Pesca a bolentino, insidia profonda

Quella con il bolentino è la pesca dilettantistica dalla barca più diffusa in tutti i mari del nostro pianeta

Non si può affermare che le tecniche del bolentino siano sempre facili. Al contrario: se appena si sale nelle aspirazioni in ordine al pregio ed alla taglia delle prede – ossia se non ci si accontenta delle solite perchie, boghe, spigarelli, donzelle, sugarelli e simili – il bolentino diventa via via più impegnativo sino ad assurgere alla dignità di una vera e propria arte.
Questa pesca può essere praticata a partire da distanze minime dalla costa e su fondali di pochi metri fino a giungere alle secche in altura distanti decine e decine di miglia su fondali molto elevati.
Naturalmente, date le notevolissime differenze dell’andamento batimetrico che caratterizzano i vari tratti di mare che circondano la nostra penisola e le nostre isole, non è possibile fornire indicazioni univoche sulle distanze e sulle profondità. Peraltro, tanto per dare un’idea soltanto orientativa riferita alle caratteristiche proprie della maggior parte delle nostre acque salate, possiamo azzardare la seguente classificazione:

  • bolentino costiero: fino a 2 miglia da terra e fino a 30 metri di fondale;
  • bolentino classico o di mezza altura (che è il più praticato dagli aficionados): da 2 a 6 miglia dalla costa e/o con fondali da 30 a 100 metri;
  • bolentino di grande o grandissima altura: da 6 a 30 miglia dalla costa con fondali (secche o canaloni) dai 100 ai 300 metri ed anche oltre.

A questa classificazione, ovviamente non omogenea per i motivi di cui sopra, ne possiamo aggiungere altre due per buona sorte ben più definite. La prima è riferita alla staticità o movimentazione della barca:
– bolentino sull’ancora;
– bolentino in deriva;
La seconda, invece, attiene alle attrezzature pescanti:
– bolentino con canna e mulinello;
– bolentino con lenza a mano.

Le barche
Come in ogni campo della pesca marittima le dimensioni, la motorizzazione, la tenuta di mare della barca dovranno essere adeguate al teatro operativo ed alle condizioni meteo. Pertanto, se le acque saranno calme e non si prevederanno peggioramenti, anche il natante di stazza minima sarà adatto per pescare entro un paio di miglia; ma se vorremo cimentarci oltre detta distanza i parametri di navigabilità e di sicurezza dovranno essere via via modificati in un logico crescendo. Così se, al limite, decideremo di tentare la sorte su secche lontane 20-30 miglia da terra dovremo disporre di imbarcazioni veramente da mare, robuste, pontate, cabinate, munite di motorizzazione doppia, lunghe almeno 8 metri; salva in ogni caso la indispensabile prudenza. Ciò premesso, pensiamo ad elencare le attrezzature di bordo proprie del bolentino.

  • Una o più ancore e ancorotti con cime adatte al tipo specifico di pesca (indispensabili in altura, utilissime in mezza altura, opportune ovunque). Le ancore e gli ancorotti da scoglio forte dovranno essere a marre pieghevoli per facilitarne il disimpegno in caso di “arroccatura”; le cime, lunghe almeno il doppio del fondale, saranno di diametro pari a tanti millimetri quanti sono i metri di lunghezza della barca; uno spezzone di due o più metri di catena interposto fra la cima e il “ferro” servirà a rendere la presa più sicura.
  • Un mezzo di salpaggio per l’ancora (necessario in mezza altura e soprattutto in altura). Al verricello è da preferirsi uno speciale piccolo congegno (detto appunto salpaancora) che, inserito nella cima e collegato ad un parabordo di grandezza adeguata al peso da sollevare, scorre velocemente sulla cima stessa non appena la barca parte a motore fino a raggiungere l’ancora e portarla a galla, mantenendovela mercé un ingranaggio di non ritorno.
  • Un ecoscandaglio.
  • Un loran o un GPS.
  • Portacanne da lavoro (in posizione semiorizzontale) e da riposo.
  • Il guadino e il raffio: questo ultimo può essere indispensabile con pesci come gli sciabola, i gronchi, i merluzzi di 5-6 chili, ecc.
  • Una serie di capaci recipienti per contenere il pescato.

