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Alle cinque della sera

Dopo una giornata di pesca, quando la volontà diviene meno forte, un grande tonno decide di afferrare l’esca.

I palloncini colorati danzano su un mare che non vuole essere nè generoso nè tranquillo. L’onda lunga viene presa al traverso da un venticello che crea increspature minuscole sulla superficie. Sembra che, nonostante la sapiente pasturazione, nessun pesce degno di nota voglia avvicinarsi alle esche che i palloncini sulla lenza tengono a profondità diverse. La barca di Steiner ci ha portato ancora una volta in Adriatico, a circa ventisei miglia da terra, per tentare la sorte con qualche bella preda. E’ il terzo scafo che usiamo da quando sono incominciate le nostre uscite, il terzo di quelle “fishing machine” che sono nate per chi ama la pesca e la sicurezza a distanza dalla costa.Roberto Steiner sa che le sue imbarcazioni sono fra il meglio di quanto il settore della nautica sportiva possa offrire, e tuttavia non è mai interamente soddisfatto: nella sua testa girano idee, possibili innovazioni, soluzioni più raffinate, sia per l’attrezzatura di bordo che per i materiali ed i sistemi di pesca. E’ per questo motivo che in barca non è mai del tutto rilassato: si guarda intorno durante i trasferimenti, sorveglia la strumentazione, e perfino durante l’azione di pesca si giurerebbe che stia riflettendo su come migliorare qualcosa.

La giornata è cominciata presto, con lo scambio di telefonate fra pescatori adriatici; poi la partenza con otto casse di sarde da pastura e altre delizie per i pesci di altura.Steiner ha deciso di operare con un’attrezzatura media. La canna è una Daiwa serie Tournament da 80 libbre, con anelli e base Aftco; il mulinello è un Daiwa serie Sea Line Tournament 80, con una lenza madre sempre da 80 libbre. La parte finale della lenza è il raddoppio, lungo 9 metri, eseguito con la stessa lenza madre da 80 libbre, cui segue il terminale di 3 metri in acciaio. L’amo – come dice Steiner – può essere 8/0 – 9/0 – 10/0, secondo l’esca e le prede potenziali. Per la pesca del tonno il terminale di 3 metri va benissimo, mentre nel caso dello squalo volpe sarebbe bene che il terminale fosse di 6 metri ed il raddoppio di 6 metri ugualmente. Questo perchè il pesce volpe può talvolta giungere ad arrotolarsi letteralmente nella lenza e, in questo caso, è preferibile che i colpi e l’abrasione siano affrontati dal filo d’acciaio stesso. La lenza madre viene unita al raddoppio tramite il “Bimini twist”, un nodo sicurissimo e un po’ complesso, che può essere sostituito dal nodo a treccia. Poi, con una solida girella si fissa il raddoppio al terminale.

L’innesco, oggi, è una sarda interamente infilata sull’amo dalla bocca fino alla coda, così da assumere una forma piegata. Ma c’è anche una seconda canna, un insieme molto più leggero che lavora in modo autonomo, con un innesco a due sarde disposte a T. Questa seconda attrezzatura serve per il colpo eccezionale: non si sa mai, abboccasse qualcosa alle 30 libbre potrebbe scapparci un record. La pasturazione è stata abbondante: eseguita a coprire una discreta superficie, studiando le correnti e la temperatura dell’acqua. Noi siamo in deriva, per cui la pastura deve essere abbondante: se, infatti, la corrente tira in una certa direzione, ad esempio da Est ad Ovest, ed il vento in senso opposto, lo scarroccio della barca si somma a quello della corrente e ci si può trovare in breve tempo con le esche del tutto fuori dalla zona pasturata. Se invece si pescasse con la barca ancorata, la pastura andrebbe solo in una direzione così da poter essere rimontata dalle prede potenziali fino alle lenze e alle esche. Inoltre, una pastura modesta di richiamo potrebbe essere gettata in mare addirittura a monte della barca, così da farla derivare verso le lenze man mano che scende.

Steiner calcola quanto scarrocciamo, poi con i motori al minimo compie un certo giro assai ampio e torna a monte della zona pasturata, gettando qualche sarda ogni tanto.Intorno non c’è segno di vita. Solo una barca a vela risulta visibile, piuttosto lontana.
I grandi pesci che vorremmo non si fanno vivi. I palloncini punteggiano la superficie con il loro vivo colore, ma non accade niente. Dopo l’innesco delle sarde più fresche, la lenza è stata filata in mare e ad essa sono stati fissati questi simpatici galleggianti che hanno una notevole importanza. Infatti, secondo la pastura, la corrente,la temperatura dell’acqua, si decide a quale profondità far giungere l’esca perchè aumentino le probabilità di abboccata. Si manda tanta lenza per quanto il boccone deve scendere, poi si fissa il palloncino: l’amo cala per quanta lenza intercorre fino al palloncino che dolcemente ne blocca quindi la discesa.

