Biologia Marina per subacquei: Decapodi

Un corso di biologia marina studiato appositamente per i subacquei, in modo che conoscano gli abitanti del mare. Un’esauriente spiegazione dei vari gruppi animali e delle loro caratteristiche principali.

Al sommo della scala gerarchica dei Crostacei sono i Decapodi, “animali dalle dieci zampe”. Tra i più noti e i più grossi sono le Aragoste, i Gamberi, i Gamberetti, i Granchi. Teoricamente hanno anch’essi 16 zampe, ma 10 soltanto sono sviluppate e visibili, tra cui le chele che contano per due; restano solo 4 paia per camminare. Sì, per camminare in quanto non sono affatto animali nuotatori. Camminano sul fondale, si arrampicano sulle rocce, saltano con balzi all’indietro, balzi in cui le natatorie caudali hanno un ruolo importante.

Osserviamo un comune gamberetto di mare: il suo sperone frontale ha degli acuti dentelli rivolti in avanti e presenta sempre quest’arma affilata alla mano di chi vuole afferrarlo. E se un nemico tenta di prenderlo di sorpresa, rincula a energici colpi di coda. Testa e torace sono fusi sotto un carapace assai robusto. Alla base delle zampe, le branchie sono protette entro “camere” in cui un sistema di valvole in continuo movimento assicura una corrente d’acqua. Se nei Crostacei inferiori il sistema nervoso era formato da gangli in ciascun segmento, ora tende a concentrarsi nella testa, l’evoluzione avviata coi Vermi. I nomi dei 3 gruppi di Decapodi sono stati foggiati col greco “oura”, coda: Macruri, dalla grande coda (Aragosta, Gambero, Gamberetti); Brachiuri, dalla coda corta (Granchi); Anomuri, dalla coda anormale (Paguri).Sorvoliamo sulle diverse specie di Aragoste, d’altronde assai simili tra loro, poiché ce ne interessa una sola. Ma, affini alle Aragoste, sono gli Scillari sconosciuti sull’Atlantico, non molto comuni nel Mediterraneo perché i pescatori, quando ne pescano, preferiscono tenersi per sé questo boccone prelibato. In Provenza sono detti “cicale” per il rumore che fanno fuor d’acqua, da noi “magnose” o “dormigliose” o “magnoselle”, secondo la specie. Brutte, massicce, con la testa rettangolare, senza appendici, questi crostacei non hanno niente di bello. I cacciatori subacquei li raccolgono con facilità, soprattutto sotto gli strapiombi. Né le Aragoste né gli Scillari sono provvisti di chele. I Gamberi invece ne hanno di enormi. Le loro marezzature bluastre li rendono facilmente individuabili. Al gruppo dei Nefropsidi appartengono gli Scampi, lunghi sino a una quindicina di centimetri, e i grossi e massicci Astici o Lupicanti, dalle chele grandi e robustissime. Negli acquari gli Astici si ripuliscono di continuo, mentre i Gamberi si lasciano invadere dalle alghe. Le Canocchie o Squille (che hanno il nome scientifico di “mantidi” perché, come nell’omonimo insetto, le chele sembrano braccia in preghiera) sono più lunghe degli altri Decapodi e costituiscono un anello di passaggio tra i Crostacei inferiori, nettamente segmentati. Le Canocchie, dalle carni gustose, vivono al largo. Immangiabili per il cattivo odore di cimice sono invece le carni delle Galatee, più corte delle Canocchie e perciò già più vicine ai Brachiuri.

