Rubrica Ambiente e mare Nautica n.482 del 06/2002

Numero 482 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.482 del 06/2002

UN RARISSIMO SQUALO “MEGAMOUTH” SPIAGGIATO IN SUD AFRICA

– La scoperta è straordinaria, se si pensa che questo è il 16esimo esemplare mai visto dall’uomo, e appena la terza femmina. Stiamo parlando del Megamouth (Megachasma pelagios), uno squalo che può raggiungere i cinque metri e mezzo di lunghezza e dotato, come dice il nome comune, di una bocca immensa e sproporzionata che tradisce la sua bonaria abitudine di nutrirsi di plancton. Come lo squalo balena e il cetorino, è infatti uno squalo filtratore che si nutre degli sciami di gamberetti che salgono con l’oscurità verso la superficie, e ridiscendono a profondità dell’ordine di 100-200 metri durante il giorno, in mare aperto. Il megamouth segue le loro abitudini ed è per questo, forse, che le rotte dello squalo e dell’uomo si incontrano con tale rarità. La forma del megamouth è totalmente diversa da quella di tutti gli altri squali conosciuti. Ciò che caratterizza questa specie è soprattutto la testa smisurata e sproporzionata che ha giocoforza determinato il nome comune: immensa e tondeggiante, il muso corto e arrotondato, la bocca gigantesca che si estende fin dietro gli occhi. È stato il sesto esemplare, un maschio di quasi cinque metri di lunghezza catturato in California nel 1990, a regalarci praticamente tutte le informazioni che abbiamo relative all’ecologia di questa specie: dopo averlo marcato, i ricercatori hanno seguito l’animale per due giorni, spiando le sue abitudini e i suoi spostamenti. Lo squalo si è mantenuto di notte a una profondità di 15 metri, per inabissarsi a 150 metri all’alba e ritornare nelle acque superficiali al tramonto. Lo squalo sudafricano era lungo tre metri e mezzo, pesava 300 chilogrammi ed è stato trovato spiaggiato 400 chilometri a est di Città del Capo.

FOCHE VIDEOPERATRICI

– Quindici foche di Weddel equipaggiate con videocamere, LED infrarossi e registratori, sono state utilizzate dai ricercatori per filmare, nelle alte profondità del mare antartico, i loro comportamenti e quelli delle loro prede. I risultati, spiegano Lee Fuiman (University of Texas at Austin), Randall Davis (Texas A&M University, Galveston) e Terrie Williams (University of California, Santa Cruz) sono straordinari. È stato infatti possibile osservare per la prima volta nel loro ambiente naturale diverse specie di pesci, alcune di interesse commerciale. “L’utilizzo di un predatore marino come strumento d’osservazione ha fornito molti spunti di riflessione sul comportamento, le interazioni e l’ecologia di specie particolarmente difficili da studiare. Le informazioni ottenute grazie a questi “cameraman” hanno ampliato la base delle nostre conoscenze su due delle specie più importanti dal punto di vista commerciale dei mari antartici, l'”Antartic silverfish” e l'”Antartic toothfish”, finora limitate a ciò che si poteva desumere dall’osservazione del pescato o dai resti presenti negli stomaci dei loro predatori. Le telecamere hanno invece consentito ai ricercatori di “accompagnare” le foche nelle loro battute di pesca e di osservare sia i pesci che i mammiferi nel loro comportamento naturale. La maggior parte dei 336 silverfish è stata osservata a profondità superiori ai 160 metri e alcuni addirittura oltre i 400 metri.

I PESCI ABISSALI VIVONO CENTINAIA D’ANNI:

È GIUSTO PESCARLI? Esauriti gli stock di pesce nelle acque più vicine alla costa, i pescatori di tutto il mondo stanno orientandosi negli ultimi anni, aiutati da strumenti sofisticatissimi come i sonar militari, verso la pesca ad alta profondità. Ma l’American Association for the Advancement of Science, nella sua riunione annuale a Boston, lancia l’allarme: la vita negli abissi trascorre secondo ritmi e tempi lunghissimi e questo significa che quegli ecosistemi sono estremamente fragili e incapaci di superare rapidamente gli shock imposti dalla pesca a strascico. Vista la relativa scarsità di sostanze nutritive, negli abissi la vita scorre con ritmi glaciali: alcune specie crescono lentissimamente, vivono per centinaia d’anni e si riproducono solo molto in là con gli anni. Pensiamo all’orange roughie, Hoplostethus atlanticus, da qualche anno divenuto una delle specie che più comunemente si trovano sui mercati di pesce occidentali: raggiunge i 150 anni d’età e si riproduce solo a 25-30 anni. “Negli abissi gli attrezzi di pesca spazzano ambienti e specie che hanno molte meno possibilità di riprendersi rispetto a quelle che vivono nei mari più superficiali, dove la vita scorre a ritmi ben più veloci” afferma Callum Roberts dell’Università di York. Eppure lo spostamento dello sforzo di pesca verso le acque più profonde (nel mondo ormai il 40% dello strascico si effettua oltre la piattaforma continentale) è incoraggiato e in alcuni casi sovvenzionato dai governi di alcuni paesi, per allentare la pressione di pesca nelle proprie acque nazionali. Gran parte delle montagne sottomarine dove vivono questi animali sono invece in acque internazionali e sono prive quindi di ogni protezione. I risultati sono già evidenti: negli anni ’80, appena individuata la nuova risorsa “orange roughie”, uno strascico di 20 minuti lungo le montagne sottomarine della Nuova Zelanda e dell’Australia forniva 60 tonnellate di pescato. Il declino è stato rapidissimo: a distanza di 10 o 15 anni le catture sono diminuite dell’80%. L’impatto non si limita al pescato: lo strascico distrugge coralli, spugne, idroidi e gorgonie che crescono sul fondale.

DAL VENTO, ENERGIA IN MARE APERTO

– Hanno iniziato a catturare l’energia del vento del Mare del Nord le più grandi turbine eoliche offshore del mondo. Alte 70 metri e armate di pale gigantesche, le due turbine sono studiate per resistere sia alle sollecitazioni del vento che a quelle del mare, che in quella zona scatena ondate di oltre otto metri d’altezza. Collegata a terra con cavi sottomarini, la centrale eolica di Blyth sorge mezzo miglio al largo della costa del Northumberland, uno dei luoghi più ventosi d’Europa, e scarica nella rete elettrica inglese 2 MWatt, energia sufficiente per le necessità di tremila abitazioni. Potenzialmente la Gran Bretagna è in grado di ricavare dall’energia eolica ben tre volte il fabbisogno energetico del paese: il governo sta ora vagliando un piano di sei miliardi di sterline per installare nuove “wind farm” lungo le coste. L’obiettivo è di ricavare entro il 2010 il 10% dell’elettricità da fonti rinnovabili (solare, eolico e moto ondoso), di cui quasi la metà dal vento.

473 MIGLIA IN 24 ORE: FRANTUMATO IL RECORD MONDIALE DI DISTANZA A VELA PER UN MONOSCAFO

– Il nuovo record di distanza percorsa in un giorno da un monoscafo è stato stabilito a fine aprile da “Illbruck”, il Vor60 di John Kostecki leader della Volvo Ocean Race. Vento sui 30 nodi, l’andatura al lasco e l’aiuto della Corrente del Golfo sono le condizioni che hanno consentito a “Illbruck”, come ai suoi concorrenti alla vittoria al Giro del Mondo, di navigare costantemente a velocità elevatissime: “Illbruck” ha navigato nelle 24 ore a una media di 19,70 nodi.

MANGIARE PESCE PREVIENE L’INFARTO

– Due gruppi di ricerca indipendenti sono giunti alla stessa conclusione: mangiare pesce regolarmente, almeno un paio di volte la settimana, riduce notevolmente la probabilità di morire di arresto cardiaco. Discorso valido per tutti, uomini e donne: il primo studio, basato sull’osservazione per vent’anni di 22.000 dottori maschi, ha mostrato una riduzione del rischio dell’81%; il secondo studio, che ha seguito 80.000 infermiere per 16 anni, ha mostrato che le donne che si nutrono più spesso di pesci ricchi di acidi grassi omega3 (salmone, maccarello, pescespada) corrono meno rischi di morire di malattie coronariche. L’American Heart Association raccomanda di mangiare pesce un paio di volte alla settimana, ma sembra si possano ottenere gli stessi risultati ingerendo capsule di olio di pesce.

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