A Nord dell’isola di San Pietro, nel gennaio 1970 colò a picco una nave mercantile in mezzo alla tempesta. Tante polemiche, un solo superstite.

foto di Aldo Ferrucci

Mezzo secolo fa, nelle acque sud occidentali sarde, si consumò il più grave disastro della Marina Mercantile Italiana nel dopoguerra in Mediterraneo. Vi persero la vita 18 dei 19 membri dell’equipaggio.

Era la sera di venerdì 16 gennaio 1970, quando il Fusina lasciava la banchina di Portovesme carico di blenda, minerale di piombo estratto nelle miniere dell’iglesiente, per dirigersi a Porto Marghera, in Veneto. Ma l’insidia, quella sera, si nascondeva nel carico, depositato in banchina e reso viscido dalla pioggia battente. Le stive vennero caricate in fretta, senza prendere le necessarie precauzioni.

Il comandante Mario Catena ed il cameriere di bordo Ugo Freguja, unico superstite.

Nonostante il forte maltempo, la società armatrice sollecitò l’immediata partenza al comandante Mario Catena, che mollò gli ormeggi non senza polemiche. Lasciata Portovesme, dopo qualche ora, a circa due miglia e mezzo a Nord dell’isola di San Pietro, la nave sbandò e divenne ingovernabile. Si cercò inutilmente di lanciare segnali di soccorso ed ammainare le lance. Essendo inevitabile l’affondamento, i membri dell’equipaggio si lanciarono in mare, col giubbotto di salvataggio ed alcuni salvagenti anulari.

Parte dell’equipaggio del “Fusina”, perito durante il naufragio del 16 gennaio 1970

Tra loro, vi era anche il sedicenne Angelo Barbieri, mozzo al suo primo ed ultimo imbarco. In mezzo alla tempesta, in acqua ebbero il faro di capo Sandalo come riferimento per raggiungere la costa. Quelli che vi arrivarono, non sopravvissero all’impatto sulle impervie scogliere, nel freddo di una notte di metà gennaio. I corpi furono trovati tra le rocce ed in mare, alcuni anche molto lontano, tra la Sicilia e l’Africa. Cinque marittimi risultarono dispersi, tra cui il giovanissimo Barbieri. Solo uno ce la fece. Ugo Freguja, il cameriere di bordo, riuscì a nuotare fino all’insenatura di cala Vinagra e toccò terra all’alba di sabato. Stremato dalla dura prova, sopravvisse bevendo acqua piovana e riparandosi in un casolare. Solo nella tarda mattinata domenicale trovò rifugio e ristoro presso un contadino.

FusinaL’allarme scattò solo la domenica pomeriggio, quando Freguja venne accompagnato al Circomare. I segnali lanciati dal marconista e dall’equipaggio sul punto di naufragare non vennero raccolti, né captati. Il perdurare del maltempo ritardò l’avvio delle operazioni di ricerca navali ed aeree, avviate solo da lunedì. Furono condotte da unità militari, navi in transito, pescherecci, barche, velivoli e da molti carlofortini, con uno straordinario spirito di solidarietà e partecipazione tipico della gente di mare. Ma nessuno venne ritrovato vivo. I funerali vennero celebrati nella chiesa di San Carlo Borromeo e le salme furono accompagnate sul traghetto da tutta la popolazione, che si strinse ai familiari in segno di profondo rispetto per l’immane tragedia accorsa.

relitto

Tra gli aspetti che destarono maggiori perplessità, ci fu la mancata ricezione dell’SOS. Anche considerando altri naufragi minori nella zona, venne citato il fenomeno dei “coni d’ombra”, secondo cui nelle acque a Nord dell’isola di San Pietro si navigava con un supporto radio insufficiente. Gli studenti del Nautico carlofortino manifestarono e chiesero il potenziamento dell’ascolto radio. Della problematica, se ne occupò il sottosegretario al Ministero della Marina Mercantile Salvatore Mannironi, giunto a Carloforte per i funerali. Dopo qualche anno e ripetute pressioni, fatte anche in Parlamento, la richiesta venne esaudita, con nuove apparecchiature radio e mezzi per il soccorso nell’isola. Un naufragio del genere fu ripreso dai media nazionali e finì inevitabilmente sotto le lente della magistratura.

Fusina

Fu avviata un’inchiesta dettagliata e i parenti delle vittime si costituirono parte civile. Sette furono gli imputati, tra cui il comandante della nave e del porto di Portoscuso, i responsabili delle operazioni di carico e l’armatore, tutti accusati di “naufragio, sommersione di nave per spostamento e costipamento del carico, negligenza, imprudenza e violazione di norme”. Nel 1976, il tribunale condannò in primo grado alcuni imputati a pene irrilevanti, sentenza che si estinse per prescrizione nel 1979, anche se venne stabilito un risarcimento in favore dei familiari, che si dichiarano insoddisfatti per l’esito del processo.

Durante l’inchiesta, fu arruolato uno dei pionieri della subacquea italiana: il comandante Raimondo Bucher. Il Tribunale di Cagliari gli affidò il compito di ispezionare il relitto, a 98 metri di profondità, nel tentativo di acquisire nuovi elementi sull’affondamento. L’esperto sub compì venti immersioni, in cui sperimentò, con successo, la custodia per la macchina fotografica Hasseblad 500 SW, fornita di un innovativo sistema per bilanciare la pressione. Per ricordare la tragedia, la Pro Loco di Carloforte ha organizzato vari momenti evocativi e raccolto molta documentazione, in parte pubblicata nel libro “La tragedia del Fusina”, edito da Giampaolo Cirronis Editore. E’ stata altresì recuperata la targa di costruzione originale, affissa nel monumento alla Stella Maris nel porto di Carloforte, dove sono ricordate le vittime del naufragio.

Articolo pubblicato sul Numero 695 di Marzo 2020

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