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Il palangaro, trappola con 100 ami

Chiamato anche conzo, o palamito, o coffa, o catalana, questo attrezzo da pesca è utilizzato da molti secoli dai pescatori professionisti di quasi tutti i mari del mondo

Struttura del palamito
Per tutti coloro che non vogliono perdere troppo tempo a confezionarne uno con le proprie mani, si trovano in commercio già pronti per l’uso. La legge fissa il limite di 200 ami per i pescatori non professionisti, e ci sono dei palamiti già completi con questo numero di ami. E’ preferibile però acquistarne due da 100 ami ciascuno. Noi consigliamo di comprare il materiale e montarlo con le proprie mani, sia per fare pratica per le future riparazioni, sia per scegliere il meglio di ogni parte come ami, nylon, sagolino, cestone.Analizziamo la tipica coffa alla catalana, cosi detta in onore del suo luogo d’origine. E’ composta da un trave madre di 840 metri per 100 ami. Al neofita conviene l’utilizzo di più coffe da 50 ami, al fine di evitare l’eventuale “parrucca” ad un solo palamito, e tentare la pesca in più posti,distanti tra loro. Il primo bracciolo va legato al 14° metro del trave, che può essere di nylon monofilo del diametro dello 0,70 o dello 0,80, oppure di treccia sintetica autoaffondante di color nocciola del diametro compreso tra 1 e 2 mm. Consigliamo ai principianti, anche se più visibile e forse meno pescoso, l’uso del sagolino intrecciato da 1,5 mm., in quanto si cala e si salpa con maggiore facilità.

Quando il trave si adagia su habitat rocciosi compresi tra i -30 ed i -50 metri, peraltro ideali come zona di pascolo dei fragolini, se alternati a spiazzi di fango, il recupero è più agevole con il trave di treccia autoaffondante. La madre di nylon monofilo, più pescosa nella fase iniziale di caduta, è più adatta per fondali minori, pressochè piatti e fangosi, o assolutamente sabbiosi. Il trave di nylon, in effetti, in fase di recupero tende a scivolare tra le mani, specie se impigliato al fondo, e poi nel cesto dove viene raccolto può formare alcune spire ribelli che spesso ingarbugliano tutta la coffa.

Dopo aver fissato il primo bracciolo di nylon monofilo dello 0,35 o 0,40 mm., della lunghezza di mt. 2,70, applicheremo tutti gli altri ad una distanza di mt. 7,20 uno dall’altro, cioè 4 braccia. Abbiamo citato delle lunghezze tipiche, adottate per praticità dai pescatori professionisti. Infatti utilizzando il metodo delle braccia aperte, si totalizzano circa 180 centimetri, evitando di perdere tempo con l’uso del metro. Un bracciolo è quindi di un braccio e mezzo; la distanza tra due braccioli è di quattro braccia. E’ opportuno fissare con un terminale dello 0,35, lungo 50 cm., un piombo piatto di circa 200/300 grammi ogni 25 braccioli, per accompagnare tutto l’ingegno in profondità, evitando o limitando la razzia delle esche, da parte di sciarrani, perchie, vope, sugheri e altri piccoli saccheggiatori che stazionano a profondità intermedie od in prossimità del fondo. E’ anche un valido accorgimento per limitare gli spostamenti del palamito in orizzontale da parte di prede maggiori, che strattonando il bracciolo e quindi il trave, possono allarmare altri pesci in procinto di abboccare.L’amo più utilizzato dai professionisti è il Mustad qualità 2315 a paletta nella misura n°15. Per il neofita e per i più spendaccioni, suggeriamo il Mustad serie 92553 S misura 3 o 4 ad anello, in acciaio inox, di maggiore durata e di ottima penetrazione, con il pregio di non far marcire il nylon al nodo. I professionisti preferiscono il primo modello citato, sia per il suo basso costo, sia per il suo gambo più lungo che facilita l’operazione d’innesco; quando si hanno 1000 ami da innescare, questa caratteristica diviene fondamentale.

Esche e periodi consigliati
Paguro, bibi, interno di oloturia, cannolicchio, granchio di sabbia, cappellotto od occhio di canna, gambero di fosso, gamberessa di paranza, striscioline di seppia e pezzi di polpessa, sono le esche, in ordine di appetibilità, utilizzate da chi del palangaro ha fatto un mestiere. E’ fondamentale coprire con l’esca ogni parte dell’amo e far uscire solo uno o due mm. della punta; terminata l’operazione d’innesco, è utile coprire tutta la coffa con un asciugamano intriso di acqua di mare per mantenere le esche fresche ed umide, evitando anche che eventuali sobbalzi della barca spostino le spire del trave e la posizione progressiva di ogni bracciolo. In proposito, è bene ricordare che l’accortezza numero uno per non imbrogliare il palangaro consiste nel filare in acqua un bracciolo dopo l’altro senza invertirne la successione. Esiste un piccolo trucco che aiuta il principiante in questa delicata fase.

