Appunti di viaggio da Bocca di Magra a Formentera

Esperienze di bordo n. 596, dicembre 2011: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

APPUNTI DI VIAGGIO DA BOCCA DI MAGRA A FORMENTERA

Testo di Francesco Santangelo
Pubblicato su Nautica 596 di Dicembre 2011

Ci sono momenti nella vita in cui senti il bisogno di realizzare qualcosa per te, del tipo: “me lo merito e lasciatemi stare”. Ecco, il giorno che ho deciso di fare questo viaggio mi sono proprio detto: me lo merito!

Superati i cinquanta anni, figli maggiorenni, viene spontaneo fare certe riflessioni una volta tanto: lascio tutto, ufficio, lavoro, casa, problemi, smog, inquinamento acustico… sento l’esigenza per un lungo periodo di tempo di cercare un contatto con il mare, la natura e luoghi diversi dal solito.

Lasciate scrivanie, fascicoli, telefoni, fax, mail, mi sono rifugiato sul mio Sciallino 34, dovendo decidere solo la rotta.

Grande rispetto per i velisti, loro sì che navigano affrontando la natura con i mezzi che la natura medesima offre. Ciò non toglie che, nel mio piccolo, immaginare un viaggio di oltre 1300 miglia non sia stata un’impresa da poco per un cittadino abituato a ben altri comfort.

Quando vivi una barca e pensi di affidarle la tua vita, i tuoi affetti e non solo quei pochi giorni di sole e mare estivi, ti accorgi che merita molta più attenzione di quella che normalmente le rivolgi.

La scopri pian piano come una bellissima donna coperta da tanti veli e, a ognuno che togli, scopri quanto avresti dovuto dedicarle più cura. Non solo, ti accorgi che tutte le volte che tu abbia potuto pensare ad un tradimento (malfunzionamento o simile) la responsabilità è quasi sempre tua o del meccanico che ti dice di avere fatto certi controlli che poi non si è mai sognato di fare.

Avendo delle destinazioni forse più agevoli per la nautica ? è notorio come Francia e Spagna siano paesi molto più avanti di noi nei servizi, nonostante la grande qualità dei nostri cantieri navali ? non mi sono prodigato nel solito riempimento della stiva di inutili pezzi di ricambio. Un attento controllo sulla corretta funzionalità meccanica e sui sistemi di bordo, tra cui, in particolare, quelli di sicurezza, ho pensato che potesse bastare.

Determinante, invece, è stato un periodo di riposo e di rilassamento, una sorta di preparazione psicofisica, prima di affrontare il viaggio.

Domenica 20 luglio 2008. Le previsioni per l’indomani non lasciano sperare nulla di buono, monterà il libeccio e il Mar ligure si ingrosserà sempre più, pertanto, con mio figlio Riccardo anticipiamo la partenza dal delizioso porticciolo di Bocca di Magra.

Alle 07:30 molliamo gli ormeggi in direzione di Antibes. Sono 130 miglia marine di mare aperto. Un’onda lunga, appena fuori dalla Palmaria, preannuncia che balleremo un pò. Effettivamente, a 30 miglia dalla costa, un fastidioso vento da sud ovest increspa il mare. Nulla di particolare e di preoccupante, la prua del mio Sciallino taglia le onde e il vento infrange gli spruzzi sul parabrezza. Ci sentiamo sicuri all’interno.

Dopo sette ore circa siamo ad Antibes. Porto alla moda e in piena stagione, quindi, pieno. Ripieghiamo su Juan Le Pines a Port Gallice: accogliente e funzionale come sempre.

Dopo una cena a base di spaghetti italiani cucinati con i pomodorini di Pachino e un sonno ristoratore, ci preparano alla seconda tappa: direzione Porquerolles, esempio di grande rispetto per la natura con la possibilità di conciliare il tutto con la nautica. Trovarsi in una caletta piena di imbarcazioni (prevalentemente a vela) nell’assoluto silenzio ti incute un certo timore reverenziale.

