
PESCA IN BARCA
A cura di Riccardo Fanelli
Pubblicato su Nautica 578 di Giugno 2010
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INCHIKU: LA NUOVA FRONTIERA
L'incredibile ed esponenziale diffusione del
vertical jigging ha
sviluppato una forma di propensione e curiosità per tutte le
tecniche di origine orientale, ampliando le conoscenze alla ricerca di
nuove frontiere: l'inchiku è una di queste.
Alla luce dei fatti dobbiamo dare atto che il vertical jigging ha
rivoluzionato anche le convinzioni più radicate e soprattutto
ha sedotto anche i vecchi e irriducibili puristi della traina con il
vivo. Questa tecnica è stata rivoluzionata dai giapponesi ed
è proprio nella terra dei samurai che nascono molte altre
varianti della pesca verticale, che funzionano anche nelle nostre acque.
Più che un'esca, l'inchiku è un sistema di pesca vero e
proprio. Conosciuto anche come bottom ship. La sua semplicità
è quasi elementare.
Si tratta di un piombo di forma a ogiva con
la parte anteriore a punta e quella posteriore piatta o tondeggiante.
Lateralmente presenta un foro passante o un anellino dai quali parte
un cavo con un octopus e due ami. La parte metallica può essere
liscia, sfaccettata o sagomata, verniciata lucida, opaca o con
screziature metalliche. La livrea e la colorazione dell'ogiva e
dell'octopus variano con moltissime tonalità. Il peso
può variare da 15-20 a 350 grammi, ma in oriente se ne trovano
anche di molto più grandi. Per le nostre acque e per le nostre
prede, dalle esperienze fatte, i pesi compresi tra i 50 e i 200 grammi
sono sufficienti. Scendendo verso il fondo l'octopus si sovrappone
alla parte metallica, mentre quando viene recuperato si stende dietro
di essa. Il concetto è semplicissimo, quasi disarmante, eppure cattura.
Quest'esca non deve essere recuperata con i vari sistemi di jerk
tipici del vertical jigging, ma prevede diverse intensità di
recupero. Questo impone l'utilizzo di canne con cimini molto
sensibili, in grado di "animare" l'esca anche se recuperata
lentamente. A fronte di un cimino morbido, ma in grado di sostenere il
peso dell'esca, la base del fusto deve poter offrire la potenza
necessaria per contrastare pesci di buona taglia e di ammortizzare le
testate del pesce. In definitiva, le canne ideali sono quelle da light
jigging, di lunghezza compresa tra i 175 e i 220 centimetri, con
cimino morbido e riserva di potenza alla base del fusto.
Il mulinello
non deve avere particolari requisiti, anche se i giapponesi
preferiscono piccoli rotanti per la migliore gestibilità del
recupero e la maneggevolezza. In bobina si usa multifibre dalle 20
alle 35 libbre. In considerazione dell'attrito nell'acqua della lenza
calata sul fondo, minore sarà il diametro, migliore sarà
la resa con meno peso a maggior profondità. Al multifibre si
collega il terminale di nylon o fluorocarbon di misura compresa tra i
5 e i 10 metri, con uno dei classici nodi di collegamento
multifibre/nylon che non si incastri negli anelli e garantisca buona
tenuta. Sulla scelta del terminale ci sono da fare alcune
considerazioni importanti. Al contrario del vertical classico, in cui
i recuperi sono veloci e frenetici, in questa tecnica spesso il
recupero è lento e sinuoso. Questo significa che il terminale
sarà molto più visibile. Questo in termini di diametri
è determinante. Come regola di base possiamo orientarci su uno
0,30-0,35 per profondità entro i 25 metri, 0,40 tra i 30 e i 50
metri e 0,50 per profondità superiori. Questo sempre in
considerazione delle prede che potremmo incontrare.
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