontare l’onda al mascone assecondando ma non troppo, senza cioè farsi traversare, la tendenza puggiera ed orziera della barca.

Nelle andature portanti, invece, la barca tende ad orzare in discesa (o meglio quando l’onda raggiungente le alza la poppa) e a puggiare in salita (o meglio quando l’onda, passando, le alza la prora). Questa volta per rendere più dolce l’impatto si affronta l’onda al giardinetto (spigolo di poppa), contrastando con il timone l’effetto orziero e puggiero dovuto all’onda.

Per andar dritti si deve quindi puggiare in discesa e orzare in salita, evitando così che l’onda di poppa più veloce di noi traversi la barca. Solo l’esperienza, però, ci permetterà di acquisire quella necessaria sensibilità utile per governare la barca sulle onde nelle varie situazioni, assecondando e/o contrastando, quando necessario, le sue tendenze.

     

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