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La grande leccia, un predatore solitario

Imprevedibile e maestosa la grande leccia, abbandonate le scorribande di gruppo dell’età giovanile, si avventura in coppia e più sovente solitaria sui sommi delle secche al largo dalla costa ed in prossimità dei dirupi rocciosi che sprofondano quasi verticalmente nel mare blu cupo

Dire “oggi vado a pescare le leccie”, significa non conoscere le stravaganti abitudini di questi predatori e formulare un pensiero utopico o perlomeno molto ottimista, specie per il plurale. In effetti le grandi lecce solo nei periodi migratori si spostano in piccoli gruppi di pochi esemplari. Quando trovano una zona di caccia favorevole, preferiscono la predazione solitaria od al massimo di coppia. E’ quasi impossibile dare dei dati certi sulle sue migrazioni, sui luoghi dove si stabilisce per riprodursi e per cacciare, sulle sue esche preferite, proprio per l’esiguo numero di catture registrate che forniscono uno spettro statistico insufficiente. In effetti, quando sulla base di qualche cattura, ci si arrischia ad enunciare una regola, la leccia ancora una volta ci sorprende, dimostrando l’opposto. Personalmente, non ho mai catturato leccie di una certa mole con esche artificiali, ma solo con quelle naturali vive o morte; ero quindi convinto della mia teoria che, per gli esemplari più grandi, l’artificiale è pressoché inutile, forte anche della stessa esperienza verificata con le ricciole.

Ritornavo nel porto di Civitavecchia con il mio compagno di pesca Maurizio, appagati entrambi da due ricciole di circa 8 kg cadauna, catturate con l’aguglia viva nel mese di ottobre, quando sentii sul VHF la chiamata di un nostro amico che rientrando aveva ferrato, quasi sull’imboccatura, a 50 metri dalla diga foranea, un grosso pesce. Dopo un combattimento di quasi 15 minuti, una leccia di oltre 12 kg., raggiunse il pagliolo del fortunato angler, allamata durante la fase di recupero della lenza, quindi a velocità doppia, con un Rapala testa rossa da 14 cm. in acqua torbida e su fondale fangoso. Di certo, la leccia si era spinta in quella zona rumorosa e per lei poco ospitale, all’inseguimento di branchi di cefali o sulla scia dei pescherecci che puliscono il sacco in mare e gettano le prede non commerciabili.

Tecniche di pesca ed esche
La pesca derivante a corrente con il vivo può dare ottimi risultati se abbinata ad una oculata pasturazione, in zone dove sono già state avvistate o catturate delle leccie. Il finale deve essere della sezione dello 0,50 o dello 0,60 di colore neutro o simile a quello dell’acqua circostante, lungo dai 15 ai 20 metri. L’imboccatura con due o tre ami del tipo dritto a gambo corto, misura dal 5/0 al 7/0, a seconda del tipo di esca usata e della sua dimensione, può essere realizzata con il raddoppio degli ultimi 40 cm. di finale di nylon o con un pezzo di kevlar o dacron di pari misura da 130 libbre. L’amo di coda è fisso, quello di centro e quello di testa scorrevoli, per adattarli alla lunghezza variabile delle esche vive.E’ senza dubbio più dinamica e divertente la traina, quando questo imprevedibile carangide, ci onora con una sua ferrata. Per indurlo a ciò è necessario procurarsi una seppia di medie dimensioni, forse la sua preda preferita, insieme al calamaro. Fondamentale che questi cefalopodi siano freschissimi, della nottata, e trainati a velocità molto ridotta, mai superiore al nodo. Strano ma vero, la seppia morta, non in drifting ma in traina, è più catturante di quella viva, forse perché più visibile, con i tentacoli predatori estesi e l’assenza del mimetismo che la caratterizza da viva. L’esca non deve ruotare e per mantenerla in assetto possiamo piombare la parte inferiore del cappuccio, o inserire una fettuccia di polistirolo, nella parte superiore, fissandola con ago e filo.

Al secondo posto come appetibilità, viene il cefalo vivo di buona taglia, se peschiamo in zone dove sono presenti in buon numero queste potenziali esche, oppure le aguglie, purché dai 40 cm. in su, innescate con tre od addirittura quattro ami, tutti legati, senza ferire l’animale per permettergli la massima libertà nel nuoto. In mancanza delle esche succitate, sgombri, sugheri ed eventualmente occhiate, possono costituire validi surrogati e, con un po’ di fortuna, anche i sempre validi Rapala da 14 e 18 cm, modello sinking, trainati a velocità variabili da 3,5 alle 5 mph., con colori vivaci in acque torbide e i colori del cefalo e maccarello, in acque chiare.

