Rubrica Ambiente e mare Nautica n.491 del 03/2003

Numero 491 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.491 del 03/2003

UN’ONDA DI 50 METRI SPAZZERA’ GLI STATI UNITI, PRIMA O POI

Potrebbe accadere in un qualunque momento. Quando crollerà in mare un fianco del cono vulcanico di La Palma, nelle Canarie, l’onda provocata dalla frana di 500 miliardi di tonnellate di roccia attraverserà l’Atlantico, si abbatterà sui Caraibi, la Florida e su tutta la costa orientale americana spingendosi fino a 20 chilometri all’interno. Non è un’ipotesi: è quanto accadrà davvero, prima o poi. È già successo e accadrà di nuovo, perché tutte le isole vulcaniche sono instabili, lo abbiamo visto con lo Stromboli, e il fianco di La Palma lo è in modo preoccupante. 120.000 anni fa il collasso del vulcano El Hierro, alto oltre 1.500 metri, ha innescato uno tsunami che ha provocato ondate gigantesche alle Bahamas, dall’altra parte dell’Atlantico. Lo testimoniano i giganteschi scogli di oltre 2.000 tonnellate abbandonati dall’onda 20 metri sopra il livello del mare. Simon Day del University College of London ritiene che una delle prossime eruzioni innescherà la valanga e il mega-tsunami, forse il più grande della storia, che si trasformerà in un’onda di 40-50 metri di altezza una volta raggiunta la costa americana. Occorreranno forse molte altre eruzioni perché la faglia che percorre il costone del vulcano ceda definitivamente, ma quando accadrà… “Una tale massa d’acqua che si muove a una tale velocità distruggerà tutto: edifici, alberi, strade, tutto” commenta Day.

TSUNAMI: UN’ONDA GIGANTESCA, SPROPORZIONATA

Tanto impercettibile a mare quanto devastante appena “sente” la terra: perché allora si trasforma in un immenso muro d’acqua che si schianta sulla costa e travolge tutto – case, alberi, strade. Tsunami, una parola giapponese – tsu, porto, nami, onda – per un mostro che si abbatte anche sulle nostre coste: il primo di cui si abbia testimonianza scritta nel Mediterraneo risale al 479 a.C., il più distruttivo quello di Messina del 1908 che contribuì a far salire a 60.000 il numero delle vittime del terremoto. Uno tsunami si è abbattuto sulle coste di Stromboli alle 13.15 del 30 dicembre 2002. Una forte esplosione nei pressi della bocca principale del vulcano innesca lo “scollamento” di una parte del fianco della montagna che scivola lungo la “Sciara di fuoco” e si precipita in acqua. Il mare si ritira, si gonfia e si abbatte in una serie di ondate che sconvolgono l’isola. L’onda principale ha un’energia immensa, a Piscità e a Ficogrande raggiunge gli 8 metri di altezza: trasporta per venti metri blocchi di calcestruzzo di tre metri cubi, distrugge muretti di cemento e pietrisco, lesiona edifici e causa il ferimento di alcune persone. I danni maggiori a Ginostra ma il maremoto distrugge e danneggia barche e abitazioni nel resto dell’isola per poi raggiungere, ormai molto attenuato, le altre isole: Panarea, Lipari, Vulcano, Ustica. Nel porto di Milazzo rompe gli ormeggi di una petroliera. Non era la prima volta e non sarà l’ultima. Lo Stromboli è stato sempre considerato un vulcano “gentile” per la sua attività costante ma limitata che consiste in piccole eruzioni ogni 10-20 minuti e da sporadiche esplosioni più intense. Ma il materiale eruttivo che continua ad accumularsi sui fianchi della montagna senza mai consolidarsi crea una situazione instabile che un’eruzione può far precipitare. Piccole frane o slavine spettacolari, come quella che diede vita alla stessa Sciara di Fuoco, cicatrice di una frana gigantesca staccatasi nell’Olocene e che si è calcolato abbia generato una serie di onde alte oltre 20 metri. Gli tsunami possono avere origini assai diversi: terremoti, eruzioni e slavine sottomarine, meteoriti che cadono in acqua, particolari condizioni atmosferiche o, come nel caso di Stromboli, il crollo in mare di importanti masse di roccia. Questi ultimi tipi di onde anomale sono chiamati da alcuni ricercatori “mega-tsunami”, perché capaci di creare onde ben più alte di quelle generate sul fondo del mare.

Il catalogo dei maremoti mediterranei compilato recentemente dai ricercatori ha mostrato che in passato le coste italiane più colpite da tsunami generati da terremoti sono state quelle dello Stretto di Messina e la costa orientale della Sicilia (l’onda anomala si abbatté sulla costa in seguito al terremoto dell’11 gennaio del 1693). Sono oggi aree densamente popolate, dove eventi del genere avrebbero conseguenze ancor più disastrose. Guidati dal professor Stefano Tinti dell’Università di Bologna i ricercatori hanno effettuato simulazioni col computer per prevedere l’impatto di uno tsunami sulle maggiori città costiere. La frana di un chilometro cubo di roccia dello Stromboli genererebbe uno tsunami che in 10-15 minuti raggiungerebbe le coste calabre e sicule, con onde alte 2-3 metri. Gran parte dell’energia si scaricherebbe sulle altre isole Eolie (Panarea, Lipari, Vulcano) e su Tropea, mentre la costa siciliana sarebbe in parte protetta dalle isole e sarebbe raggiunta solo da onde più modeste. La morfologia locale sottomarina ed emersa influenza notevolmente l’evoluzione dell’onda. Il caso di Augusta è estremamente interessante: la penisola sulla quale si allunga la città e il molo del porto riesce a deviare e proteggere le onde di tsunami riducendo sensibilmente la loro ampiezza all’interno del porto. Il Mediterraneo ha una lunga storia di tsunami, una delle più corpose al mondo. Sono oltre trecento gli eventi registrati sin dal 1300 a.C. che interessano soprattutto il Mediterraneo orientale e lo Stretto di Messina. Circa il 7% di tutti i terremoti ha prodotto onde anomale che hanno causato danni o gravi devastazioni, una percentuale che in Grecia sale al 30%. In Italia sono 67 gli tsunami registrati negli ultimi 2000 anni. Di questi 46 sono stati causati da terremoti e 12 da vulcani.

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