Due giorni in ozio assoluto, in attesa delle migliori condizioni per affrontare la tappa forse più emozionante e temuta e cioè il famigerato Golfo del Leone. Se avessi dovuto prestare attenzione alle chiacchiere di banchina, avrei dovuto girare la prua e tornare indietro. Quasi 140 mn di mare aperto a bordo di una barca con uno scafo di appena dieci metri, ti fa riflettere, ma un anziano pescatore francese nel porto di Porquerolles mi fornisce la giusta carica, dopo avere attentamente osservato lo scafo del mio Sciallino e dopo aver sussurrato in un italiano chiaro ma con accento francese: bella barca, stabile; domani tempo buono nel golfo, si può andare.

Non so dire perché, ma quella frase mi ha rassicurato molto di più delle solite previsioni estratte dai vari siti internet o fornite dalla Capitanerie. Fatto sta che alle sette dell’indomani (23 luglio) si fa rotta ovest in direzione di Porto La Selva in Spagna. Uno dei tanti paesini all’origine di pescatori e al confine con la Francia ma che ha subito un incremento turistico come la maggior parte delle coste spagnole. L’intenzione, poi riuscita perfettamente, è quella di attraversare il Golfo nel tratto più aperto e più lungo. Lasciata la costa francese, dopo appena 20 mn, un urlo di mio figlio dà un assaggio delle grandi emozioni che ci aspettano: Non è possibile, quella è una balena! La tentazione di virare a dritta e di raggiungerla è forte, ma è talmente possente e un tutt’uno con la natura circostante che appare doveroso non infastidirla, lasciarla in pace e rispettarla.

Dopo una notte in rada a Porto La Selva e dopo una non prevista immersione a liberare l’ancora da un pezzo di lamiera sul fondo, si parte per Barcellona. Il mare va sempre rispettato e temuto; la presunzione di avere attraversato il Golfo del Leone ci fa commettere una leggerezza: quella di non sentire alcuna previsione e affrontare il mare verso sud. Dopo qualche ora di navigazione, infatti, un fastidioso vento da sud ovest monta un’onda di un metro e mezzo. Le ultime trenta miglia sino a Barcellona risultano impegnative e stancanti anche per il forte vento. Finalmente il Porto! Possente, enorme e bellissimo. L’andirivieni dei traghetti e delle navi commerciali ci fa sentire ancora più fragili e piccoli. Marina Port Vell di Barcellona è un grande esempio di efficienza e funzionalità. Il mio Sciallino 34 merita un paio di giorni di riposo e un accurato controllo dei livelli di olio, acqua, filtri ecc. Motori in piena efficienza, neanche un grammo di olio consumato, tutto in ordine. Il mare aperto rispetta e dà piena efficienza ai nostri mezzi. La qualità dell’ambiente marino rende tutto più funzionale.

Il 28 luglio all’alba si parte in direzione Mallorca, finalmente le Baleari.

Il mare è piatto e diversi delfini accompagnano una dolce andatura. Sciallino è barca tradizionale, dislocante o semidislocante che dir si voglia, con eccezionali doti marine, con una velocità di crociera, a me gradita, di tutto rispetto, 16/18 nodi a 2.700 giri, e con un consumo oltremodo limitato. Forse questi dati faranno distorcere il muso agli amanti delle barche plananti e veloci, ma ai velisti no! Loro no! apprezzano e lo considerano un giusto compromesso tra rispetto per la natura e andatura.

Avvistato l’isolotto Dragonera, appena prima del golfo di Palma de Mallorca, mi rendo conto del perché, a volte, si danno nomi così strani a scogli o isolotti: è l’immagine che forniscono dal mare aperto.

Una sosta tecnica al Club Nautic S’Arenal a est di Palma, ci fa comprendere la differenza tra un luogo intatto con uno aggredito dal cemento. La costa appare letteralmente violentata nella sua bellezza da innumerevoli costruzioni turistico-alberghiere. Il club nautico, però, è bene organizzato e una domanda rivolta a un cavaliere pronto a dare spettacolo per la festa annuale del club, mi dà l’idea del grande rispetto delle tradizioni: È un cavallo andaluso? No, Menorquino! In queste isole, Menorca e Mallorca, solo di recente unite nel comprensorio delle Baleari unitamente a Ibiza e Formentera, tutto è menorquino: il tipo di imbarcazione, il cavallo, il dolce, il pane ecc. La fierezza della risposta del cavaliere, mi consiglia un maggiore e assoluto rispetto dei luoghi e delle tradizioni che sto per conoscere da un punto di vista unico: il mare. Effettivamente, lasciato il golfo di Palma, si scopre un’isola completamente diversa. Mallorca, come del resto Menorca, sembrano isole nate per il turismo nautico. L’isola di Cabrera, situata a meno di 10 mn da Cap de ses Salines, a sud-est di Mallorca è un meraviglioso parco marino, ma un regolamento ferreo impedisce di accogliere non più di 50 imbarcazioni al giorno, con ormeggio obbligatorio alle boe predisposte a Es Port, mediante rilascio di apposita autorizzazione e previa richiesta da inoltrare via fax all’Ufficio preposto, con sede in Palma, Placa d’Espanya. Nonostante i sorrisi e i complimenti del caso, la segretaria del club nautico non riesce a ottenere l’agognato permesso, pertanto rinunciamo a Cabrera e facciamo rotta a sud-est alla scoperta di nuovi posti.