Che dire poi dei Gamberetti? Tutti credono di conoscerli, ma invece la distinzione tra i vari gruppi è estremamente difficile. Ne parleremo perciò più avanti. Eccoci ai Granchi, ai Brachiuri, cioè ai Decapodi della breve coda. Ma, qualcuno obietterà, i Granchi la coda non l’hanno affatto! Voltatene uno a pancia all’insù: vedrete una sorta di ricciolo biancastro che copre l’inizio delle zampe: è la coda. Che si vede assai meglio quando il ventre della femmina è gonfio di uova: la coda ne resta sollevata. Caratteri tipici del gruppo sono le zampe che tengono a divergere, le antenne atrofizzate, e costumi che tendono a diventare anfibi. Quanto ai caratteri propri delle specie, essi sono così vari che, anche limitandoci ai granchi delle nostre coste, non è possibile farne l’inventario. Nel Mediterraneo, specie comune è il Granchio piatto, della famiglia dei Grapsidi comunissimi e velocissimi sulle scogliere. Sulle coste francesi atlantiche, per esempio, il granchio più abbondante è il Dormiglione o Granchio paguro, grosso, ovale, con larghe chele; e il piccolo Carcino che corre di qua e di là a bassa marea. Talora, se il tempo è buono, si può vedere attraverso l’acqua un’alga che si muove… Guardandola bene, ha delle zampe! Un pescatore dirà: “Un ramo”. Un naturalista: “Una Maja”. Nel Mediterraneo, questi granchi sono più piccoli e più ricoperti di alghe che sull’Oceano Atlantico ove la specie è di taglia più grande e di color rosso. Sulle nostre coste questo granchio è noto come Grancevola.

Ma ecco un fatto poco comune: le alghe non si sviluppano naturalmente sul carapace. Strappiamo il rivestimento a una Grancevola dal dorso verrucoso e irto di spine. La vedremo presto raccogliere delle alghe e sistemarsele sul dorso. Meglio ancora, mettiamola ora in una vaschetta contenente alghe differenti dalle sue. Strappa allora il suo rivestimento e se ne confeziona un altro in armonia con l’ambiente. Sempre più difficile: esperienze condotte a Monaco hanno dimostrato che messo in una vaschetta di vetro rosso il granchio, tra straccetti rossi e verdi sceglie quelli rossi. Si tratta dunque di un vero e proprio istinto mimetico. Tra i numerosi Granchi esotici ne segnaliamo due soli: la Macrocheira simile a un enorme ragno che può toccare 3 metri, vivente in Giappone e in Alaska, il gigante dei Crostacei; e la Melia, uno dei rari animali che sanno usare un arnese, e il solo che usa un arnese vivente: afferra con le chele degli anemoni velenosi, arma contro i nemici. La forza delle chele dei Crostacei è sorprendente. La si misura fissando un filo a una delle branche della chela, attaccando un peso all’altro pezzo e quindi eccitando l’animale. Un Granchio Carcino di 80 grammi ha sviluppato 2.300 grammi, cioè 29 volte il suo peso! Di tale forza questi animali battaglieri usano e abusano. In un acquario si divorano tra di loro. Ecco per esempio il racconto di un naturalista inglese. Se i Granchi paguro affamati vengono messi in una tinozza. Uno grosso rompe il carapace di uno piccolo e si mette a mangiarne la carne viva; un terzo lo attacca e lo divora senza che l’altro sospenda il suo pasto. Il giorno dopo non restano vivi che due Granchi, i più grossi. Perdere delle zampe nella mischia non è un fatto importante per un Crostaceo in quanto esse rispuntano molto facilmente. Alcuni pescatori spagnoli hanno l’abitudine di strappare le chele dei Granchi che pescano e di inviare queste sole al mercato restituendo i Granchi al mare con la speranza poi di riprenderli. Afferrato per una zampa, un Granchio se ne va lasciandovela tra le dita. “Si è amputato volontariamente!”, pensa l’uomo. Non è così, si tratta di un’amputazione riflessa. Appendete un Granchio per una zampa a un chiodo avendo cura di non stringere troppo il filo. Fategli paura: l’animale tirerà disperatamente senza che la zampa ceda. Ora con una pinza tagliate la punta di un’altra zampa e questa si staccherà immediatamente. E’ quindi la smozzatura che determina automaticamente il distacco per l’intervento di speciali muscoli. E la rottura avviene non nel punto debole di un’articolazione ma in una zona robusta, nel bel mezzo del secondo articolo.

