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Bolentino di alto fondale

Una speciale pesca a bolentino che è abbastanza impegnativa ma che in compenso può condurci alla cattura di prede inusitate per i dilettanti, si tratta del bolentino di alto fondale

Le nostre prede saranno rappresentate da saporiti occhialoni (sono il piatto forte), da merluzzi di ogni taglia, da grossi scorfani di fondale, da pesci lama e sugarelli di dimensioni super, da gronghi enormi, da grandi scorfani rossi, da prelibate gallinelle conosciute anche come cocci o caponi; altri possibili clienti potranno essere le cernie, le razze e, addirittura, i pesci spada e gli squali in genere; salve comunque ulteriori impensabili sorprese.Naturalmente, per stare tranquilli, occorrono barche veramente da mare, lunghe non meno di 8 metri, con motorizzazione doppia e veloce, strumenti di radio posizionamento, ecoscandagli di portata considerevole, skipper forniti di buone capacità di navigazione, equipaggi sufficientemente numerosi (almeno tre persone) e tanta tanta passione.

Il teatro e i tempi di pesca
Ci troveremo sempre in grande altura su secche che si elevano da profondità abissali per salire a “poche” centinaia di metri. Solo nei bacini ove i fondali precipitano già in prossimità della costa potremo pescare con la terra ancora in vista. Di norma le postazioni migliori sono quelle caratterizzate da considerevoli dislivelli. Per l’individuazione delle secche sono sufficienti talvolta, come ho ripetutamente constatato di persona, le indicazioni forniteci dalle comuni carte nautiche; sono molto valide le informazioni che, se saremo fortunati, potremo ottenere dai colleghi sportivi meno abbottonati e dai professionisti specializzati nella pesca con reti da posta e parangali di fondo; sono eccellenti i dati rilevati da noi stessi durante qualsiasi tipo di navigazione per mezzo del nostro ecoscandaglio; queste esplorazioni potranno portarci alla “scoperta” di formazioni subacquee non riportate nella cartografia marittima e tenute segrete dai pochi che le conoscono o, al limite, completamente sconosciute ove, come è ovvio, la fauna demersale sarà sempre più abbondante e più disponibile che altrove. Naturalmente ogni “punto buono”, comunque rilevato, sarà inserito nella memoria della strumentazione elettronica di bordo.
Il bello di questo particolarissimo tipo di pesca dalla barca consiste nel fatto che di norma – e fatta salva una lieve priorità per i mesi più freddi – non ci sono stagioni o orari più o meno precisi cui riferirsi; ciò in quanto, indipendentemente dai tempi, potremo sempre imbatterci in una o in diverse specie demersali presenti in loco a rotazione nei vari periodi dell’anno. Potremo insomma pescare in ogni stagione ed a qualsiasi ora sempreché, si intende, le condizioni meteomarine siano orientate verso il bello stabile.

Le attrezzature pescanti
Non sembra male soffermarci sugli attrezzi più adeguati per praticare la pesca specifica della quale ci stiamo occupando. Precisiamo che le indicazioni che seguono sono valide per fondali alti fino a 200-250 metri, i più praticati e praticabili a livello dilettantistico nei nostri mari; man mano che cresce la profondità la potenza degli attrezzi dovrà essere progressivamente aumentata soprattutto per quanto attiene al diametro dei fili (lenza madre e terminale), alle zavorre ed alla dimensione degli ami. Tanto per fare un esempio di libbraggio del dacron della lenza madre che parte da un minimo di 20 potrà salire fino a 80, il diametro del nylon dei finali potrà passare dallo 0,60 al 100, il peso dei piombi potrà aumentare dai 2-3 etti fino a raggiungere il chilo; lo stesso discorso vale anche per i mezzi di recupero delle lenze.

