Rubrica Ambiente e mare Nautica n.573 del 01/2010

Numero 573 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.573 del 01/2010

LE NAVI DEI VELENI

“La nave dei veleni non è la nave dei veleni” annuncia il ministro dell’Ambiente Prestigiacomo. “Il caso Cunski è definitivamente chiuso” ribadisce il procuratore nazionale antimafia Grasso. Entrambi più che sollevati nell’annunciare il cessato allarme e la chiusura del duro scontro con le autorità regionali calabresi. I risultati delle indagini sono chiari: l’ormai celeberrimo relitto di Cetraro, del cui affondamento s’è autoaccusato il pentito di ‘Ndrangheta Francesco Fonti, non è il Cunski ma il Catania, un piroscafo passeggeri affondato da un U- boot nel 1917. I fusti ripresi dalle telecamere della Regione si trasformano, nelle immagini ben più definite della Mare Oceano, nelle maniche a vento del piroscafo; le stive, che il pentito ha raccontato esser piene di 120 fusti di materiali tossici o radioattivi, sono desolatamente vuote (i filmati sono online sul sito del ministero www.minambiente.it). La Cunski non è la Cunski, insomma.

Caso chiuso? Non proprio. Perché sono in molti a credere che nei mari italiani giacciano decine di navi con rifiuti tossici. Sarebbero ben 39, secondo la commissione parlamentare sui rifiuti che ha indagato per anni. Addirittura 55, secondo l’Ammiraglio Branciforte, capo dei servizi segreti militari, le navi implicate nei trasporti di rifiuti tossici. Anche i Lloyds hanno pesanti sospetti su 24 navi, affondate in circostanze non chiare: con tempo buono, senza lanciare mayday, con carichi diversi da quelli dichiarati; perse su fondali molto profondi che ne impediscono la ricerca e il recupero.

Tanti sospetti, una certezza: secondo la Corte di Cassazione è certo che una di queste navi, la Rigel, è stata dolosamente affondata a Capo Spartivento con un carico sospetto. La Rigel fu una delle navi su cui concentrò l’attenzione Francesco Neri, il magistrato che per primo indagò sulle “navi dei veleni”: era il 1994, e le indagini partirono dopo un esposto di Nuccio Barillà di Legambiente, il cui contributo, insieme a quello di Greenpeace e WWF, è stato più volte sottolineato sia dagli investigatori che dagli organi parlamentari. I magistrati ricordano un clima pesante, “attenzioni” di servizi segreti italiani e stranieri e la morte, sospetta, dell’investigatore di punta, il comandante Natale De Grazia. Negli anni si accumularono tanti indizi, molti sospetti, alcuni riscontri, ma nessuna prova schiacciante. Serviva trovare un relitto e analizzarne il carico. Neri tentò di rintracciare la Rigel, ma non ebbe successo. E quel fallimento – seppur inevitabile, visto che le indagini si concentrarono nel punto indicato da chi, ora sappiamo, aveva mandato a fondo la nave e non aveva interesse a farla trovare – segnò la fine dell’inchiesta sulle “navi dei veleni”.

“In questi lunghi anni – conferma Sebastiano Venneri, vicepresidente di Legambiente – siamo stati abituati ad azioni di depistaggio, bugie, inquinamento delle prove, che hanno gettato un velo di omertà e di mistero che ci ha allontanati sempre più dalla verità”. Omertà e mistero alimentati anche dalla maldestra gestione – tardiva e in affanno, quantomeno sul fronte mediatico – da parte del ministero dell’Ambiente, protagonista di lunghi silenzi se non, addirittura, di false informazioni fornite in Parlamento. Per questo le associazioni ambientaliste avevano chiesto, inascoltate, una “operazione trasparenza” e la presenza di osservatori indipendenti durante le indagini sul relitto.

“Quella nave non era segnalata da nessuna parte. Io non ho una palla di cristallo, non ho avuto una visione. Non sono nemmeno di Cetraro. Come facevo a sapere che proprio lì, in mezzo a tutto quel mare, ci fosse una nave?” si sfoga Francesco Fonti in un’intervista che ci ha rilasciato prima della sua interdizione a parlare con i media.