La roulotte dell’eremita. Nei nostri mari le “code anormali”, cioè i Decapodi Anomuri, sono rappresentate dai Paguri, come il Paguro Bernardo, il cui addome è una massa molle alloggiata e protetta entro una conchiglia vuota di un mollusco. Quando un Crostaceo muta, si ritira in un angolo protetto e nascosto poiché per diversi giorni resterà senza difesa. I Paguri si possono dunque considerare come dei Crostacei che hanno preso l’abitudine di rifugiarsi in una conchiglia la cui protezione si dimostrò così efficace che il corpo non ebbe più bisogno di un “prefabbricato” formato da una conchiglia in prestito. La cambiano ogni volta che lo richiede il loro sviluppo, e anche secondo l’umore. Vedere tali maneggi è uno dei più curiosi spettacoli di un acquario. Il Paguro esamina una dopo l’altra le conchiglie messe a sua disposizione, le esplora con le antenne, le misura con le chele, le gira e le rigira, ne palpa l’orifizio quasi per assicurarsi che la madreperla sia ben liscia; quindi, fatta la scelta, raddrizza la conchiglia afferrandone i bordi con le chele e con un salto brusco entra nella nuova dimora, quasi volesse ridurre al minimo il tempo nel quale l’addome è offerto indifeso ai nemici. Quindi fa un piccolo galoppo di prova per assicurarsi che l’abito sia ben adattato. Talvolta passa a un’altra conchiglia e ne prova anche diverse.

Se vediamo una conchiglia spostarsi, contiene sicuramente un Paguro Bernardo: abitata dal suo Mollusco, si sposterebbe in modo impercettibile. E’ impossibile strappare l’ospite alla dimora; al minimo allarme vi ritira le zampe; se poi lo si afferra, esso si ritira nell’ultima spira aggrappandosi con due uncini che porta all’estremità dell’addome e si farà lacerare piuttosto che lasciarsi prendere. Per vederlo nudo bisogna agire con astuzia: per esempio battendo a lungo sul tetto fino a rendere la casa inabitabile. O agire con violenza, rompendo la conchiglia. Il Paguro appare allora con le due chele, di cui la più grossa serve da “porta” alla casa; con le 8 zampe, di cui le ultime atrofizzate per la loro posizione all’interno della conchiglia, la vita strozzata e l’addome ridotto a una minuscola salsiccia. Alcuni Paguri abitano entro piccole spugne dal corpo compatto. Non è che abbiano scelto essi stessi questa casa, ma è la spugna che allo stato larvale si è fissata sulla conchiglia che il Paguro abitava e, sviluppandosi, ha finito per inglobarla interamente all’infuori dell'”entrata” che il proprietario ha mantenuto sgombra passandovi continuamente e creando in tal modo un vero e proprio tunnel nel tessuto della spugna. All’interno la conchiglia divenuta troppo piccola è già stata abbandonata da tempo, mentre la spugna è diventata la nuova casa! Sulla conchiglia possono fissarsi anche Idrozoi, Briozoi, alghe e soprattutto Anemoni. E’ particolarmente notevole il caso di questi ultimi perché vi è un reciproco scambio di servizi tra l’Anemone e il Paguro. Il primo trae profitto dalle passeggiate accrescendo in tal modo la probabilità di trovare cibo; il Paguro approfitta dei tentacoli velenosi che paralizzano le sue prede; e il Celenterato beneficia ancora delle prominenze del Crostaceo, il che non impedisce a questi, se si dà un buon boccone all’Anemone, di rubarglielo, uscendo per l’occasione quasi completamente dalla sua casa.

Certe specie di Paguri sono legate a certe specie di Anemoni; talora il legame è così assoluto che non si vede una certa specie di Paguro senza quella data specie di Anemone e viceversa; e addirittura l’Anemone muore in breve se lo si strappa dalla conchiglia. E sì che durante i traslochi cambia anch’essa domicilio, sempre aiutata dal suo Crostaceo! Entro la conchiglia i Paguri devono subire la presenza di ben diversi parassiti: per esempio, di Cirripedi simili alla Sacculina dei Granchi; di un Verme Anellide, il Nereilepade, che vive nell’ultima spira, dietro l’inquilino principale e che, quando questi mangia, spinge avanti la testa per prendere le briciole del pasto; e ancora di “iperparassiti”, cioè parassiti dei parassiti.

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