Corso di vela: Cosa è sicurezza?

Corso di iniziazione alla vela predisposto da Francesco Filippi, istruttore veterano del Centro velico di Caprera

COSA È SICUREZZA?

Diciamo subito che non si vuole invitare nessuno, specie il principiante, all’uscita in mare con maltempo, ma semmai dare qualche consiglio qualora questo ci sorprenda in navigazione.

Il primo aspetto della sicurezza è infatti proprio quello di affrontare con il massimo rispetto e umiltà (intesa come conoscenza dei propri limiti), mare o laghi.

è bene quindi, prima di intraprendere una navigazione, scegliere innanzitutto condizioni meteorologiche favorevoli e non andare alla ricerca del brivido. È indubbio però che, a mano a mano che si acquista dimestichezza, si vogliono anche affrontare condizioni più impegnative che devono essere comunque valutate con buon senso e in relazione alla propria esperienza.

La navigazione in sicurezza non può prescindere, a nostro giudizio, da tre punti fondamentali: le condizioni esterne che si vogliono affrontare, la barca e l’uomo.

Per quanto riguarda il primo punto, abbiamo già detto di valutare bene prima di uscire, se è il caso di farlo, informandosi sulle condizioni meteorologiche attraverso giornali, televisione, radio e osservazioni locali. È bene poi scegliere preventivamente il perimetro di navigazione nel quale rimanere, in funzione del vento: navigare in acque libere sopravvento agli ostacoli, in modo da avere acqua sufficiente per manovrare e, se possibile, sopravvento alla costa sulla quale si vuole tornare, per essere sempre in grado, qualora il vento rinforzi, di rientrare rapidamente con un’andatura portante (magari con il solo fiocco, o a secco di vele). Per poter rientrare rapidamente anche di bolina, qualora il vento soffi da terra perpendicolare alla costa, è bene non andare troppo al largo, ricordando sempre che è facile ed estremamente rapido scadere al vento quanto è poi difficile e lento risalirlo.

La legge italiana impone inoltre, alle derive con superficie velica non superiore a 4 metri quadrati (es. l’Optimist), di non allontanarsi oltre un miglio dalla costa, e alle altre di navigare entro le 3 miglia (1 miglio marino = 1852 metri).

Altro suggerimento valido prima di prendere il largo è quello di informare sempre qualcuno a terra in modo che questi possa sorvegliarci e lanciare l’allarme in caso di necessit&agrave.

Secondo punto, la barca: deve essere idonea all’equipaggio e alla navigazione che si vuole intraprendere. Si devono verificarne minuziosamente tutte le componenti facendo particolare attenzione agli attacchi delle sartie e dello strallo, allo stato delle vele, delle scotte, delle cinghie e della pagaia.

Controlliamo anche lo scafo, per individuare eventuali vie d’acqua (falle) da riparare, la tenuta degli ombrinali o degli svuotatoi e le riserve di galleggiabilità (intercapedini d’aria ubicate di solito a prora e nelle fiancate), che non abbiano acqua nel loro interno e che abbiano i tappi di controllo a tenuta stagna.

Verificare inoltre l’efficienza del sistema basculante, se presente, della deriva e della pala del timone, controllando anche lo stato degli agugliotti e delle femminelle di quest’ultimo.

Terzo punto, l’uomo (l’equipaggio): deve essere preparato tecnicamente e allenato fisicamente per il tipo di navigazione che vuole intraprendere e per il tipo di barca che vuole usare. Si sconsiglia vivamente al principiante di uscire, magari con vento fresco, su una deriva molto tecnica da regata (es. il 4,70), primo perché si rivelerebbe per lui poco didattica, e secondo, più importante, per sicurezza, in quanto più la barca è tecnica e veloce, più è difficile governarla e riuscire a compensarne lo sbandamento col peso.

Nelle giornate con poco vento mettere in acqua la barca e portarla a terra potrà essere la nostra maggiore fatica. Con vento moderato o con vento forte, quando la velocità è maggiore, andare su una deriva a vela è un esercizio piuttosto impegnativo, e anche il migliore atleta, nonappena avverte una certa stanchezza, è bene incominci ad avvicinarsi a terra ed eventualmente pensi a rientrare: con vento fresco tutto avviene più velocemente, e la deriva perdona meno facilmente gli errori.

La stanchezza che rallenta le reazioni è quindi un nemico temibile in barca. Per ritardarne l’arrivo si consiglia una buona alimentazione che dia l’energia necessaria, ma nello stesso tempo non appesantisca troppo.

Inoltre fondamentale è l’abbigliamento che deve essere caldo e asciutto e nello stesso tempo permettere la più grande libertà di movimento. A seconda del tempo e della stagione che si devono affrontare, si possono indossare cerate leggere (proteggono dal vento e dagli spruzzi), mute semistagne o stagne (assicurano, con freddo intenso e magari con frequenti scuffie, la protezione totale o quasi dal vento e dall’acqua).

