Feroci assassini o splendida esibizione della natura? Uguali a sé stessi da centinaia di milioni di anni, gli squali sono, fra timore e fascino, una delle componenti irrinunciabili di chiunque – sopra o sott’acqua – vada in mare.

“Quella non è stata l’opera di un’elica. Non è stato un fuoribordo, né sono stati gli scogli, e nemmeno Jack lo squartatore. È stato uno squalo… ti da una strizzatina e sei fatto!” Del resto con una potenza di morso stimata in circa 1,8 tonnellate è del tutto plausibile. Paura? Tranquilli e sdrammatizziamo. In primis perché a parlare è Quint, alias Robert Shaw, alias il cacciatore di squali ingaggiato dalla Polizia di Amity Island per catturare lo squalo che stava terrorizzando l’isola. In altre parole parliamo di un film, dove la fantasia, nonostante il successo mondiale del racconto, supera di gran lunga la realtà. Poi se vogliamo sdrammatizzare ulteriormente possiamo anche citare Woody Allen dal film Io e Annie: “Una relazione è come uno squalo, deve continuare a muoversi o muore: bene, ciò che abbiamo ora nelle nostre mani è uno squalo morto”.

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Presente anche in Mediterraneo, il mako è considerato una delle specie pericolose per l’uomo, anche se in realtà non se ne conoscono attacchi sicuramente identificati.

Se poi vogliamo passare dalla fantasia alla realtà, cominciamo pure a parlare di squali veri, e in particolare di squali dei nostri mari, perché ci sono – anche se sempre meno – e ci sono anche le specie più pericolose – ancora meno – tanto che forse diventeranno una rarità biologica. A quel che dicono gli ittiologi parliamo di una cinquantina di specie sulle oltre 480 presenti nei vari oceani del mondo, e di queste quelle realmente pericolose sono non più di tre o quattro, ma considerando che le verdesche ormai per esubero di cattura non riescono più a raggiungere taglie preoccupanti, citiamone due in particolare: lo squalo bianco (Carcharodon carcharias) e il mako (Isurus oxyrinchus).

Considerando che di squali bianchi nei nostri mari secondo l’ultimo censimento ne vive meno di una quarantina di esemplari, e probabilmente altrettanti sono i mako, possiamo dire che la probabilità di essere addentati, e non necessariamente mangiati, da uno squalo, è più o meno pari a quella di vincere al Superenalotto, situazione decisamente più piacevole. Per gli amanti delle cifre possiamo anche dire che una statistica elaborata in Florida ha calcolato in una su 4.322.817 le possibilità di finire in bocca ad uno squalo. Prima di addentrarci oltre, però, spendiamo due parole per specificare quanto detto poco sopra: “addentati e non mangiati” sta per il fatto che gli squali non hanno una passione particolare per la carne umana, peggio che mai se ricoperta da uno strato di neoprene, e lo testimoniano i tanti casi di subacquei, surfisti, o comuni nuotatori attaccati ma poi abbandonati pur sanguinanti al loro destino, e spesso salvati dalla prontezza dei soccorsi.

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Ocean Ramsey ha sviluppato con gli squali bianchi un eccezionale rapporto di confidenza: l’enorme bianco ripreso con lei nella foto potrebbe essere la famosa Deep Blue, una femmina di squalo avvistata più volte e considerata il più grande bianco attualmente in circolazione.

Una paura antica

Ma partiamo dall’inizio, magari tracciando un quadro seppur sintetico di questo affascinante abitante dei sette mari. E l’inizio è molto antico, dato che parliamo di un animale che si porta sulle spalle oltre 400 milioni di storia evolutiva, per altro assai scarsa negli ultimi 150 milioni di anni, dato che la struttura base di questi pesci è rimasta immutata. Apparvero quindi ben prima dei dinosauri, ma la catastrofe ecologica che portò alla sparizione di tirannosauri e compagnia bella agli squali fece un baffo, tant’è che oggi sono ancora qui ad affascinarci con il loro perfetto design ultra idrodinamico.

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Dalla realtà alla fantasia: sopra, il grande squalo bianco catturato nel 1987 al largo di Malta misurava 7,14 metri.