Le attrezzature pescanti
L’arnese denominato bolentino è fondamentalmente costituto da due elementi: la lenza madre e il finale di lenza. La prima, in nylon o dacron, rappresenta la totalità pressoché assoluta del filo immerso durante la pesca ed è destinata a sostenere il secondo con le eventuali prede. Il finale, sempre in nylon, è la parte pescante dell’attrezzo e reca un corpo di lenza, i braccioli muniti di ami e il piombo necessario per raggiungere il fondale. Il tutto è avvolto intorno alla bobina del mulinello ovvero a un telaietto di plastica o a tavolette di sughero, di polistirolo o di legno.
E’ indubbio che le lenze su canna e mulinello risultano sempre vincenti per tanti importanti motivi; in effetti, usando questi attrezzi, che hanno il loro punto di forza nella flessibilità della canna e nella calibrata scorrevolezza offerta dalla frizione del mulinello, potremo:

  • combattere vantaggiosamente prede di taglia e bellicosità extra;
  • usare fili più sottili e quindi meno soggetti alle inclinazioni causate dalla corrente impiegando piombi più leggeri: il che serve sempre a rendere più facile l’abboccata;
  • evitare che la lenza madre, specialmente quando c’è un po’ di vento, vada a formare inestricabili parrucche che, spesso proprio sul più bello, ci fanno perdere un sacco di tempo prezioso.

C’è una “corrente di pensiero”, diffusa particolarmente fra i meno giovani, secondo la quale, tenendo la lenza in mano è più facile avvertire le “tocche” e ferrare al momento giusto. Ma in verità, dopo un po’ di rodaggio, queste “tocche” si percepiscono benissimo anche con la canna e il mulinello; e d’altra parte, nessuno ci vieta di tenere il filo fra le dita una volta che la zavorra si è fermata sul fondo e di tornare al mulinello in fase di recupero.

Canne
Vanno benissimo le canne cosiddette da barca, lunghe da un metro e mezzo a tre metri e mezzo, di potenza compresa fra le 4 e le 12 libbre e con anelli passanti per la lenza. Per quanto siano preferibili in generale le canne con azione di punta che consentono una più pronta percezione dell’abboccata, non si può non tener conto del fatto che diversi grufolatori, in primo luogo l’ambito fragolino, possono avventarsi di brutto sull’esca ovvero, al contrario, ingurgitarla delicatamente e, restando immobili, trattenerla in bocca prima di decidersi a risputarla o ad ingoiarla definitivamente; è perciò fuori discussione che l’azione morbida del cimino possa contribuire a rendere meno palese il nostro inganno.
Personalmente propendo però per attrezzi ad azione di punta con i quali, quando “sento” il sia pur minimo movimento, cedo un palmo di lenza madre per diminuire la trazione.
Questa scelta ha anche un altro motivo: la canna, relativamente rigida, specie nei libbraggi più elevati, è in grado di sostenere, ove occorra, piombature pesanti senza flettersi troppo e quindi senza perdere a priori una parte della sua elasticità. Consigliabili, per il minor ingombro, gli attrezzi a più settori, ad incastro o telescopici.

Mulinelli
I più congeniali al bolentino sono quelli a tamburo fisso di dimensioni medio-grandi i quali, oltre a spuntare prezzi assai più convenienti, hanno un rapporto di recupero molto elevato: fino a quattro rotazioni della bobina per ogni giro di manovella. Solo nella pesca ad altissimo fondale vale la pena di prendere in seria considerazione gli appositi salpabolentini elettrici o manuali con bobine di grandissima capienza e notevole velocità di recupero.

Madrelenza
Deve essere di lunghezza doppia o quasi rispetto al fondale. Ciò per due ragioni: per disporre di tutto il filo che occorre in caso di “incoccio” di pesci fuori ordinanza e, soprattutto, per raggiungere più facilmente il fondo quando, pescando a fermo, la velocità della corrente subacquea comincia a farsi sentire, ovvero quando, pescando in deriva, lo spostamento della barca diviene più accentuato. Come abbiamo visto il filo può essere in nylon o in dacron. Il dacron, che è meno elastico, è più indicato, direi indispensabile, sulle distanze medio lunghe (dai 40 metri in su) in quanto, con la sua ridotta elasticità ci assicura una maggiore immediatezza nella percezione dell’abboccata e, correlativamente, nella strattonata volta a ferrare il pesce; una resistenza “standard” buona per tutti gli usi è la 30 libbre per il dacron e lo 0,50 per il nylon. E’ ovvio che – se e quando avremo, per conoscenza della zona o per effetto di recenti esperienze, la certezza pressoché assoluta di incontrare soltanto pescetti – potremo scendere tranquillamente fino al nylon dello 0,25.