Andranno benissimo delle robuste canne “da barca” di lunghezza compresa fra i due ed i tre metri, con azione di punta piuttosto rigida. I relativi mulinelli saranno a tamburo fisso con bobine di elevata capienza, tali cioè da contenere almeno 300 metri di dacron da 30 libbre; potremo impiegare anche normali canne da traina supportate dai rispettivi mulinelli (a tamburo rotante) purché questi ultimi siano almeno del numero 6/0 al fine di evitare che il salpaggio della lenza richieda tempi veramente interminabili. In questi ultimi anni si è andato affermando un nuovo attrezzo ideato e prodotto in varie versioni da una casa italiana (la cuneese Kristal Fishing) che ha la funzione di salpare con rapidità e tranquillità centinaia e centinaia di metri di lenza. Questo accessorio, che è normalmente fornito di apposita canna, è ad azione manuale o elettrica con frizione autoregolante in rapporto al peso ed alla resistenza opposta dalle prede da portare in superficie. E’ utile in ogni caso ma, ripeto, diventa pressoché indispensabile quando si superano i 250 metri. Per completare il discorso debbo aggiungere che anche il semplice “downrigger” da traina, imbobinato con il dacron in luogo del cavetto in treccia di acciaio, può assicurare recuperi abbastanza rapidi ed ordinati. Il filo più adatto è il dacron il quale, data la minore elasticità rispetto al nylon, consente di avvertire meglio le “tocche” anche se non violente; è preferibile orientarsi verso le basse sezioni (dalle 20 alle 30 libbre) per ridurre al massimo l’inclinazione delle lenze determinata dalle correnti sottomarine o dallo spostamento della barca. In proposito giova sottolineare che, anche con tali ridotti libbraggi, avremo entro certi limiti la possibilità, facendo un accorto uso della frizione, di aver ragione di prede di notevoli dimensioni e combattività. Non bisogna infatti dimenticare che la generalità degli organismi che hanno il loro habitat abituale in prossimità del fondo perdono gran parte delle forze, fino all’esaurimento completo, quando vengno velocemente sollevati verso la superficie. Ricorreremo invece al nylon per costruire i terminali. Questi, nella versione standard, consteranno di un corpo di lenza dello 0,60 lungo da metri 1,50 a metri 6 e recheranno sei braccioli con i relativi ami, numero massimo consentito il bolentino sportivo. All’inizio e alla fine del “corpo” piazzeremo due robuste girelle con moschettone destinate la più alta al collegamento con la lenza madre e la più bassa all’aggancio del piombo. I braccioli, in nylon dello 0,50, saranno lunghi 15-20 centimetri e scaglionati mediante l’impiego di girelle a tre vie, ad identici intervalli. Gli ami (a paletta, stagnati, corti, dritti o appena storti) saranno dei numeri compresi dal 13 al 9 (vedi Nautica n. 411 del 1996 a pag. 98) ovvero, secondo una diversa tabella di uso abbastanza corrente, dal n. 4 al n. 2/0. Solo se ci capiterà di imbatterci in branchi famelici di pesci lama o sciabola sarà giocoforza sostituire temporaneamente i braccioli di nylon con altri di treccia metallica munita di guaina termosaldante da 20-30 libbre. In questi casi, per rendere più sicura la tenuta del nodo, occorrerà impiegare ami ad occhiello.

Il piombo ideale è a cono, a piramide o a sfera. Esso – in rapporto alla profondità, alla corrente, alla sezione della madrelenza ed alla circostanza che si peschi sull’ancora o in deriva – sarà di peso variabile compreso fra i 300 e i 500 grammi. L’apposito disegno riassume i dati essenziali per la costruzione di un finale nella più semplice versione di soli due metri.
Un sistema di richiamo che è indubbiamente utile nel buio profondo in cui lavoreranno le nostre esche è costituito da un comune starlight inserito, mediante uno spezzoncino di scoubidou, a stretto ridosso dell’occhiello della girella a tre vie alla quale è legato il bracciolo (vedi disegno in alto).
Altri attrezzi necessari sono il coppo sempre a bocca larga, il gancio di ferraggio, le pinze per slamare le prede più pericolose, i guanti, capienti contenitori di plastica per le esche e per il pescato, una o più panciere da combattimento.

