Focus

Scheda tecnica

scheda-tecnica-Mercury-V12-Verado

Strano a dirsi, ma non è la pur stratosferica potenza a costituire la caratteristica di punta di un motore che, in realtà, apre alla configurazione fuoribordo un mercato che, fino ad oggi, le era pressoché precluso.

Lo abbiamo sottoposto a qualsiasi test, finanche a maltrattarlo, ma non c’è niente da fare: il motore di cui tutti parlano è un mostro di potenza che spinge con un’impressionante energia ma risponde con dolcezza e perdona gli errori.

Insomma, a voler descrivere in termini equestri l’impressionante cavalleria del nuovo V12 Verado, potremmo dire che i suoi 600 obbedienti “lipizzani” sono da godere in un dressage olimpico piuttosto che in una sfrenata corsa al galoppo, condizione quest’ultima alla quale la casa americana riserva piuttosto i suoi esemplari della linea Racing.

Insomma, il Mercury 600 stravolge la tipica filosofia del fuoribordo, che lo vuole destinato quasi esclusivamente agli scafi sportivi di taglia piccola e media, e introduce soluzioni e tecnologie inedite che gli spalancano le porte del naviglio più pesante e di maggiori dimensioni.

Per raggiungere questo obiettivo, Mercury Marine ha ovviamente puntato molto sull’affidabilità e, di conseguenza, sulla minore necessità di manutenzione (intervalli di 200 ore e 5 anni/1000 ore), sul contenimento dei consumi, sulla silenziosità e sull’abbattimento delle vibrazioni: tutto confortato da una serie di dati che permette a chiunque di fare una moltitudine di confronti combinando diversamente le possibili variabili. Ma c’è un terreno sul quale ogni accostamento risulta impossibile, poiché si tratta di qualcosa di mai visto.

Cominciamo con la caratteristica del piede sterzante su un blocco motore che resta sempre fermo e allineato. Aggiungendosi alla “sottigliezza” consentita dall’architettura a V stretta, questa soluzione permette di ridurre drasticamente l’ingombro trasversale di un’installazione multipla o, se preferite, consente di affiancare – poniamo – quattro V12 su uno specchio di poppa previsto per non più di tre fuoribordo convenzionali.

Non solo, mentre l’ampiezza media del brandeggio al quale siamo abituati è di circa 30 gradi, il piede del V12, comandato dal sistema Joystick Piloting, arriva a 45 gradi, rendendo più agile e pronta la manovra negli spazi ristretti. Sempre questo speciale joystick permette poi di accedere direttamente alle funzioni Skyhook che consentono di mantenere ferma la barca in qualsiasi punto e con qualsiasi orientamento, contrastando deriva e scarroccio, oppure di impostare e mantenere una qualsiasi rotta.

Altra caratteristica unica del V12 è quella di essere dotato – primo fuoribordo della storia – di trasmissione a due rapporti. Un cambio marcia automatico, insomma, nel quale la prima velocità è più corta del 20% rispetto alla seconda, con tutto quel che ne consegue in termini di gestione della coppia e, quindi, di accelerazione. La cosa davvero stupefacente è che, se non si guarda il contagiri, è quasi impossibile avvertire il cambio, tale è la fluidità di un passaggio che non è parametrato semplicemente al regime di giri bensì al carico sulle eliche. Proprio come accade, mutatis mutandis, con il cambio di un’automobile moderna che risponde diversamente a seconda della richiesta di potenza da parte del guidatore.

Questa gestione estremamente semplificata della poderosa spinta disponibile trova quindi una perfetta corrispondenza nell’Active Trim che, innestabile direttamente dal Digital Throttle & Shift di ultima generazione che funge da base per i monoleva, regola costantemente e in modo del tutto automatico l’angolazione del piede in base all’assetto che lo scafo assume alle varie velocità.

Abbiamo anche potuto rilevare come i due motori di una coppia (configurazione dell’unità che abbiamo avuto a disposizione per i test) rispondano diversamente, l’uno dall’altro, alle sollecitazioni più accentuate del timone. In sostanza, laddove venga richiesta una reazione evolutiva più energica, il motore interno all’accostata (quindi, per esempio, il sinistro in un’accostata stretta a sinistra e viceversa) assume un angolo di brandeggio maggiore rispetto a quello esterno, incrementando sensibilmente la componente di spinta laterale: un comportamento fortemente “vitalizzante” per uno scafo pesante e tendenzialmente pigro.

Se quanto detto fin qui offre l’immagine di un fuoribordo decisamente intelligente, ci sono altri fattori che ne esaltano la praticità, persino a motore spento. Per esempio, riguardo al netto prolungamento degli intervalli di manutenzione, del quale abbiamo già detto, c’è da aggiungere che i progettisti della Mercury hanno davvero fatto un lavoro splendido per facilitare l’accesso ai vari componenti.

Basta infatti alzare il portello superiore della calandra – in effetti, un piccolo cofano – per avere sott’occhio la maggior parte degli elementi importanti, resi più facilmente identificabili grazie a un codice a colori spiegato in un’illustrazione infografica. Se poi si vuole “spogliare” l’intero blocco motore, basta scomporre le due parti della calandra e il gioco è fatto. Insomma un gran bel lavoro di ergonomia compiuto dal team di designer guidato da Tod Dannenberg, il quale, guardando l’opera finita, ha commentato con soddisfazione: “Appare veloce anche quando è fermo”.

Il successo commerciale del V12 Verado è stato letteralmente immediato su scala globale, con una netta prevalenza di ordini per le configurazioni multiple. Prova ne sia il fatto che pure il listino italiano prevede soltanto la coppia, al prezzo base complessivo di 189.106 euro, Iva inclusa. Non si senta comunque tagliato fuori chi desidera dotarsi di un solo motore: interrogati su questo punto, gli uffici di Peschiera Borromeo ci hanno risposto che la loro porta è aperta a tutti.