Quando si acquista il cestone rotondo in plastica azzurra per contenere tutta la coffa, sul bordo superiore, accanto alla mangiatoia dove riposano le esche, si devono fare con una sega a ferro tanti tagli verticali, lunghi circa 5 cm per quanti sono i braccioli.Una volta applicata l’esca sull’amo, inserite il nylon del bracciolo nel taglio, progressivamente. In questo modo le onde non sposteranno i braccioli e nel filare in acqua le esche non potrete sbagliarne la successione progressiva. Alcune esche devono essere vive per ottenere l’effetto desiderato (paguro, bibi, cannolicchio, granchio di sabbia); tutte le altre devono essere freschissime e conservate perfettamente fino al momento dell’innesco, che solitamente si effettua poco prima della calata.

Il cannolicchio sbollentato e messo poi in freezer, il bibi ed il cappellotto surgelati, possono essere adottati in assenza di esche fresche, ma con risultati nettamente inferiori. Si potrebbe opinare che un’esca reperibile solo su fondali sabbiosi sia inadatta ad essere calata sopra substrati rocciosi. In pratica però abbiamo constatato che ognuna delle esche citate ha dato ottimi risultati su diverse composizioni del fondo; unico denominatore comune era la freschezza. Le prede catturabili nell’estate, con la calata al tramonto ed il recupero all’alba, sono rappresentate principalmente dai pesci stanziali o di fondo, come capponi, mormore, murene, gronghi, cernie, corvine, saraghi, tanute, scorfani, e più raramente da dentici, orate e spigole. Nel Tirreno centro-settentrionale, il periodo più favorevole per la pesca con il palamito inizia a metà settembre e perdura fino a giugno. Eccezionale per l’uso dei tramagli, la cosiddetta “scaduta” è valida anche per i palangari, con acque leggermente opache, cioè le prime giornate di mare e tempo buono dopo una lunga buriana. Per quanto riguarda la calata, molti pescatori esperti gettano al tramonto e salpano alle prime luci dell’alba. In particolare la coffa Yo-yo, cosiddetta per il suo andamento a sali e scendi, provocato da un bracciolo con un piombo alternato ad uno con un galleggiante, è micidiale nelle ore notturne per i saraghi, le orate e le tanute.

Altri iniziano poco prima dell’alba e ritirano il palamito entro le 9 di mattina, al fine di evitare che le pulci di mare svuotino le prede allamate ed anche per operare con mare calmo, in totale assenza del vento che di solito monta con il sole. E’ anche vero che alcuni specialisti sostengono che la vera “catalana” con il trave in nylon, pesca in caduta, ancor prima che le esche siano adagiate sul fondo. Per mia esperienza diretta e con buona pace dei meno mattinieri, si possono calare gli ami intorno alle 8 di mattina e salparli quattro ore dopo, con ottimi risultati, purchè Eolo non ci metta lo zampino e faccia muovere il mare.Dove calare il palamito, dopo la scelta dell’esca, è da sempre il rompicapo del pescatore. Disponendo di un buon ecoscandaglio, è facile individuare un ciglio roccioso, che sia seguito da una piattaforma fangosa, compresa tra i -20 ed i -50 metri. Ottime le secche che risalgono dai fondali maggiori e le buche di considerevole diametro, dove abitualmente si recano gli appassionati di bolentino. Un utile riferimento è anche rappresentato dalle zone dove i professionisti calano i tramaglioni ad aragoste.

Consigli pratici

  • Prendere nota delle mire a terra, ove possibile , o fare il punto con un GPS di ogni pedagno alle due estremità della coffa.
  • Versare sul palamito un secchio d’acqua un attimo prima d’iniziare la calata, per aumentare la scorrevolezza in uscita dal cesto.
  • Effettuare la calata controvento, tesando dolcemente il trave, senza trascinarlo.
  • E’ fondamentale recuperare il trave perpendicolarmente al fondale, poichè salpandolo in diagonale si rischia di impigliare buona parte del palamito.
  • Lavare sempre in acqua dolce l’attrezzo, facendolo asciugare all’ombra dopo aver tolto i residui delle esche, riannodato gli ami mancanti e sostituito i braccioli logori. E’ buona norma ripassare tutta la coffa dopo l’utilizzo, riadagiandola con cura a larghe spire dentro un contenitore gemello vuoto.
  • Consultare i bollettini meteo prima di calare i palamiti: può accadere di filare in acqua gli ami, con una bonaccia piatta e dover recuperare, dopo qualche ora, con un maestrale teso od altro vento comunque scomodo.
  • Tenere a portata di mano un paio di forbici inox, a punta tonda, per tagliare il bracciolo quando le prede ingoiano l’esca.
  • Recuperare per prudenza tutto il pescato con il guadino a fior d’acqua. Se la preda è di dimensioni notevoli, tenere pronto un buon raffio ben appuntito.
  • Quando sentiamo sul trave dei violenti strattoni, ed è l’attimo più emozionante, è opportuno tagliare in fretta gli ultimi tre braccioli già recuperati, per poter filare in acqua fino a venti metri del trave se la preda, una volta vista l’imbarcazione, li richiama, per poter stancare il pesce e salvare le mani dalle punture degli ami.

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