Il mare è cristallino, caldo, vivo, le insenature innumerevoli e quasi deserte. Incredibile, siamo già ad agosto e non si subisce quel fastidioso moto ondoso di potenti barche che sfrecciano in prossimità della costa. Qui regna la dislocante e la vela. Porto Pedro è in un’insenatura naturale che dà riparo alle imbarcazioni per ben tre quadranti. Il paesino, bianco e accogliente, dà l’idea del posto dove fermarsi (forse per sempre…). Il piccolo porto sembra un’esposizione di menorquine bianche con legno a profusione e di tutte le dimensioni. Una delle tante boe installate dal Ministero dell’Ambiente e a disposizione dei diportisti (gratis) ci consentirà un sonno tranquillo, ma prima un doveroso giro nel paesino. Nel breve tratto percorso a bordo del tender, scopro che il sole decide di calare proprio in prossimità dell’apertura dell’insenatura, colorando tutte le case di rosso: è una poesia! Il nostro stomaco, però, ci ricorda che non si vive di sola poesia e una cena a base di stufato di pesce annaffiato con vino bianco e, naturalmente… menorquino, ci concilia con il mondo e con il sonno.

Dopo un’ulteriore sosta tecnica, il 4 agosto facciamo rotta a est, destinazione Ibiza. Sessantacinque miglia circa dividono il golfo di Palma dalla capitale di Ibiza, navigazione oltremodo tranquilla, con un leggero vento di poppa che fa guadagnare almeno uno/due nodi alla nostra consueta andatura di crociera. Ci aspetta Marina di Botafoch, moderno, ben protetto da un’ulteriore diga all’interno del porto della capitale. L’immagine è immediata! Ibiza è turistica, affollata e dotata di strutture ultramoderne. Le dimensioni delle imbarcazioni o, per meglio dire, delle navi ci fa comprendere che il posto è stato oggetto di grandi speculazioni anche immobiliari e turistiche. Il livello dei locali, ristoranti, bar e negozi all’interno del porto stesso e i prezzi applicati ci ricordano una certa Sardegna che non ci piace, sventrata e presa d’assalto dal turismo di massa. Il contesto comunque appare delizioso. L’antico centro storico in alto, sapientemente illuminato, domina tutta l’insenatura e il gioco di luci effettivamente risulta molto attraente. Tra le tante cose, si segnala un servizio di piccole barche che, attraverso il porto, traghettano gli ospiti della marina sino al rumoroso centro. La scelta casuale del Marina di Botafoch, risulterà saggia giacché lontana dall’assordante rumore del centro cittadino con i suoi negozi, bancarelle, discoteche e locali di vario genere…

