Rubrica Ambiente e mare Nautica n.440 del 12/1998

Numero 440 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.440 del 12/1998 Sono lì, sono tante, ma solo in pochi le hanno viste. Sono le balene “made in Mediterraneo”, la balenottere comuni (ma non tanto quanto il loro nome suggerisce) che vivono in tutti i bacini del nostro mare e in estate si radunano nelle acque liguri e corse per nutrirsi. Il recente terremoto politico ha rischiato di vedere vanificato il rilancio italiano del Santuario per cetacei, ideato più di dieci anni fa da Italia, Monaco e Francia e ancora in attesa di ratifica da parte delle autorità francesi. L’idea è semplice: proteggere questa zona (in origine compresa fra Punta Mesco, Cap d’Antibes e Capo Corso; mentre nella recente proposta italiana i confini si estendono fra la penisola di Giens, Capo Manno, Capo Ferro e Fosso del Chiarente) dove in estate si concentrano più di mille balenottere e che ha una presenza costante di 40.000 delfini. È la conformazione del fondale a rendere questa zona così interessante per i cetacei: in estate una corrente verticale rimette in circolo i nutrienti accumulatisi in inverno nelle alte profondità del Mediterraneo. L’abbondanza di nutrienti e il riscaldamento estivo delle acque provocano una vera e propria esplosione del fitoplancton e, di conseguenza, degli animali che si nutrono di esso fra cui un gamberetto che è ingrediente principale della dieta delle balenottere mediterranee. La presenza delle balene nella zona non è certo una novità: i Romani indicavano il litorale ligure “la costa delle Balene”. Più difficile invece farne una stima numerica. Fondamentale l’aiuto del Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto e il suo Nucleo di Protezione Ambiente Marino distaccato presso il Ministero dell’Ambiente: per due settimane, la scorsa estate, la nave CP 451 Bannock ha ospitato a bordo i ricercatori di Europe Conservation pattugliando l’area del futuro (si spera assai prossimo) santuario per un censimento visivo dei cetacei presenti. Mai i ricercatori avevano avuto un punto d’osservazione migliore: una nave veloce, alta sulla superficie e di grandi dimensioni che ha permesso osservazioni anche con mare formato. Il progetto è partito a fine luglio: oltre cinquecento miglia “utili” di pattugliamento fra Genova, Calvì, Marsiglia e Livorno; nove giorni di avvistamento su quindici totali di navigazione. Il risultato: 56 balenottere comuni e più di 300 stenelle avvistate. Scontato l’entusiasmo dei ricercatori; ma la caccia alle balene ha emozionato gli stessi militari, come dimostra il resoconto del Tenete di Vascello Fabio Poletto. “Soffio! Soffio Comandante!”

“Dove?”