Finali di lenza
Saranno sempre in nylon di resistenza uguale o molto spesso leggermente inferiore a quella della madrelenza. La lunghezza usuale del “corpo” è di circa un metro salvo che si peschi in altura con sei ami (il numero massimo consentito dalla legge) nel qual caso detta lunghezza potrà essere elevata a 4-5 metri; alle estremità del “corpo” saranno collocate due girelle con moschettone: la più alta sarà collegata con la lenza madre, la più bassa è destinata a sorreggere il piombo. Sul “corpo” saranno legati i braccioli di nylon lunghi 15-20 centimetri che porteranno l’amo. Lunghezze maggiori consentono un movimento più libero e fluttuante dell’esca ed aumentano quindi le possibilità di abboccata ma possono influire in senso negativo sulla tempestività delle ferrata. C’è poi da aggiungere che in parecchie aree marittime (stretti, canali, ecc.), caratterizzate da correnti quasi costantemente molto veloci, è necessario, per evitare che i braccioli si attorciglino continuamente sul corpo, ridurne drasticamente la lunghezza fino a 5-6 centimetri.
La distanza fra i punti di attacco dei braccioli sul corpo dovrà essere sufficiente per impedire che i rispettivi ami possano venire a contratto fra di loro. I braccioli possono essere annodati direttamente sul corpo ma, specie sui fondali medio alti, è preferibile usare girelle a tre vie che ne attenuano il movimento rotatorio.

Il piombo
Sarà di forma piramidale, troncoconica o a pera, ovvero, su fondali puliti di sabbia o di fango, anche piatto “a saponetta”, tondeggiante o triangolare. Esso va collocato di norma una ventina di centimetri avalle dell’attacco del bracciolo inferiore. In certi casi (quando cioè il pesce è particolarmente svogliato) può risultare vantaggioso far passare questo bracciolo più basso in un anello in modo che il filo possa scorrervi liberamente per un certo tratto. Il peso del piombo sarà proporzionato alla profondità, alla velocità della corrente di superficie e di fondo; maggiorazioni anche notevoli possono essere rese necessarie dal fatto che si peschi in deriva. Comunque, il concetto base è il seguente: la zavorra dovrà essere quanto più leggera è possibile ma, nello stesso tempo, dovrà far scendere la lenza se non proprio a piombo con un angolo di inclinazione non inferiore ai 45°.

Gli ami
Di norma, saranno a paletta, stagnati, dritti o leggermente storti, a gambo corto, dei numeri dal 13 al 20 per la pesca strettamente costiera, dal 15 al 12 per la pesca di mezzaltura, dal 13 al 9 per la pesca in grande altura. A causa della confusione che regna sovrana in fatto di numerazione degli ami, quelli menzionati in questo articolo sono raffigurati, a grandezza reale, nella apposita tabella tratta dal catalogo di una casa di importanza mondiale. Ciò detto, sembra utile sottolineare che, sia per gli ami, sia per le altre attrezzature, non è possibile formulare onestamente delle regole fisse in quanto può accadere (ed accade) che, dove e quando meno ce lo aspettiamo, il signore che si fa incantare dalle nostre insidie sia di specie e di taglia completamente diverse da quelle presunte e programmate a tavolino. Il corollario di questa considerazione è obbligato: non scendere mai, ove possibile, nella potenza e nelle dimensioni dell’attrezzatura impiegata.

Le esche
Le esche adatte al bolentino sono assai numerose, ma la loro validità è relativamente mutevole in rapporto sia alle singole specie sia alle diverse zone di pesca. Valga un solo esempio riferito ai fragolini: sui relitti e sulle poche secche del basso Lazio (da Sperlonga in giù) è difficile fare buoni affari se non si dispone del paguro; appena più a Nord, diciamo da Terracina al Circeo, funziona ottimamente il gamberetto di canale vivo; salendo ancora per tutta la parte più settentrionale della regione (fermo restando il primato del paguro peraltro di difficilissimo reperimento) vanno benissimo il cannolicchio e il moscardino; in tutte le zone qui sopra considerate hanno una discreta validità (unico punto fermo) gli anellidi, ossia i vermi tipo muriddu, saltarello, coreano, bibi, ecc. In questa situazione di incertezza c’è una sola cosa sicura: ad altissima profondità (dai 150 metri in giù) l’unica esca che funziona sempre o quasi in via esclusiva è la sarda. Così stando le cose (e se non ci troveremo in grande altura) c’è un solo modo per uscire dall’impasse: informiamoci di volta in volta sulle esche che, in quel determinato periodo e in quel determinato posto, stanno dando i migliori risultati. Ove ciò non sia possibile, proviamo con i vermi e, in simultanea, con i molluschi o crostacei sopra menzionati, aggiungendovi il gambero di paranza sgusciato e tagliato a tocchetti, la polpa di cozza o la cozza intera, il tentacolo o il filetto di calamaro e i segmenti di sarda. Quanto appena detto vale non solo per i fragolini ma per l’intera confraternita dei pesci, con la sola eccezione della cozza intera il cui campo di impiego è limitato esclusivamente all’orata. In mancanza di meglio si può provare anche con i gamberi ed i moscardini surgelati scongelati lasciandoli a bagnomaria in acqua di mare.
I vermi vanno inseriti nell’amo per lungo e debbono coprirlo completamente fuoriuscendone per un breve tratto oltre la punta; lo stesso sistema vale per il cannolicchio e per i tentacoli che hanno struttura vermiforme. Il paguro va innescato facendolo scorrere sull’amo a partire dalla testa; anche per il moscardino conviene partire dalla testa e nascondere la punta dell’amo appuntandola fra i tentacoli. Il gambero vivo va innescato trafiggendone dal basso verso l’alto la parte caudale. Con il gambero morto intero l’amo deve essere inserito all’altezza della coda e diretto, sottopelle, fino alla testa.
Viceversa il gambero morto di paranza e la sardina vanno tagliati a tocchetti nei quali inseriremo l’amo facendovelo passare due volte. Con la cozza intera, usando il coltello, bisogna aprirne leggermente le valve ed inserirne l’amo nella fessura; ancora meglio se in questa fessura viene “inzuffata” la polpa di un’altra cozza e il tutto è assicurato con sottilissimi fili di cotone.