Dopo esserci saziati a dovere di confusione, gente strana di tutte le età e proveniente da tutto il mondo, si sentono parlare tutte le lingue del mondo ed è un vero e proprio allenamento linguistico, è ora di ritornare alla natura. Si parte per Espalmador. Si tratta di un isolotto deserto e assolato, tra Ibiza e Formentera: un vero paradiso. Una delle insenature più belle del Mediterraneo si trova a SO dell’isola, Port Espalmador, area protetta e quindi impossibile ancorare; bisogna utilizzare le consuete boe messe a disposizione dal Ministero dell’Ambiente. Abituati alle nostre complicazioni burocratiche, permessi e varie…, entrati nell’insenatura ci chiediamo se possiamo ormeggiare in una delle tante boe. Non vedendo nessun personale addetto, decidiamo di farlo a distanza di qualche decina di metri dalla spiaggia bianca. La riva è bassa, la sabbia candida, l’acqua limpida e cristallina. Pensiamo: staremo qui fin quando qualcuno non dirà che dobbiamo andare, che è riservato o che bisognava prenotare ecc… Dopo qualche ora di relax al sole caldo, vediamo un gommone rosso che si aggira tra le barche ormeggiate alle boe, con un signore che ha tutto l’aspetto di essere un guardiano del Parco. Mi preparo a inventare tutte le giustificazioni del caso, tipo: era tardi, eravamo stanchi, una lunga navigazione, la boa era libera, non sapevamo… Il gommone si accosta, stavo per iniziare la mia difesa a oltranza, ma quel signore gentilissimo e con un italiano perfetto mi apostrofa: buongiorno, tutto bene? Siete italiani, benvenuti. Avete bisogno di qualche cosa? Volete che vi butti il sacchetto della spazzatura? Ci guardiamo attoniti e pensiamo: ma dove siamo? Stiamo sognando? No! È solo la differenza di mentalità! Da quelle parti capiscono che chi arriva in barca, non sempre è un fastidio, anzi…, spesso si tratta di turisti rispettosi dei luoghi e che bisogna accogliere nel miglior modo possibile.

Una delle caratteristiche dell’Isola di Espalmador sono i fanghi naturali. Appena dietro la spiaggia, seguendo un percorso ben delineato da paletti, ci si può immergere nei fanghi per poi ributtarsi in quelle splendide acque… i miei figli, Luca e Beatrice, ne approfittano all’istante. Decidiamo di fermarci a dormire proprio lì: una rada fantastica! I colori del tramonto sono magici ed è tale l’atmosfera che decidiamo di spegnere le luci e cenare nel pozzetto a lume di candela, grazie anche alla totale assenza di vento.

Riparati per qualche giorno a Ibiza in attesa del passaggio della solita bassa pressione di metà agosto, con mare agitato o molto mosso e con un fastidioso vento da sud ovest, non ci resta che sperare nel buon tempo per affrontare l’ultima tappa del nostro viaggio: Formentera.

Meta del turismo di massa italiano, l’isola è letteralmente presa d’assalto da persone che riempiono le spiagge, nei disco-bar numerosi sulle spiagge, per bere e divertirsi sino al tramonto, a volte aspettando persino l’alba.

L’unico ormeggio sicuro a Formentera è Porto La Savina; anch’esso attivo, efficiente e abbastanza protetto ma non troppo grande, circa 300 posti complessivamente e per l’arrembaggio marino di ferragosto, non è il massimo… Il personale comunque è gentile, disponibile e la lista d’attesa viene giornalmente rivista. Ciò dà qualche speranza non del tutto vana di trovare posto anche il quei periodi di super affollamento e godere anche noi dell’atmosfera certamente diversa da quella della vicina Ibiza.

Cala Saona è il punto più estremo a ovest della nostra crociera 38°41′.653N 1°23′.004E. Sembra incredibile ma la nostra vacanza sta per finire. Una sosta di un paio di giorni nella nota Platja Illetas a nord di Porto La Savina, prima di riprendere la rotta di casa. Si tratta di una fila di isolotti e scogli allineati, molto vicini alla costa, che formano diverse piccole insenature dove rifugiarsi e da dove parte una stretta lingua di sabbia bianca nella quale si annidano numerosi i locali, bar e ristoranti e, naturalmente, i bagnanti…

Il 29 agosto, sperando nel buon vento, la delfiniera del mio Sciallino punta dritta verso est, Mallorca, Menorca, Porto l’Escala, Golfo del Leone, Porquerolles, Port Cros, Cap Ferrat, Bocca di Magra: è il 3 settembre, siamo a casa ed è stata un’esperienza magica! Sarà una mia impressione, ma nel pontile adesso mi guardano con maggiore rispetto… e quest’anno, alla festa di fine stagione, al Porticciolo di Bocca di Magra, mi sono anche meritato la targa del navigatore con più miglia marine. Fatte le valigie, prima di tornare in città, al sicuro nel suo solito ormeggio, il mio Sciallino merita un sorriso di ringraziamento.

Bocca di Magra, Ottobre 2008.

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