Mentre cominciamo ad avvertire una certa sonnolenza, Steiner salta in piedi, afferra la canna da 30, e con una sfilza di imprecazioni fra i denti comincia a recuperare: c’è un piccolo squalo in fondo alla lenza, una verdesca (prionace glauca) di poco più di 50 centimetri, sottile ed impotente che fa quasi tenerezza. Si, squalo è squalo, ma una creatura che si accarezza. Viene slamata con amore, subito riossigenata, le viene applicata una targhetta dei dati e quindi liberata. La verdesca junior, anche se un po’ sbattuta, si allontana ondeggiando quasi in superficie: arrivederci fra qualche anno!Il sole è pesante, il silenzio denso, le grandi prede latitano. E’ difficile pensare che si potrebbe da un momento all’altro scatenare il finimondo. La contrarietà di Steiner gli si legge sul viso. A bordo tutti trovano una seduta più comoda; le macchine fotografiche vengono messe nella cabina di prua, compaiono i panini e le bottiglie e rinasce anche un po’ di animazione.

Credere o non credere all’istinto? Dovremmo crederci per forza. Steiner, senza una ragione apparente, ad un tratto getta quel che gli resta di un panino, salta a prua e prende la lenza fra il pollice e l’indice scrutando la superficie. Che vuol dire questo? Chiama suo figlio, sempre attento ai movimenti del padre, e gli dice:- Arriva, ora arriva! – Non ci vogliamo credere, non può essere. E tuttavia, dopo forse tre minuti, senza che in superficie si noti niente, il palloncino forza sull’acqua, tenta d’immergersi ed esplode scomparendo. Sembra impossibile, ma la lenza va, va, vaaaa!
– Cristo – grida uno di noi – c’è davvero!
Il mulinello, con lenza da 80 libbre, è tarato fra 20 e 25 libbre di frenatura per il momento dell’abboccata. Steiner ha la canna in mano, ma asseconda l’uscita del filo. Le nostre grida di incoraggiamento sono da stadio, ma poi ci calmiamo per non disturbarlo. La ferrata c’è già stata è Steiner dice con voce rotta:
– E’ un tonno, ed anche grosso!
Mentre viene recuperata l’altra lenza, sulla sedia a prua sta per iniziare il lungo momento della verità. Non è facile dire quanto tempo intercorra fra la prima fuga e quando il gioco del pompaggio cominci a recuperare lenza. Il tonno (perché è un tonno) ha fatto di tutto: è fuggito in orizzontale a lungo, si è fermato; la barca guidata da Steiner junior gli si è riavvicinata guadagnando spazio e consentendo di recuperare sul mulinello metri e metri; poi è fuggito ancora, ed ha tentato di scendere, ma canna, frizione, braccia e barca glielo hanno impedito; poi ha mutato direzione di fuga, costringendo a cambiare posizione alla canna fino a che la barca non si è rimessa con la prua sul tonno stesso; poi ancora verso il fondo contrastato dalla canna e dalla frizione; poi si è calmato. Il lavoro coordinato del pescatore e del timoniere più giovane dell’Adriatico ha domato il pesce, anche se non vuol dire averlo preso.

Il recupero di un grosso pesce è il risultato di una cooperazione fra l’angler e lo skipper che dovrebbe essere sempre perfetta. L’importanza dei movimenti della barca durante la lotta è determinante. Sulla lenza in fuga si può sfruttare il movimento dello scafo (quasi un inseguimento) per riavvolgere con una trazione minima. Chi ha la canna deve poter dare a chi conduce l’imbarcazione ordini fulminei, secchi e perfettamente comprensibili, su cosa fare: accelerare o rallentare, piegare a sinistra o a destra, indietreggiare, cambiare l’asse dello scafo rispetto alla lenza, e tutte le cose che un combattimento propone.Il tempo passa, ed il sole è già sceso abbastanza in direzione della terra. Mentre la lenza era all’inizio dell’avventura quasi orizzontale, quasi parallela alla superficie ed entrava in acqua laggiù, lontano, ora penetra in mare molto più vicina, con un angolo assai deciso: il pesce si sta avvicinando. E’ il momento di tirarlo vicino alla barca, di pomparlo con maggiore decisione, a frizione più stretta e a canna piegata.

Steiner dice, con la voce rotta dal respiro affannoso, di prendere i raffi e di prepararsi. Escono un raffio diritto, dei raffi volanti con le grosse cime, e le domande: ma se uno sta alla canna, uno col raffio lungo, uno con la macchina fotografica, uno alla guida, chi aiuta a prua? Andiamo a poppa? Si lasciano i motori in folle e la barca in deriva.
– Eccolo! – Il grido torna ad essere da stadio. Appare sotto un paio di metri d’acqua, grande, argenteo e bluastro, quasi incredibile, appoggiato su un fianco come infinitamente stanco. E’ l’ultimo momento della verità: sarà davvero domato? Quando il primo raffio lo ferma ci si rende conto di cosa sia nella realtà: una forza ed una massa da fare paura, un’entità che ridimensiona l’uomo stesso che l’ha vinto con la sua astuzia e le sue tecniche raffinate.
– Dio, che pesce! –
Il resto non è più storia, ma cronaca. Il sole sta calando con quella rapidità che stupisce sempre chi sull’Adriatico non è nato. Il rientro è gioioso, fra birre e battute, ed il cupo ruggito dei motori. Il porto raduna la solita folla di curiosi, più o meno competenti. In noi c’è un certo innegabile atteggiamento a minimizzare una giornata che è fra quelle indimenticabili: ma è solo la felicità grande che l’età non consente di esprimere beluinamente. Una signora si avvicina, guarda incuriosita e chiede:
– Che pesce è quello? –
– Una sardona! – risponde una voce ironica falsamente seria.Steiner, perdi il pelo, ma non il vizio.

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