Avventura ridotta

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

AVVENTURA RIDOTTA

Testo di Stefano Benvenuti

Quella mattina mi ero alzato prima per prendere il treno delle 8,00; l’appuntamento con il camionista era alla stazione di Anzio; ero in apprensione, come se qualcosa dovesse andare per storto; andavo a prendere il mio acquisto, un Jez 27 d’occasione, per portarlo a Fiumara.

“Dimmelo quando vai, che ti accompagno…” me lo sono sentito dire più volte, ma quando è il momento non trovo nessuno e così, deluso, vado solo.

Con il camion siamo arrivati, il carico è fatto e ci avviamo verso il porto. È strano questo momento, non sembra vero vedere il “Gatto” che galleggia. Il resto della giornata se ne va per alberare.

A cena non riesco a finire la pizza per lo stomaco contratto dall’angoscia al pensiero di catastrofi imminenti.

Parlo con un altro barcaiolo e lo informo della mia paura; lui tenta di tranquillizzarmi ma invano.

La mattina dopo il vento è stimato sui 20 nodi ma il mare è calmo e lo scirocco è quello che ci vuole, mi dicono, per una bella volata in poppa.

Sono le 11,00 e con il 4 cavalli a tutta birra mi accingo a lasciare il porto, ma vento e mare mi sono contro e ci metto 20 minuti per scapolare i frangiflutti, isso il fiocco mentre per la randa ho bisogno di calma perché l’inferitura è a ralinga.

Puggio a dritta e… noo!!… si è spento il motore… il vento soffia in direzione degli scogli ma per fortuna passo agevolmente così mi metto in rotta per Fiumicino.

Il mare non è quello che sembrava da terra e si rolla vistosamente.

Nell’issare la randa la barca sussulta e cado sul ponte finendo sulle draglie; chi mi avrebbe soccorso se fossi finito in acqua?… Valuto l’opportunità di tornare indietro ma con quel vento e col motore fermo non ci sarei riuscito; decido di continuare.

Una strambata violenta fa saltare la piccola trozza che il cantiere aveva montato a risparmio.

Riesco a tenermi in rotta col boma appeso alla vela ma ho ancora davanti a me 20 miglia di mare blu scuro increspato di bianco.

Vorrei tentare una riparazione: metto prua al vento e raccolgo le idee quando improvvisamente mi vedo arrivare il boma in direzione della faccia; istintivamente alzo le mani per attenuare il colpo che mi fa sbattere la schiena sullo spigolo del pozzetto; il dolore mi blocca per alcuni istanti facendomi temere per una vertebra rotta; già vedo la mia fine in mare.

Presto mi rendo conto che posso muovermi e che non è successo niente ma sento che avrei bisogno di aiuto.

Raccolgo le forze rimaste e opto per collocare una ritenuta tra boma e falchetta, senza tentare riparazioni di sorta e la danza riprende.

Come una salvezza, vedo sulle 11 un peschereccio che fa ritorno al porto, sarà a trecento metri, faccio segnali per richiamare l’attenzione, per cercare una mano, forse voglio solo non sentirmi abbandonato, ma il maledetto mi passa e continua la sua rotta ed io mi sento perso.

La situazione, anche se preoccupante, si mantiene costante.

Mi ritrovo a parlare con il mare; ad alta voce gli ordino di smetterla.

Cerco di cavalcare le onde che nel frattempo mi sembrano cresciute.

Sento lo scafo che risuona in planata e a poppa lascio una scia degna di un motoscafo; il Gatto fila come una scheggia e questo mi esalta: mi congratulo e lui capisce.

Tra ritmici colpi d’acqua sulla prua e spruzzi che arrivano da poppa la costa scorre lentamente a dritta e… finalmente Ostia. Ora l’ingresso al fiume è vicino.

Per fortuna il mare è un pò più calmo e il vento ha girato a libeccio, questo mi favorisce l’ingresso tra le due scogliere.

Ma la barca non è in ordine, così, al largo, ammaino tutto e ragiono sul da farsi: stacco il boma con tutta la vela incastrata e lo ripongo in cabina, poi controllo il motore… era finita la miscela; riempio il serbatoio, metto in moto e con su il fiocco procedo ad un ingresso che ha del trionfale.

Come sono nel fiume, tutto il trambusto che mi aveva allietato per 6 ore, scompare: anche la morsa allo stomaco è svanita insieme al sapore in bocca della paura; non credevo di farcela.

Brindo alla riuscita dell’impresa tirando sorsi di Coca Cola e faccio partecipe della libagione anche il Gatto spargendone sul ponte e congratulandomi con lui per le sue prestazioni.

Ora sono in vista del pontile e procedo con lentezza, assaporando una gioia inedita. Attracco e rimango un pò seduto in pozzetto esausto, dolorante, impregnato di sudore e salsedine, digiuno da due giorni ma soddisfatto, felice di aver preso sempre le giuste decisioni, tranne quella di avventurarmi da solo.

Questo viaggio mi aveva messo alla prova; certo che se lo avessi saputo prima… Sono le 17,00 e telefono per farmi venire a prendere; in macchina dico che non voglio più sentire parlare di barche e che forse farei bene a venderla.

Il sabato successivo però mi ero già procurato la nuova trozza; il Gatto era pronto a riprendere il mare e i “cattivi pensieri” erano annegati nella voglia di navigare ancora, magari in compagnia di un equipaggio…

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