Dato che del gigantesco Megalodon, che misurava più di quindici metri e che pare ormai estinto (poi vai a sapere, gli oceani sono ancora pieni di misteri) da oltre 2,5 milioni di anni, e che i più grandi squali oggi esistenti – lo squalo balena e lo squalo elefante – sono del tutto inoffensivi, a reggere la palma del terrore resta soprattutto lo squalo bianco, non a caso soprannominato squalo requiem. Che poi a ben vedere non è neanche il massimo, perché il record degli attacchi mortali spetta in realtà allo squalo dello Zambesi, anche per il suo vizio di frequentare spesso il sottocosta e di risalire anche per molti chilometri i fiumi. Del bianco abbiamo già detto e parleremo ancora, sullo squalo dello Zambesi (Carcharinus leucas) detto anche bull shark (ma da non confondersi col lo squalo toro) tranquillizziamoci perché il suo habitat è unicamente tropicale. Ma evitiamo anche di andare nel panico se solo avvistiamo una pinna triangolare a pelo d’acqua: potrebbe infatti essere quella di un innocuo squalo elefante o quella di un più comune e ancor più innocuo pesce luna

Ma torniamo alla questione delle dimensioni perché hanno il loro perché. Lo squalo elefante (Cetorhinus maximus), il gigante dei nostri mari, arrivando a misurare anche più di 12 metri sebbene normalmente ne misuri molti meno, è del tutto innocuo per l’uomo in quanto si nutre di zooplancton. Oltretutto, essendo stato inserito nella lista rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) come “endangered”, ovvero a rischio di estinzione, va protetto e nella sua protezione possono avere un ruolo anche i diportisti in quanto ogni segnalazione sulla sua presenza, considerando che ama bighellonare pigramente in superficie, può aiutare i biologi.

Lo squalo balena, l’altro gigante della famiglia, ed in realtà il pesce più grande al mondo, in attesa che la tropicalizzazione in atto lo porti dalle nostre parti è almeno per il momento confinato nei mari tropicali. In compenso, all’estremo opposto della specie ci sono squali come lo squalo lanterna nano (Etmopterus perry), specie abissale e dotata di bioluminescenza, che supera a fatica i 20 centimetri. Ma volendo concludere con i dati estremi che caratterizzano gli squali, possiamo ricordare che se la maggior parte delle specie vive fra i 30 e i 50 anni, il record mondiale della longevità spetta proprio ad uno squalo. Il (Somniosus microcephalus), o più semplicemente lo squalo della Groenlandia, tipico delle acque artiche, arriva infatti a superare i 500 anni di vita. In pratica si aggirava già nelle acque nordatlantiche mentre Michelangelo progettava il suo Giudizio Universale.

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Il pescecane che si appresta a divorare lo sfortunato naufrago… che comunque si salverà, come ben sa chiunque abbia visto “Jaws”, il film da cui è tratta la scena.

Pericolo mortale?

È vero, basta la parola. Dici squalo e già cominci ad essere preoccupato, ti butti in mare con la maschera al largo, guardi verso il blu profondo che più profondo non si può e ti aspetti che appaia da un momento all’altro, ma sono così terribili questi squali? Stando al mondo delle statistiche decisamente no, e basta prendere a prestito gli esempi più eclatanti. E’ infatti noto che l’animale in assoluto più mortale al mondo è…la zanzara, che nell’eterogeneità delle varie specie uccide 438.000 persone l’anno. I serpenti ne totalizzano oltre 130.000, le lumache (indirettamente) 20.000, i cani arrivano appena a 17.400, e se 3.300 persone muoiono per la puntura degli scorpioni, solo 1000 possono essere le vittime attribuite ai coccodrilli. Se poi scendiamo ai livelli più bassi troviamo con 150 vittime l’anno…le noci di cocco (quando cadono in testa alle persone), mentre con 40 vittime ogni anno ci sono le meduse, e con 22 …le mucche. E gli squali?

Analizzando le varie statistiche sicuramente le vittime di attacchi mortali non arrivano a dieci. In compenso l’uomo ne uccide ogni anno fra gli 80 e i 100 milioni, in parte come prede accidentali, in parte come pesca mirata, ma in gran parte per la spietata pratica del finning, ovvero di quel taglio delle pinne che va ad alimentare i mercati orientali per la ricercatissima “zuppa di pinne di pescecane”, e che condanna gi squali rigettati in mare senza possibilità di nuotare a una lenta agonia.

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Ci sono squali innocui come il pur gigantesco squalo elefante, presente anche in Mediterraneo, che si nutre unicamente di plancton.