In più possono essere consigliabili: un berretto per proteggere dalle insolazioni o dal freddo (gran parte del calore del corpo si disperde dalla testa); i guanti da vela (con palmo e dita antisdrucciolo – quelli interi tengono le mani al caldo, ma quelli con mezze dita permettono di lavorare meglio).

Fondamentali sono le scarpe con suola antisdrucciolo che bisogna sempre, in ogni condizione, indossare per non scivolare, non farsi male, partire e arrivare a terra. Possono essere basse (tipo da ginnastica), o specifiche per deriva, a stivaletto, con la parte superiore rinforzata per le cinghie.

Bisogna poi avere a bordo buoni salvagente, da indossare subito, nonappena le condizioni lo consiglino, che non intralcino i movimenti e tengano caldo (differenti misure in relazione al peso di chi li indossa). Il prodiere poi, oltre al salvagente, deve indossare sempre la braga del trapezio, qualora la barca sia attrezzata con questo sistema.

Come abbiamo già accennato nelle puntate precedenti, alla base di una navigazione in sicurezza c’è anche il prevenire situazioni difficili e prevedere cosa fare per venirne fuori: se controllando una vela ci accorgiamo che comincia a scucirsi, è bene prevenirne la rottura completa, riparandola; se si arriva con troppo abbrivo in banchina bisogna prevedere con anticipo, non all’ultimo momento, la manovra da fare (un altro giro? da che parte?).

Concludiamo: barca adatta e in ordine, equipaggio ben allenato, vestito e alimentato, condizioni meteorologiche favorevoli, sorveglianza efficiente, sono questi i dati fondamentali per la sicurezza di una deriva. Quindi: saper rinunciare all’uscita se il vento è troppo forte o se non ci si sente in forma, saper rientrare in tempo prima di essere veramente stanchi e prima che faccia buio. Ovvero, conoscere i propri limiti: temibile nemico della sicurezza è l’esibizionismo.

LA SCUFFIA (a 90 e 180 gradi)

Tutte le derive hanno bisogno del peso di timoniere e prodiere per la loro stabilità. Tutte infatti possono scuffiare a 90° (su un fianco, con l’albero appoggiato sull’acqua e la vela in superficie), o rovesciarsi del tutto a 180° (con l’albero e le vele completamente immersi nell’acqua e la carena fuori).

Scuffiare con la deriva è quasi sempre dovuto agli errori dell’equipaggio e capita spesso, prima o poi a tutti, specie con vento fresco. La scuffia quindi non è né grave, né disonorevole, e le tecniche per raddrizzare la barca sono piuttosto semplici.

è invece grave non prevenirla e soprattutto non prevederla. Non conoscere le tecniche di raddrizzamento e quindi non aver mai provato a scuffiare volontariamente con quel tipo di barca per poi raddrizzarla; non indossare il salvagente che garantisce la tranquillità di galleggiare; non essere vestiti adeguatamente (per sopportare il freddo in acqua); non controllare prima della navigazione l’efficienza della barca; non tenere in ordine le cime a bordo e non cogliere con cura le drizze che, dopo il raddrizzamento, potrebbe essere necessario mollare in tutta fretta per ammainare le vele; non fissare bene il timone e la deriva, così pure la pagaia, la sassola (il grosso cucchiaio che serve a svuotare l’eventuale acqua rimasta) e altri accessori che devono essere ben rizzati (bloccati) a bordo.

Punto fondamentale di ogni scuffia è comunque restare sempre attaccati alla barca: questa ci garantisce un appiglio galleggiante sul quale riposare (la riva è sempre molto più lontana di quanto sembri) ed è più facile avvistare la carena di una barca scuffiata piuttosto che la piccola testa di un nuotatore. Quindi non abbandonare mai la barca e, anche se vediamo allontanarsi alcuni oggetti galleggianti, salvo che siano veramente a portata di mano, lasciamoli andare, prendiamo mentalmente nota: li recupereremo poi a barca raddrizzata e in navigazione.

Scegliamo adesso una giornata di bel tempo e con poco vento, e una zona vicino alla costa da cui possiamo essere facilmente sorvegliati, per scuffiare volontariamente con la deriva e imparare a raddrizzarla. Sembra assurdo, ma con poco vento possiamo incontrare dei problemi a scuffiare. Proviamo a fare contemporaneamente i vari errori che portano alla scuffia: con il peso fuori bordo sottovento, portiamoci di bolina, cazziamo al massimo le vele e puggiamo per evitare di andare con la prora al vento. Lentamente la barca scuffia a 90° , non opponiamo resistenza, lasciamoci scivolare in acqua.