Sulla profondità alla quale conviene proporre le nostre esche, ci sono idee ed esperienze troppo contrastanti tra i pescatori incalliti, per trarre delle conclusioni attendibili. Personalmente, le leccie che ho catturato, le ho ferrate a profondità comprese tra i -20 ed i -35 m., intendo dire dove si trovava la mia esca, su fondali di qualche metro più bassi, costituiti da cigli rocciosi che digradavano verso substrati fangosi o vaste piazzole di sabbia e roccia circondate da folti banchi di fanerogame, habitat, questo, ideale per i molluschi cefalopodi.

Attrezzi consigliati
Per affondare la lenza a quelle profondità un buon affondatore o down-rigger, sia manuale che elettrico, ci permette di combattere il pesce allamato e sentire le sue reazioni sul cimino della canna, senza essere appesantiti da un piombo guardiano o dalla lenza di monelautoaffondante.
Con lenza di nylon o dacron che sia, da 50lbs su canna da 20 lbs., o lenza da 30 lbs., su canna da 12 lbs. per i più esperti, il divertimento è assicurato! In alternativa l’uso del monel da 60 lbs., preceduto nel mulinello da 150 m di dacron di simile libbragio, diminuisce il divertimento a causa del maggior peso della lenza, ma è altrettanto catturante. Il piombo guardiano di forma sferica od a pera del peso di circa 750 grammi, interposto sulla girella tra i 20 m di finale e la lenza madre, fissato con due metri di nylon dello 0,50, permette, con il motore in folle, di raggiungere maggiori profondità. Ma dopo pochi minuti di traina, il piombo con tutta la lenza, per effetto dell’attrito con l’acqua, tende a risalire e d è necessario ripetere l’operazione dell’affondamento.

Il recupero
E’ il momento più emozionante proprio per la grande combattività della leccia e dell’alea della sua definitiva cattura. Un ruolo fondamentale lo giuoca lo skipper, che deve prevenire gli spostamenti della preda, seguendo l’angolo d’inclinazione del filo con l’acqua, la tensione sul cimino e gli avvertimenti dell’angler.Spesso succede che la preda venga incontro all’imbarcazione, ad una velocità superiore a quella del recupero della lenza da parte del pescatore; in questo frangente, con la lenza in bando, si rischia di perdere il pesce ed il pilota deve accelerare per mantenere la lenza in tiro.
La leccia, al contrario della ricciola, ha delle reazioni incostanti e spesso la sua cattura richiede meno tempo, poichè tende a stancarsi prima. Però le sue fughe sono molto più violente e basate principalmente sulla velocità; una volta in superficie, viaggia veloce con la pinna dorsale e caudale a fendere l’acqua ed a volte si esibisce in salti acrobatici. L’ultima reazione si manifesta alla vista dello scafo e tende a ripartire verso il fondo, quando non si getta verso il piede del motore. Inutile dire che questo è il momento più difficile ed aleatorio: solo un preciso colpo di raffio mette fine al recupero a favore dell’angler.

La scheda della Leccia

Ordine: perciformi – Famiglia: carangidi – nome latino: LICHIA AMIADistribuzione: Atlantico orientale; presente lungo le coste del Sud-Africa, in tutto il Mediterraneo e nel Mar Nero. In Adriatico entra nella laguna veneta, alla ricerca di cibo.
Dimensioni: gli esemplari adulti possono raggiungere la dimensione massima di 2 metri per 50 chili di peso. A detta degli esperti le leccie sono sensibili alla bassa temperatura dell’acqua. Quando questa scende al di sotto dei 14° C., migrano verso mari più caldi.Riproduzione: l’epoca della riproduzione corrisponde alla nostra primavera, ma avviene nei mari più caldi ed in prossimità della costa, su fondali misti di rocce, posidonie e fango.
Costumi: specie pelagica con migrazioni stagionali, motivate dalla ricerca di clupeidi e cefalopodi e di temperature miti, dove riprodursi. Saltuariamente, esemplari di mole ragguardevole sono stati notati in qualche metro d’acqua, mentre inseguivano branchi di costardelle o di cefali. Parente stretto di questo perciforme è la ben nota leccia stella, di dimensioni ben più ridotte: la lunghezza media si aggira intorno ai 30 cm., anche se qualche volta si trovano sui banchi dei mercati del pesce esemplari di mezzo metro. E’ predata anche da terra con canne da lancio e da posta. Meno conosciuta, ma presente anche nei nostri mari, la leccia fasciata raggiunge, per quanto concerne il Mediterraneo, dimensioni maggiori intorno ai 60 cm.. Molto ambita dal pescatore sportivo per la sua accentuata combattività.

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