I luoghi
In tema di luoghi c’è fortunatamente una regola costante che vale dovunque e per quasi tutti i pesci del bolentino i quali nel 90% dei casi, essendo grufolatori, si nutrono sul fondo. Ebbene, i pascoli di gran lunga preferiti da questi pinnuti sono le cosiddette cadute. Vi è caduta nei siti in cui il fondale decresce improvvisamente creando delle vallate nelle quali vanno a posarsi in abbondanza i detriti ed i sedimenti organici provenienti dai contigui relitti, cigli, scogliere, monti o colline di sabbia, di ghiaia, di fango.
Per tornare in tempi successivi sui luoghi risultati maggiormente redditizi (che poi, gira e rigira, sono sempre gli stessi) non troppo distanti (diciamo entro le 2-3 miglia) può funzionare il vecchio sistema delle “mire”. Si scelgono due punti a terra in ciascuno dei quali un elemento ben visibile (ad esempio un campanile) collima sul piano verticale con un altro elemento (ad esempio la vetta di una montagna costiera) anche esso ben visibile. Oltre detta distanza di 2-3 miglia è difficile orientarsi con le “mire” che, non di rado e specie nella buona stagione, scompaiono nella caligine. Perciò, se non vorremo pescare soltanto a breve distanza dalla costa, dovremo ricorrere al GPS o al loran suffragati, nella fase conclusiva, dall’ecoscandaglio.
Per coloro che non sono pratici dei posti, un buon sistema per scovare i punti migliori è quello di intraprendere, preferibilmente nelle giornate di sabato o di domenica durante le quali la “grande armata” dei dilettanti esce in pesca, una minicrociera veloce diretta ad avvistare ed a raggiungere i gruppi di barche, di solito numerosi, che stazionano in ben delimitati tratti di mare. Una volta accertato che si tratta di gente che sta pescando a bolentino, basta solo rilevare ed annotare le “mire” o, meglio ancora, le coordinate fornite dalla strumentazione elettronica.

I tempi
Di solito i periodi dell’anno più adatti per il bolentino vanno da ottobre ad aprile. Ma non è escluso che, anche in piena estate, sia possibile fare qualche buona pescata.Circa gli orari c’è da dire che tutti i momenti, dall’alba al tramonto, possono essere buoni. Può accadere peraltro che, nell’arco della giornata, a un periodo di stasi assoluta ne segua un altro, purtroppo talvolta assai breve, di intensa attività mangereccia da parte dei pesci. In definitiva, come in tutti i tipi di pesca sportiva, anche nel bolentino occorrono, oltre alla tecnica ed alla conoscenza delle zone, notevoli doti di pazienza e di perseveranza.
Penso che quanto fin qui detto sia sufficiente per dare un’idea di massima ai colleghi che intendono dedicarsi alla pesca con il bolentino.La pesca con il bolentino che, come si è visto, ha il suo campo di battaglia a stretto contatto dei fondali subacquei, è diversa dalla pesca con la correntina che si svolge invece a mezz’acqua o addirittura in superficie.
Anche nel bolentino avere a disposizione una barca efficiente, specificamente pensata per l’azione di pesca è un fattore molto importante ai fini del risultato finale: la cattura. I saraghi, assieme ai fragolini e a molti altri grufolatori dei fondali marini, sono fra le prede più ambite per chi pratica questo tipo di pesca, così diffusa lungo tutte le coste.
Ogni tipo di pesca si effettua utilizzando attrezzature specifiche, con lenze e relativi ami opportunamente dimensionati. In alto è possibile vedere come si devono realizzare i finali per la pesca al bolentino e la relativa gamma di ami che si possono utilizzare su di essi.
Per quel che riguarda le esche il cannolicchio sgusciato – nella foto sotto – assieme al moscardino, al gamberetto, al paguro e a vermi come il muriddu, il bibi, il coreano, il saltarello ecc., sono quelle usate più frequentemente. La sarda, invece, può essere considerata quella più efficace sugli alti fondali.

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