L’ancoraggio
Anche in altura si può pescare in deriva; ma, salvi i casi particolari di cui parleremo in seguito, è assai più agevole e meno complicata la pesca a fermo. All’uopo avremo bisogno di un’ancora speciale, ossia di quella con gambo lungo e con bracci in tondino di ferro o di acciaio che, in caso di incaglio, si piegano o si addirizzano in modo da liberare l’attrezzo.
Ancore di questo tipo sono ormai reperibili in commercio e non è quindi necessario, diversamente da quanto avveniva fino a pochi anni or sono, farsele costruire appositamente; indicativamente esse debbono pesare circa un chilo per ogni metro di lunghezza della barca. In ogni caso, una ulteriore cautela volta ad evitare la perdita del “ferro” è la cosiddetta armatura alla genovese. Per assicurare la tenuta dell’ancora si suole inserire fra quest’ultima e la cima che la sostiene un tratto di catena pesante 3-5 chili e lungo dai 5 ai 10 metri; se anche così la barca continua a spostarsi non resta che legare, a monte della catena, un peso pari suppergiù a quello dell’ancora costituito di solito da un cubo di cemento fornito di maniglioncino metallico. In vari casi, quando cioè il fondale presenta alte e frequenti formazioni rocciose, converrà calare, al posto dell’ancora (che, nonostante ogni cautela adottata, rischierebbe di andare persa), un semplice “rampino” costituito da un collarino metallico cui sono saldati i bracci privi di marre, anch’esso reperibile nei negozi specializzati.
Per recuperare l’ancora con il verricello occorrono tempi esasperatamente lunghi. Invece l’operazione risulterà molto più rapida se adotteremo il seguente sistema che ho sperimentato solo di recente: legheremo ad un grosso parabordo un cerchietto in tondino di acciaio con sezione di 5-6 millimetri e diametro di 10-12 centimetri; entro questo cerchietto scorrerà la cima ; dando motore e procedendo in linea retta vedremo il parabordo allontanarsi sempre di più dalla nostra poppa fino al momento in cui, scavalcata la catena, si fermerà a cavallo fra questa ultima e l’ancora mantenendo il tutto in superficie; a questo punto faremo descrivere alla barca un’ampia curva per portarci in prossimità del parabordo e potremo recuperare a mano velocemente e senza sforzo cima, ancora, catena ed eventuale zavorra aggiuntiva.

La scelta del posto
Raggiunta la secca prescelta dovremo individuare il posto ove calare le nostre lenze. Come di norma, escluderemo i pianori che formano il culmine delle formazioni subacquee e cercheremo invece di portarci sulle “cadute” che, di solito ma non necessariamente, insistono sui bordi esterni della secca; dico non necessariamente in quanto può capitare che, all’interno del sistema orografico sottomarino sul quale ci troveremo, ci siano alture e depressioni con relative scarpate e vallate, esattamente come avviene su ogni lembo montuoso o collinare di terraferma che si rispetti. Una volta fatta la nostra scelta dovremo cercare di stabilire la direzione di spostamento della barca provocata dal vento e/o dalla corrente. La cosa più semplice è questa: caleremo un segnale in polistirolo con bandierina e zavorra destinato ad immergersi quanto serve per mantenere l’asta della bandierina in posizione verticale; fermeremo la barca tenendo bene d’occhio il segnalino (che ovviamente non resterà immobile ma si muoverà ad una velocità notevolmente ridotta), potremo fare i nostri conti con notevole approssimazione; dopodiché, partendo dal punto rilevato, risaliremo il vento e la corrente di qualche decina o centinaia di metri (la distanza la dovremo dedurre dalla profondità e dalla velocità di spostamento della barca) e caleremo l’ancora; se avremo fatto per bene i nostri calcoli, dopo qualche minuto, ci troveremo fermi sul punto prescelto o nelle sue immediate adiacenze.