Tornando a quei pochi, anzi pochissimi, anzi in realtà due sole specie realmente pericolose dei nostri mari, tralasciamo per il momento il mako e concentriamoci sullo squalo bianco. Questa terrificante macchina da guerra presente in Mediterraneo anche se ormai estremamente rara, può raggiungere dimensioni veramente impressionanti. Il più grande squalo bianco ufficialmente riconosciuto, o quasi perché qualcuno ne contestò la lunghezza, fu pescato al largo di Malta nel 1987 e misurava 7,14 metri. Del tutto attendibile, invece, la misura dell’enorme femmina rimasta intrappolata nelle reti della tonnara di Favignana e recuperata non senza qualche rischio dal sub della tonnara stessa, Nitto Mineo: curiosamente anche la cattura di questo squalo, lungo 5,40 metri e pesante 2.350 kg, avvenne nel 1987.

squalo volpe
Ci sono squali squali che hanno l’arma più temibile nei violenti colpi della loro coda, come lo squalo volpe in foto.

Leggende e realtà

A questo punto sorge spontanea la domanda: ma quanto dobbiamo aver paura degli squali, bianchi o mako che siano? Se siamo in grado di affrontare un’autostrada nel periodo estivo molto poca, perché il pericolo è di gran lunga minore, anzi di più. Gli attacchi mortali di squali in Italia, tutti più o meno addebitabili allo squalo bianco, nel corso dei decenni si contano sulle dita di una mano, e l’ultimo e più eclatante fu quello di cui il 2 febbraio 1989 restò vittima Luciano Costanzo, un sub intento a ripulire una condotta elettrica sottomarina a 27 metri di profondità nel Golfo di Baratti.

Lo squalo in questione, che fu avvistato dal figlio di Costanzo che lo vide emergere per un secondo attacco, misurava a suo detto circa 6 metri. Il corpo di Costanzo non fu mai ritrovato e la supposizione che fosse stato ingerito lasciò molti dubbi scatenando una serie di polemiche. Di norma, infatti, come detto, gli squali non amano la carne umana, meno che mai se ricoperta di neoprene, tanto da abbandonare spesso la vittima dopo il primo morso. Inoltre il sub indossava un’attrezzatura completa di bombole e piombi, che fu ritrovata dopo le ricerche del corpo, come se lo squalo avesse mangiato la sua preda scansando le cose più indigeste. Non ci avventuriamo in ipotesi azzardate, ma all’epoca le polemiche e i sospetti furono molti, e in ogni caso l’episodio scatenò – caso unico nella storia degli squali – una caccia al mostro che portò in mare autorità marittime e decine di barche armate di tutto punto.

squalo bianco
Ci sono squali che è meglio non incontrare, come i grandi squali bianchi, attraverso le cui mascelle fa capolino Rodney Fox, oggi in piena salute nonostante il terrificante incontro avuto nel 1963.

Molto più incerta la pericolosità dei mako, salvo per alcuni attacchi non mortali attribuibili con moderata certezza a questa specie. Discorso simile per lo smeriglio (Lamna nasus), anch’esso tuttavia catalogato come specie “critically endangered”, mentre la stessa verdesca, potenzialmente pericolosa, in realtà nei nostri mari non lo è mai stata, meno che mai oggi che, causa gli eccessi di pesca (come per lo smeriglio, la sua carne viene spesso venduta come pesce spada), le sue dimensioni si sono fortemente ridotte, e il discorso dimensioni non è affatto secondario.

Secondo George H.Burgess, direttore dell’International Shark Attack File, infatti, “I predatori rispettano la dimensione e la forza”, difficile quindi che uno squalo che non superi una certa dimensione attacchi, e nel caso, vale la pena di ricordare che, come di fronte a tutti gli animali selvaggi, l’ultima cosa da fare è quella di fuggire, anche perché la nostra fuga a nuoto sarebbe assolutamente ridicola di fronte alla potenza di uno squalo. Cosa fare dunque? Le personali modeste ma significative avventure con gli squali mi hanno portato a notare che questi pesci “soffrono” il nostro sguardo, e fronteggiarli è sempre l’atteggiamento migliore. Il mitico “urlo di Hans Hass” è a mio modesto parere poco più di una leggenda, né si può pensare di accoltellare uno squalo squarciandogli il ventre come Tarzan. Però gli si possono mettere le mani addosso, in senso letterale. Il muso dello squalo, occhi e branchie inclusi, è estremamente sensibile e con il necessario sangue freddo riuscire a colpirlo con un oggetto o sia pure con un pugno può dissuaderlo dall’insistere. I numerosi casi di attacchi sventati in questo modo ne sono chiara testimonianza, tanto da indurre la domanda: ma si può sopravvivere all’attacco di un grande squalo bianco? L’inevitabile risposta chiama in causa il più famoso episodio del genere che, senza falsi pudori pulp, ricordiamo per la sua eccezionalità.