Se sfortunatamente siamo finiti sotto le vele, il che è piuttosto improbabile, non facciamoci prendere dal panico: teniamo un braccio in alto per sollevare la vela e avere lo spazio per respirare e, sempre col braccio alzato, tiriamoci fuori.

Se invece, ed è più facile, ci troviamo tra boma e scafo, assicuriamoci di non essere intrappolati nelle scotte, mettiamole in chiaro e liberiamole dagli strozzascotte (sistema a molla per bloccarle, costituito da due ganasce mobili dentate), per lascare le vele che, se rimangono cazzate, a barca raddrizzata potrebbero farla scuffiare nuovamente.

Una volta liberi da cime e vele, l’uomo più pesante deve precipitarsi sulla lama della deriva, afferrarla e tirare verso il basso, puntando i piedi sullo scafo. Se questo, come spesso accade, non è sufficiente a raddrizzare la barca, evita almeno di farla andare a 180° . Subito dopo quindi, sale sulla lama della deriva, se questa non è entrata nella scassa, mentre il compagno raggiunge la prora e, aggrappandosi allo strallo, nuota per tenere la prora al vento. Su alcune barche con notevoli riserve di galleggiabilità, una volta scuffiato a 90° , lo strallo può risultare troppo alto da raggiungere. Si può ovviare a questo problema fissando a prora una cimetta di circa 2 metri (barbetta), che avremo cura di armare prima della navigazione o di tenere a portata di mano; questa poi ci sarà utile anche per un eventuale rimorchio e per l’ormeggio.

SCUFFIA A 90°

Se la deriva non dovesse sporgere dalla carena, cioè fosse rientrata, facciamoci aiutare dal compagno che dalla parte opposta può spingerla fuori. Quello sulla lama della deriva comincia poi a fare progressivamente leva col proprio peso su di essa (non a scatti e almeno non subito sull’estremità: potrebbe rompersi). Per sporgersi fuori il più possibile, allungare le braccia e raddrizzare la schiena utilizzando la scotta del fiocco, quella del bordo fuori dall’acqua.

Se raddrizziamo la barca con vento forte, il fiocco cazzato a collo per via della nostra azione sulla scotta potrebbe far riscuffiare la barca. In questi casi è bene quindi afferrare la scotta dal suo dormiente (ovvero tra il golfare/passa scotte e il fiocco), fino ad arrestare il nodo savoia nel golfare. Tirata dal dormiente la scotta risulta più corta, ma utilizzandola in questo modo non si cazza il fiocco.

La deriva moderna è autosvuotante. Quindi una volta raddrizzata è vuota, o quasi, d’acqua. Quello che col suo peso ha raddrizzato la barca sale rapidamente a bordo (magari da poppa per non farla riscuffiare), controlla che sia tutto in ordine (scotte in chiaro, vele sventate, deriva e pala del timone immerse e fissate), e avverte il compagno, quello cioè che ha tenuto fino adesso la prora al vento, di salire.

Una volta ripartiti, quindi in movimento, si aprono gli svuotatoi, quel tanto che basta per far defluire l’acqua rimasta.

Oltre ad esercitarsi a raddrizzare la barca, compiendo più volte questa prova, ci renderemo conto che anche per risolvere una scuffia non può esserci un metodo universalmente valido da seguire. I principi finora esposti devono essere integrati ed applicati alla luce dell’esperienza, della situazione particolare in cui ci si trova, e soprattutto del tipo di barca.

Molte derive ad esempio tendono a passare velocemente dalla scuffia a 90° a quella completa a 180° . Bisogna quindi che uno dell’equipaggio si precipiti sulla deriva e l’altro, almeno all’inizio, sostenga la testa dell’albero fuori dell’acqua.

Con tanto vento poi, le derive, una volta raddrizzate, tendono subito a traversarsi e quindi a ripartire, non dando all’uomo che sta allo strallo di prora il tempo necessario per salire a bordo. In certi casi quindi può essere valido il metodo in cui, dopo aver tenuto la testa dell’albero fuori dell’acqua, l’uomo che non è impegnato sulla deriva si distende in acqua lungo la fiancata immersa attaccato alle cinghie, facendo attenzione a non appoggiare il suo peso sulla barca per non aiutarla a scuffiare completamente. In questo modo, una volta che l’uomo sulla deriva ha raddrizzato, l’altro si trova già « scucchiaiato» a bordo ad occuparsi che le vele non prendano vento, lascandole e mettendo la barra all’orza.

In questo caso, o in generale quando non c’è nessuno che cerca di tenere la prora al vento, o quando si resta a lungo rovesciati a 90° , lo scafo ruota sottovento all’albero e nonappena raddrizziamo la barca il vento che si infila sotto la vela sollevandola all’improvviso ci fa riscuffiare. È bene quindi, se abbiamo l’albero sopravvento allo scafo, appena la vela è fuori dell’acqua, fermare un attimo la spinta sulla deriva, in modo da dare il tempo allo scafo di ruotare ponendosi sopravvento all’albero.