L’azione di pesca
L’esca sovrana è rappresentata dalla sardina che, oltre ad essere la più gradita dai nostri amici che vivono negli abissi, è di solito reperibile fresca in ogni periodo dell’anno e, anche se surgelata, conserva in gran parte il suo potere attirante. L’innesco classico è quello a tocchetti (3-4 pezzi per ogni singola unità); ma può risultare proficuo anche guarnire qualche amo con una sarda intera ovvero tagliata a metà. Le alici, a parte il maggior costo, valgono quasi quanto le sarde. Altre esche, integrative non alternative, possono essere costituite da filetti di totano o calamaro, da piccoli polpi o seppie.
Nel calare le lenze, specie se la zavorra sarà pesante, dovremo avere l’accortezza di rallentare un po’ la fuoriuscita del filo onde evitare che, per effetto della velocità, i braccioli si attorciglino intorno al corpo del terminale. Una volta raggiunto il fondo recupereremo alcuni metri di lenza e li cederemo nuovamente fino a portare il piombo a “tocca e non tocca”. Di regola il filo viene tenuto con le dita per avvertire più percettibilmente l’abboccata; quando la sentiremo daremo una strattonata per ferrare ma non procederemo subito al recupero in attesa di probabili attacchi di altri pesci ad altri ami; dopo questi ulteriori attacchi o, in loro mancanza, dopo qualche minuto di attesaprovvederemo al salpaggio. Naturalmente, se la toccata sarà molto forte tanto da farci ritenere di aver agganciato un pesce singolo di dimensioni extra tireremo subito su senza concedere un attimo di tregua al signore attaccato dall’altra parte. In questa fase, se opereremo manualmente, dovremo accentuare o alleggerire alternativamente la trazione tenendo conto della resistenza oppostaci; saranno poi le dimensioni della preda a suggerire al momento cruciale se impiegare il coppo oppure il gancio. Un sistema diverso da quello con la lenza in mano consiste nel disporre le canne in posizione quasi orizzontale e tenendo sotto attenta osservazione i loro vettini: quando ci avremo fatto un po’ l’occhio le flessioni di questi ultimi ci faranno sapere con quasi assoluta certezza, quello che sta accadendo sul lontano fondale. Qualche volta potrà succedere che, durante la cala o il recupero della lenza, avvertiamo una improvvisa e forte strattonata: di solito si tratterrà di un pesce lama o sciabola il quale, nel 90% dei casi, trancerà con la sua formidabile dentatura il bracciolo recante l’amo sul quale si era avventato. In siffatta ipotesi – specie se l’evento rapina si ripeterà più di una volta e fino a quando il branco si manterrà sotto la barca – non ci resterà altro da fare che sostituire, come già detto, i braccioli di nylon con alri in cavetto metallico plastificato termosaldante da 15-20 libbre. Attenzione: i pesci lama mangiano quasi sempre sopra la mezzacqua, difficilmente sul fondo.

La pesca in deriva
Potremo avere la fortuna di incontrare la giornata adatta per la pesca in deriva: assenza assoluta o quasi di vento e di correnti di superficie e di fondo. Ma, purtroppo, in grande altura questo accadrà molto di rado. Per contro la barca tenderà di solito a muoversi più o meno velocemente anche se avremo tentato di rimediare all’inconveniente mettendo in acqua una buona ancora galleggiante.
Avremo la possibilità di scegliere una di queste due soluzioni.

  1. Portarci a monte del sito buono e, una volta sorpassatolo per effetto dello scarroccio, dare motore per risalire fino al punto di partenza. Questo sistema presenta però il difetto che, per stare in pesca appena qualche minuto, dovremo perdere un sacco di tempo per salpare le lenze, per tornare indietro e per calare nuovamente le lenze stesse.
  2. Pescare con i motori accesi in modo che lo skipper riesca a mantenere la barca ferma sulla base dei dati forniti dall’ecoscandaglio e dalla strumentazione elettronica di posizionamento. Questo è il miglior sistema per pescare su altissimi fondali, direi dai 400 metri in su. Ma addio silenziosa tranquillità di una bella bolentinata!

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