Quarta e ultima traversata oceanica di un settantacinquenne

Esperienze di bordo n. 580, agosto 2010, Bruno Roversi: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

QUARTA E ULTIMA TRAVERSATA OCEANICA DI UN SETTANTACINQUENNE

Testo di Bruno Roversi
Pubblicato su Nautica 580 di Agosto 2010

Partiamo da Las Palmas in tre persone Dopo 21 giorni di navigazione atlantica prendiamo terra ai Carabi in quattro. Sembra inverosimile? È accaduto.

Una telefonata il giorno 6 Dicembre 2006: “Sono Marco, ho visto per caso il tuo sito internet: potresti entro due o tre giorni partire dalle Canarie per dare una mano a trasferire un catamarano ai Caraibi?”.

Decido di cogliere al volo questa opportunità; chiuderò la mia carriera di lunghe navigazioni con una barca per me nuova: un catamarano da crociera. Arrivo a Las Palmas, Gran Canaria, il giorno 9 Dicembre con un volo “last minute”. In taxi al puerto deportivo: è buio e fatico a localizzare un catamarano di nome “Azul”, che è chiuso e a luci spente.

Affiancato c’è un catamarano gemello, “Cochis”, illuminato. Col cellulare chiamo il numero dello skipper di “Azul”, ed è Marco che si affaccia in pozzetto col suo faccione allegro e la voce cordiale un pò roca dalle sigarette e l’accento milanese: “Sali Bruno, ti aiuto a portare il saccone a bordo, dopo cena ci spostiamo sul mio catamarano”. Conosco anche lo skipper del “Cochis” col marinaio. Mi informano che i due catamarani viaggeranno in coppia per la traversata ai Caraibi. Marco mi informa che sta aspettando due giovani fratelli da Viterbo: saremo in tre per imbarcazione.

La cabina che Marco mi assegna è quanto di più lussuoso io abbia trovato su un’imbarcazione a vela. Come tutti i catamarani da crociera vi sono: quattro cabine doppie, ciascuna con bagno privato, doccia con acqua calda a volontà (vi è un generatore diesel di corrente che fa funzionare il dissalatore).

C’è anche un telefono satellitare. Arrivano i due fratelli, Lamberto e Massimiliano Il mare è brutto, vi sono 35 nodi e onde notevoli: abbiamo tutto il tempo per fare cambusa e il mare ci permette di partire il 12 Dicembre. Massimiliano sarà a bordo di “Azul”, suo fratello Lamberto si imbarcherà su “Cochis”.

Dopo circa una settimana di navigazione in tandem, distanziati più o meno 4 o 5 miglia, lo skipper di “Cochis” cambia idea, non vuole più arrivare alle Antille, decide di fare rotta sulle isole di Capoverde, pensando di trovare maggiori probabilità di lavoro. Lamberto non è d’accordo e vuole arrivare ai Caraibi col fratello e chiede a Marco di prenderlo a bordo. Non avevo mai visto un trasbordo di persona da una barca a un’altra in pieno oceano: i due catamarani, in un giorno di calma di vento (l’onda lunga però fa ballare) si fermano a una distanza di quaranta metri. Un gommoncino, senza motore, legato con una cima viene calato in mare: Lamberto si avvicina a remi.

Il moto ondoso oceanico rende vivace e decisamente impegnativo il trasbordo di Lamberto e merci varie; il gommoncino è recuperato con la cima da “Cochis”. È strano vedere una barca che cambia direzione per fare rotta su Capoverde, distante 160 miglia. Ci salutiamo con rimpianto.

Ora siamo in quattro: il passatempo migliore, oltre ai turni di guardia, è la pesca al traino, e scopro che Massimiliano è un professionista di quel tipo di pesca. Due canne da pesca poste alla distanza di circa sette metri, cioè la larghezza del catamarano ci fanno pescare una media di 2 tonnetti o dorado al giorno, sempre alla velocità di sette od otto nodi; i primi giorni mangiavamo pesce crudo o cucinato in molti modi, ma poi, stanchi della monotonia del vitto, si pesca per diletto e si ributta in mare la preda che continuerà a vivere. Grande l’emozione nel tirare a bordo due marlin, uno lungo due metri (dalla punta della spada alle pinne di coda) vedi foto sul mio sito www.brunoroversi.com. In questa occasione ho scoperto come uccidere il pesce issato a bordo senza farlo soffrire troppo ed evitare spruzzi di sangue: un goccio di rum o altro alcolico buttato nelle branchie o in bocca: muore all’istante. Si guasta il pilota automatico cinque giorni prima dell’arrivo, e i turni al timone ora sono ben più impegnativi. Si guasta anche il generatore di corrente: si economizza l’acqua come sulle normali barche.

Marco pensa che metterà un pompa a pedale per lavare i piatti con l’acqua di mare: per ora laviamo piatti e pentole a turno seduti sui gradini di poppa coi piedi in mare, sempre alla velocità media di 7 nodi. La voglia di un bagno di mare coglie tutti: buttiamo un cima in acqua con un paio di gasse e ci caliamo in mare a turno; un idromassaggio a sette nodi è così piacevole che non vogliamo pensare che potremmo essere noi l’esca per uno squalo. La meta è Tobago Cais, sicuramente il più bell’ancoraggio dei Carabi, dove buttiamo l’ancora il 2 Gennaio 2007: file di catamarani sono ancorati fra questi isolotti di sabbia bianchissima e i colori del mare attraggono irresistibilmente. L’ultima volta che gettai l’ancora a Tobago Cais c’erano solo poche barche tradizionali. Ora sono a dozzine i catamarani.

Tutti stazionano tutto l’anno alla Martinica; di proprietà di compagnie sono noleggiati da agenzie e i loro skipper arrivano alla Martinica in aereo, passano qualche settimana fra le isole e poi rincasano in aereo.

Uno di loro ha l’equipaggio vacanziero composto solo da donne, sei, tutte giovani e belle ( vedi foto sul suddetto sito); noi facciamo due settimane di navigazione con soste lunghe risalendo controvento da Union alla Martinica. Prima di partire una cena di addio con l’equipaggio: sarà per me un lieto ricordo l’allegria di Marco, la prorompente vitalità di Massimiliano, la saggezza, la generosità e le capacità veliche di Lamberto. Lamberto mi ha inviato una e-mail: si è imbarcato su un Hallberg-Rassy 51 piedi di italiani diretto a Panama. L’ho incoraggiato a proseguire nel Pacifico. Questa è stata l’ultima (per me) traversata atlantica, per ragioni anagrafiche. Durante la navigazione, oltre a festeggiare il Natale con panettone, abbiamo festeggiato il mio 75° compleanno con spumante e il capodanno 2007 con polenta (precotta ovviamente) e cotechino, come da vecchia tradizione lombarda.

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