In qualsiasi caso, il raddrizzamento dai 90° all’inizio è molto lento ma una volta sollevata la randa, la barca si raddrizza molto velocemente e bisogna fare attenzione a diminuire la forza sulla deriva al momento giusto.

LA SCUFFIA A 180°

Se invece la scuffia è violenta, o non siamo abbastanza veloci ad intervenire per tenere la barca a 90° , questa tende, come abbiamo già detto, a capovolgersi completamente e incontreremo qualche difficoltà in più per raddrizzarla.

Inoltre, per la forza di gravità, se la deriva non è stata ben fissata rientra e non l’abbiamo disponibile per far leva. Dobbiamo quindi, in tal caso, tirarla fuori aiutandoci con i piedi per farne uscire almeno un pezzo, ricuperandola poi tutta dall’esterno con le mani. Se non ci riusciamo, dobbiamo per forza di cose andare sotto la carena dove, anche se c’è aria e si può respirare, ci si deve rimanere il meno possibile, quanto basta per spingere fuori la deriva (già che ci siamo si possono anche mollare le scotte eventualmente bloccate).

Una volta scuffiata a 180° la barca ha un’incredibile stabilità. Se si è stanchi e lontani dagli scogli sottovento, ci si può comodamente riposare sopra. Salire su una carena dall’acqua è come arrampicarsi sui vetri, l’appiglio dato dalla deriva è sempre piuttosto lontano. Si può convenientemente salire dalla zona poppiera aggrappandosi al timone.

Nonappena riprese le energie, cerchiamo di riportare l’albero in superficie (vedi figura n. 4): afferrata l’estremità della deriva, puntiamo i piedi sulla falchetta (spigolo esterno della fiancata) e, sporgendoci col peso il più possibile, tiriamo verso il basso per portare lentamente, ma con azione progressiva e costante, la barca a 90° .

Bisogna insistere in questa operazione perché la resistenza delle vele in acqua, anche se lascate, rallenta molto la manovra.

Eventualmente, se il nostro peso non dovesse bastare, ci si può far aiutare anche dal compagno che, puntando anche lui i piedi sulla falchetta e aggrappato ai nostri fianchi, ci aiuterà a raddrizzare.

Una volta portata la barca a 90° , procediamo come abbiamo già visto.

Bisognerebbe tuttavia evitare in ogni caso la scuffia a 180° (proprio per questo alcune derive hanno sulla penna della randa del materiale galleggiante). Se la scuffia avviene in acqua bassa poi, l’albero può incastrarsi sul fondo e molto spesso sarà difficile portarlo in superficie senza danno.

Spesso il rovesciamento completo viene aiutato proprio dall’equipaggio che, pur di non bagnarsi, al momento della scuffia cerca di passare sulla deriva, arrampicandosi direttamente sulla fiancata emersa. Solo con un buon allenamento e con molta prontezza di riflessi si può salire direttamente sulla deriva, ma è una manovra che si sconsiglia al principiante e si può tentare solo prima che le vele finiscano in acqua. è bene anche dire che alcune derive non autosvuotanti, una volta raddrizzate, sono piene d’acqua e quindi all’inizio molto instabili. Per uscire da questa antipatica situazione si deve sgottare velocemente (togliere l’acqua), facendo molta attenzione quando si sale a bordo e cercando di tenere la barca il più piatta possibile. Per accelerare l’operazione di svuotamento è bene disporre anche di un bugliolo (secchio) che avremo rizzato preventivamente a bordo. Quando sgottiamo o in generale proviamo a raddrizzare la barca, dobbiamo fare attenzione a non disperdere velocemente tutte le energie. Non siamo in regata, e avremo bisogno di altre energie alla prossima scuffia.

Proprio per questo esercitiamoci molto con il bel tempo, per assimilare completamente la tecnica. Una volta allenati poi, rimediare a una scuffia involontaria sarà molto più facile e soprattutto meno faticoso. Conoscere le cause più frequenti di scuffia può servire ad evitarla.

In ogni caso, come abbiamo già detto in altra occasione, quando ci si accorge che la barca sta per scuffiare (sbanda troppo), si deve: primo, portare sopravvento il peso il più possibile fuoribordo; secondo, lascare rapidamente la randa; terzo, orzare entrando per un attimo nel letto del vento (attenzione a non virare). Queste tre regole d’oro vanno applicate separatamente o insieme, a seconda della necessità. Bisogna però fare attenzione a rientrare subito col peso perché operando come sopra la deriva si raddrizza di colpo rischiando di scuffiare, questa volta sopravvento.

     

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