L’8 dicembre del 1963, Rodney Fox stava partecipando a una gara di pesca subacquea al largo di Adelaide (Australia), quando fu attaccato da un grande squalo bianco che lo morse una prima volta sul fianco sinistro spaccandogli alcune costole, facendo a pezzi la scapola e danneggiando polmoni e milza. “Credevo di essere stato investito da un treno”, racconterà poi Rodney che, mentre veniva trascinato sott’acqua, cercò disperatamente prima di colpire lo squalo agli occhi e, in un secondo attacco, di allontanarlo con la mano… che però finì interamente nella bocca dello squalo che gliela fece a pezzi, tanto che per ricostruirla furono necessari 92 punti.

Costretto a tornare in superficie per mancanza d’aria, attraverso una nuvola di sangue Rodney vide lo squalo caricare di nuovo, ma per fortuna all’ultimo istante dirottò sui pesci appesi alla boa a sua volta collegata alla cintura di zavorra. Un altro evento fortunato fu la vicinanza di una barca di assistenza che arrivò rapidamente, recuperò il corpo lacerato di Rodney partendo poi a razzo per l’ospedale, ovviamente già allertato. Risultato: 462 punti, qualche mese di degenza, e un ricordo terrificante ma non sufficiente ad abbattere la passione di Rodney per il mare. Infatti poi, nonostante le vistose menomazioni, non se l’è presa più di tanto con lo squalo, tanto da aver trovato il coraggio di tornare sott’acqua, e di fondare la sua Fox Shark Research Foundation, oltre a creare un centro d’immersione mirato appunto all’incontro con gli squali, ovviamente all’interno di gabbie ben protette.

denti squalo
Il gigantesco dente fossile di un megalodon.

D’altro canto gli attacchi degli squali possono essere giustificati sia come un errore di identificazione, scambiandoci come potenziale preda, sia come difesa del proprio territorio, che è poi il mare. E a proposito va detto che molti squali, non tutti in realtà, se avvistati prima di un eventuale attacco sono in grado di rendere noto il loro nervosismo: un nuoto a scatti e l’inarcamento del dorso, chiari avvisi di insofferenza, sono segnali di allarme ben conosciuti, ma non dobbiamo mai dimenticare che spesso gli squali sono imprevedibili.

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Un eloquente avviso su una spiaggia australiana.

Predatori attori

Contro tutte queste inquietanti ipotesi possiamo vedere l’altra faccia della medaglia, ovvero quella in cui gli squali restano indifferenti alla presenza umana, o addirittura vengono “sfruttati” come attrazione turistica. Sul web, ad esempio, girano video decisamente impressionanti in cui si vedono subacquei in apnea nuotare tranquillamente in mezzo a gruppi di squali bianchi. Un fatto del resto non insolito. Ocean Ramsey, fondatrice dell’associazione One Ocean che si batte per la coesistenza fra gli squali e l’uomo e ama appunto nuotare con gli squali, bianchi inclusi, sostiene che tutto sta nell’assumere il giusto linguaggio corporeo, osservando e rispettando allo stesso tempo quello degli squali ed evitando atteggiamenti provocatori.

Il fascino e l’eleganza degli squali, a cui è difficile sottrarsi vedendoli nuotare in acqua libera, ha anche alimentato il cosiddetto “circo degli squali”, vale a dire situazioni in cui, dopo averli abituati a un pasto facile e gratuito con la continua somministrazione di cibo da parte di sub ben addestrati, gli squali diventano attori per gruppi di subacquei in cerca di emozioni. Attori principali va detto, i classici squali grigi di barriera, in realtà assai poco pericolosi, ma a volte non manca la visita di qualche squalo tigre. Organizzati un po’ in tutto il mondo, questi spettacoli, un po’ a causa di qualche incidente – in realtà pochissimi, – ma soprattutto perché ritenuta una pratica antiecologica, sono stati almeno legalmente vietati.