“30 gradi a dritta 1.5 miglia dalla nave” ” Timoniere vira per 070 gradi; avanti a mezza forza; chiamiamo il prepararsi per la messa al mare del battello lato dritta; Ricercatori prepararsi ad imbarcare; Vedetta mantieni il rilevamento sul bersglio/balena……” No, non siamo su un peschereccio giapponese intento alla caccia alle balene ma sulla nave Bannock che dal 27 luglio al 10 agosto 1998 è stata impegnata in una campagna di monitoraggio e studi sui grandi mammiferi marini nelle acque del bacino sardo-corso ligure-provenzale. Oltre 2000 miglia marine percorse in 12 giorni di navigazione, 56 balenottere comuni e oltre 300 stenelle avvistate, la splendida città di Marseille ma soprattutto il ricorrente grido delle vedette e dei ricercatori imbarcati: “Soffio, Soffio, Soffio!!” A questo penso mentre ammiro la nave che sonnacchiosa dondola dolcemente nelle tranquille acque del porto di Livorno al ritorno della campagna. Tutto era incominciato 13 giorni prima a Genova dove il Comandante Generale, Ammiraglio Renato Ferraro, aveva tenuto una conferenza stampa a Bordo della nave ribadendo l’impegno incessante degli uomini del Corpo per la tutela dell’ambiente marino. Impegno che ci aveva portato a sottoscrivere qualche giorno addietro un protocollo d’intesa con l’associazione non governaiva Europe Conservation Italia per la protezioine dei grandi mammiferi marini e del loro habitat che prevedeva, tra l’altro, l’attuazione di capagne di ricerca scientifica per raccogliere dati sulla corologia e il comportamento dei cetacei, in particolare delle balenottere comuni (Balaenoptera physalus) presenti in quel tratto di mare che si vorrebbe difendere a livello internazionale come “Santuario pelagico internazionale per la protezione dei cetacei nel Mediterraneo”. Ed eccoci quindi a partire il giorno seguente, 25 marinai più 5 ricercatori, con uno scopo ben prciso: intercettare le balene, seguirle, studiarne la distribuzione e il comportamento senza tuttavia aggredirle. A dire il vero, tranne tre ricercatori e qualche marinaio più fortunato, nessuno di noi aveva mai visto le balene nel Mediterraneo e girando per i ponti della nave si poteva avvertire un certo scetticismo sulla possibilità di avvistare i grandi mammiferi. Ed invece ecco la sorpresa, subito, due ore dopo la partenza a 15 miglia dalla costa, due sbuffi, due pinne: erano due balene. Nessuno di noi lo apeva ma sarebbero state la prime di una lunga serie. Non dimenticherò mai l’eccitazione collettiva di quel momento: eravamo tutti principianti nell’approccio con una o più balene. Per il Comandante e gli Ufficiali della nave era un “bersaglio” sconosciuto dal punto di vista cinematico, a metà strada fra una nave e un sottomarino; per il nostromo e i nocchieri che dovevano armare e condurre i mezzi veloci di Bordo nelle sue immediate vicinanze; per gli stessi ricercatori che non avevano mai avuto la possibilità di avvicinare in tempi così rapidi questi magnifici animali. Dopo lo stupore del primo giorno gli avvistamenti di balenottre e delfini e le manovre cinematiche della nave posta al loro inseguimento erano divenute prassi comune a Bordo della Bannok. Un’unica cosa non si riusciva ancora a capire e soprattutto ad accettare: le balene prediligevano farsi avvistare verso l’ora di colazione tra la mensa guardia e la mensa generale, rendendo oltremodo gravoso il turno di guardia dei marinai che dovvano allo stesso tempo mangiare, servire in cucina e mensa, armare e mettere in mare i mezzi veloci per i ricercatori, recuperare gli stessi a Bordo. Durante un avvistamento sono salito a bordo del battello veloce. Erano da poco passate le 10.00 di mattina, il mare era calmo, l’aria umida e appiccicosa ed eravammo “all’inseguimento” di un grosso esemplare di balenottera comune avvistate 35 minuti prima che però, probabilmente irritato dalla nostra presenza, sembrava avesse cambiato direzione durante la fase di immersione. La nave “madre” si trovava a circa 1000 metri sul nostro giardinetto di sinistra e procedevamo a lento moto con il sole a prua, intenti a scrutare la superficie dell’acqua per capire dove sarebbe riemersa. Erano ormai passati più di 20 minuti dall’ultimo avvistamento e l’emersione era prossima. Nessuno di noi a bordo del battello parlava, si sentiva solamente il ronzio del motore fuoribordo e il lieve infrangersi dell’acqua contro la prua. Improvvisamente udimmo un fragore sibilante alla nostra poppa. CI voltammo quasi all’unisono e vedemmo uno spruzzo d’acqua scintillante e una sagoma nera che si immergeva sotto i nostri occhi a non più di 5 metri. Dall’attesa allo stupore all’eccitazione di un incontro così strano per noi animali terrrestri: ci aveva trovato Lei. Qualcuno di noi riuscì a gridare sottvoce “Eccola”, la radio portatile gracchiò “Sulla vostra poppa… sulla vostra poppa…” ma quello che seguì di lì a poco fu sorprendente. La balena aveva sicuramente notato la nostra presenza e se avesse continuato a tenere la stessa velocità di nuoto in superficie ci sarebbe sicuramente venuta addosso; invece si immerse lentamente sotto il nostro scafo e ruotando leggermente riemerse per la successiva respirazione 10 metri davanti a noi sulla dritta. Non vi nascondo che mentre la guardavamo immergersi sotto di noi e ammiravamo i riflessi cinerei del suo lungo corpo pensavo che saremmo finiti in mare, date le dimensioni (20-22 metri) e il peso del grosso cetaceo. Dopo averla seguita per un tratto e ammirata a rispettosa distanza, sufficiente per fotoidentificarla, ce ne tornammo a bordo della Bannock convinti che se noi tutti usassimo lo stesso rispetto che loro dimostrano nei nostri confronti non ci sarebbe bisogno di alcun Santuario per la loro protezione.”

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