Esponente di spicco della famiglia Romeo di San Luca, Fonti è uno dei pochi affiliati alla ‘Ndrangheta ad aver collaborato con la giustizia. Per la sua “famiglia” seguiva il traffico internazionale di stupefacenti da Sud America, Turchia e Afghanistan. Arrestato, nel 1994 comincia a collaborare con la giustizia e sta scontando – agli arresti domiciliari, per gravi problemi di salute – gli ultimi anni di detenzione. Grazie alle sue dichiarazioni, 17 membri della sua “famiglia” sono stati arrestati e condannati. Nel 2003 consegna ai giudici un memoriale in cui parla di traffici di rifiuti e armi. “Ero molto malato, credevo di morire. Per questo ho deciso di parlare” racconta. “Parlai delle tre navi che avevo affondato in Calabria e della Somalia, dove portai due carichi di rifiuti. Con il beneplacito dei politici e l’aiuto dei servizi segreti” aggiunge “senza i quali questi traffici non si possono effettuare.” Dettagli che ben si adattano allo scenario tracciato, fra gli altri, dall’allora Ministro Giovanardi che nel 2004 in Parlamento – riferendosi alle indagini sulla motonave Rosso, da cui ora si sospetta provenissero i materiali radioattivi rinvenuti nelle vicinanze di Amantea – parlò di soggetti istituzionali di governi europei ed extraeuropei che avrebbero coperto o addirittura promosso il traffico delle navi dei veleni.

“Era un traffico molto lucroso per la ‘Ndrangheta” continua Fonti. “Con un migliaio di bidoni s’incassavano otto miliardi di lire. I rifiuti provenivano da Italia, Svizzera, Austria, Unione Sovietica, Norvegia… A volte portavamo il materiale in Somalia, come c’era stato indicato dalla politica e come ho fatto in due occasioni. Altre volte caricavamo queste vecchie navi e le mandavamo a fondo nelle acque intorno la Calabria, così che gli armatori potessero recuperare i soldi dell’assicurazione. Ma non era necessario affondare la nave. Sa perché si chiamano RO.RO, queste navi? Perché hanno un portellone da cui, in navigazione, si può lanciare a mare quello che si vuole.” Così infatti è accaduto alla m/n Korabi Durres, raccontano i rapporti investigativi: nel 1994 la nave arriva a Palermo ma il carico risulta positivo ai controlli della radioattività e le viene negato l’accesso. Pochi giorni di navigazione, e la radioattività era scomparsa. Una pratica che non sembra dimenticata, se in Toscana quest’estate una nave è stata sorpresa a scaricare a mare dei container. Perché il traffico illegale di rifiuti è un business colossale: “E dove girano i soldi, i traffici non smettono mai”, conclude Fonti.

Per alcuni magistrati antimafia, le dichiarazioni di Fonti sulle navi non sono attendibili. I riscontri sulla Cunski sono infatti negativi: il relitto risale al 1917, non al 1992, e del resto le tre navi di cui parla Fonti – Cunski, Yvonne A e Voriais Sporadis – sono state registrate nei porti italiani anni dopo il loro supposto affondamento. Fonti, del resto, ammette di non esser sicuro dei loro nomi: “A me hanno detto di affondare quelle tre navi. Non sono andato a controllare che si chiamassero davvero in quel modo, non m’interessava. Io dovevo fare il lavoro: affondare le navi, portare a terra il comandate e l’equipaggio e mandarli via. E basta.”

Archiviato – nonostante i sospetti – il caso Catania, è possibile escludere che nelle vicinanze ci siano altri relitti? I magistrati dicono di no. Tanto più che al magistrato della Procura di Paola, Francesco Greco, i pescatori raccontarono di aver raccolto bidoni e strane saponette. La Camera, nel frattempo, si è espressa con una mozione approvata all’unanimità, che invita il Governo ad andare avanti. Ma altrettanto decisamente il procuratore antimafia Lombardo afferma che in mancanza di una “notizia di reato”, e di coordinate precise, non si può andare a scandagliare il mare alla cieca. Vero. Ma una notizia di reato, ora, c’è: la Corte di Cassazione ha affermato che una di queste navi, la Rigel, è stata sicuramente affondata in modo doloso con un carico sospetto. Si riaprirà il caso? Si tornerà a cercarla? Massimo Scalia, ex presidente della Commissione rifiuti, è categorico: “Dobbiamo trovare una di queste navi. Sono disposto a scommettere che dentro ci troveremo rifiuti di scorie tossiche o radioattive. Ma finché non ci riusciremo, rimarremo nell’ambito di una congettura: che per me è una verità sostanziale, ma che non ha riscontri fattuali.” La Rigel potrebbe fornire le prove di ciò che magistrati, servizi segreti, commissioni parlamentari, ministri della Repubblica hanno più volte dichiarato: esiste un cimitero di navi cariche di sostanze tossiche e radioattive attorno alle coste italiane. Sarebbe il caso di andarlo finalmente a cercare.

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