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Nonostante siano l’apice della catena alimentare marina, molte specie di squali sono minacciate dagli esuberi di pesca, sia accidentale, come accade a volte con le reti, sia mirata, come nel caso della crudele tecnica del finning.

Per esperienza personale, a chi volesse vivere fotograficamente l’emozione, ricordo che gli squali sono particolarmente attratti dai campi elettrici, e allungare il braccio che impugna il flash per ottenere una luce più seducente può portare a spiacevoli sorprese. In ogni caso, circhi a parte, migliaia di subacquei pur guidati da istruttori esperti si immergono ogni giorno con l’unico scopo di incontrare gli squali, e gli incidenti come detto sono rarissimi.

Una specie minacciata

In realtà gli squali più che essere perseguitati per la loro presunta pericolosità oggi hanno bisogno di protezione. Si pensi solo che il 25{2e3577d2bd6aebaa150c85c33fcd353783f1aa6c690283591e00ef60b3336fc8} delle specie presenti nel mondo sono minacciate di estinzione, e se stringiamo sul Mediterraneo la percentuale sale al 50{2e3577d2bd6aebaa150c85c33fcd353783f1aa6c690283591e00ef60b3336fc8}. Il tutto a causa delle ragioni già menzionate, ovvero esubero di pesca e by-catch o pesca accidentale che dir si voglia, ma anche accentuate dal fatto che gli squali hanno un ciclo riproduttivo molto lento, tanto che diverse specie hanno un periodo di gestazione delle proprie uova che può raggiungere i due anni.

Nell’ambito di far sopravvivere ciò che resta di una componente fondamentale per l’equilibrio ecologico del mare, diverse specie di squali sono oggi protette e, solo limitandoci ai nostri mari, possiamo citare lo squalo bianco, il mako, lo smeriglio, lo squalo elefante e la verdesca. Ci piace ricordarlo anche in occasione della prossima Giornata Mondiale dello Squalo, che verrà celebrata il 14 luglio, e che sottolinea varie iniziative fra cui quelle promosse dal WWF con i progetti SafeSharks e Medbycatch, tese a raccogliere dati essenziali per migliorare la conoscenza delle varie specie e valutare i limiti e le più adeguate misure di gestione per la pesca. Infatti, se per quanto riguarda la pesca ricreativa, il catch&release è sempre più diffuso e ritenuto eticamente obbligatorio nel caso degli squali, si sta cercando di diffondere questa pratica anche presso la pesca professionale. È stato infatti verificato, ad esempio nel caso della pesca con i palangari, una delle tecniche di cui più spesso restano vittima gli squali, che il 90{2e3577d2bd6aebaa150c85c33fcd353783f1aa6c690283591e00ef60b3336fc8} delle verdesche rilasciate come dimostrato dai rilevi delle marcature, è in grado di sopravvivere.

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Nella foto, centinaia di pinne di squalo messe ad essiccare e destinate ai mercati orientali per la famosa e costosissima zuppa.

C’è poi grande aspettativa per il nuovo progetto europeo LIFE EUSharks, che inizierà a ottobre e per 4 anni impegnerà pescatori, Guardia Costiera, subacquei e cittadini italiani, francesi e croati in una campagna di tutela delle specie protette di squali e razze. Promotorice è l’associazione italiana MedSharks, che da oltre vent’anni è impegnata in attività di ricerca e tutela degli squali mediterranei.

All’apice della catena alimentare marina, gli squali hanno un preciso compito ecologico di cui il mare non può fare a meno. Di certo sono predatori potenti e virtualmente privi di nemici, anche se in realtà ne hanno uno pericolosissimo – e siamo noi – e un altro del tutto occasionale. “Chi vincerebbe nella lotta fra uno squalo bianco e un’orca?”. Non è raro trovare questa demenziale domanda in giro per il web. È tuttavia vero e ben testimoniato che gruppi di orche ben organizzate possono attaccare e uccidere squali bianchi anche di grandi dimensioni. Parlare di “ferocia”, nel caso delle orche come degli squali, è tuttavia abbastanza ridicolo, poiché sono semplicemente animali che perseguono il loro principale dovere: quello di sopravvivere. E per quanto riguarda gli squali, se temerli e rispettarli è giusto, odiarli no, distruggerli ancora meno, e proteggerli è oggi un nostro preciso dovere.