Una ventina di anni fa acquistai una bici da imbarcare sullo Zub’g’bi, la barca a vela di 9 metri che possedevo allora. Un piccolo mezzo di locomozione è di grande utilità in barca quando si parte per una crociera, visto che a volte si fa tappa in marina o in porti molto grandi e non sempre i negozi dove fare la spesa sono a portata di mano, oppure semplicemente si desidera curiosare a più ampio raggio.

Gironzolando tra i vari approdi si potevano vedere all’epoca diverse soluzioni al problema della mobilità terrestre escogitate dai crocieristi – gli attuali monopattini elettrici erano molto al di là da venire – e alcune erano curiose o molto divertenti. C’erano i classici monopattini a spinta – molto limitati nel loro utilizzo – poi c’erano quelli con il motore a scoppio a presa diretta e senza frizione, che probabilmente utilizzavano i motori delle motoseghe, e questi, che erano la novità di quegli anni, destavano già più curiosità e cupidigia.

A questo riguardo vi racconterò un aneddoto: mi trovavo con la mia famiglia a Ventotene, nel porto grande di Cala Rossano, e un vicino di ormeggio tirò fuori uno di quei monopattini, attirando subito la mia curiosità e quella di mio figlio Valerio che allora aveva forse otto anni. Il monopattino in questione andava acceso mentre era sul cavalletto, con l’accensione a strappo tipica delle motoseghe, poi mettendo un solo piede sopra andava spinto in avanti con slancio per poter partire senza farlo spegnere. Il mio vicino era troppo timido nella partenza e ogni volta il monopattino si spegneva, sotto gli occhi delusi del figlio. A quel punto non seppi resistere… e sento ancora il rimorso per l’umiliazione inflitta a quel padre: gli chiesi, spinto dalla curiosità per quel mezzo, se potevo provare io.

Ovviamente l’aver osservato e capito il metodo che andava utilizzato, oltre a un’innata attitudine a gettarmi senza timore in ogni divertente piccola impresa, rese la partenza facile e naturale. Nel momento stesso in cui partivo sentii Valerio che, orgogliosamente, urlava: «bravo papà!», contemporaneamente immaginai la delusione dell’altro padre e di suo figlio e mi sentii in colpa. Feci un piccolo giro e restituii immediatamente il mezzo, ringraziando un po’ imbarazzato.

A Maratea, se la memoria non mi inganna, vidi una barca a vela non molto grande – battente bandiera olandese o tedesca, non ricordo bene – con tanto di portabici montato sul pulpito di poppa, sul genere di quelli che si montano sul portellone delle auto o sul retro dei caravan, sul quale erano caricate due mountain bike. Trovai quella soluzione orrendamente contraria a ogni criterio estetico, marino, e infine anche ciclistico. Probabilmente funzionale quanto i calzini con i sandali (sigh), ma proprio per questo inaccostabile alla bandiera italiana.
Decisi allora per una bici pieghevole, probabilmente la scelta più ovvia, che avrei potuto stivare in qualche modo all’interno della barca. Avrei cercato però di non spendere un patrimonio con bici progettate per armatori straricchi, quale io non sono mai stato, e quindi decisi di cercarla a Porta Portese.
Durante la settimana, il famoso mercato delle pulci romano non è attivo, ma ci sono numerosi negozi e box nei quali si vendono bici, accessori per moto e auto di ogni tipo, a volte anche di dubbia provenienza.

Gironzolai un po’, poi trovai un modello che sembrava fare per me. Durante la trattativa il venditore mi disse espressamente che secondo lui era perfetta da caricare anche su una barca, cosa che mi guardai bene dal confermare per evitare che da armatore apparissi, nella trattativa, come un pollo da spennare. Dopo un po’ di tira e molla credo di averla acquistata con una cifra intorno alle 120.000 Lire, l’equivalente di poco più di 60 Euro, cifra oggi impensabile per un oggetto simile.

Quella bici pieghevole si rivelò perfetta per le mie esigenze: ripiegata entrava benissimo in un angolo del bagno dello Zub’g’bi. Ci scorrazzai in tutte le isole e nei porti dove facemmo scalo e la usarono anche i miei figli Valerio e Fiamma. Fiamma, più piccolina di Valerio di sette anni, addirittura senza arrivare a toccare terra coi piedi: la mettevo sul sellino, partiva, poi la riprendevo al volo quando doveva fermarsi. Quando invece dovevo trasportare un po’ di cose in più, le attaccavo dietro un carrellino della spesa, di quelli ripiegabili, e con quel rimorchio snodato mi avventuravo per ogni dove, in puro stile velista giramondo. Oggi mi prenderebbero per un rovistatore di rifiuti (doppio sigh).

Quando vendetti lo Zub’g’bi tenni con me quella bici ripiegabile, portandola nel mio attuale luogo di lavoro. Mia cognata di tanto in tanto borbotta per quell’ingombro tra i piedi e ogni tanto mi sfiora l’idea di venderla, ma ormai varrebbe troppo poco e immaginarla tra i rottami ferrosi, dove magari finirebbe trasformata in posate da supermercato, sinceramente lo considererei un alto tradimento.

Quella fida bici, con copertoni e camere d’aria originali di vent’anni fa, malgrado qualche inevitabile punto di ruggine, sembra ancora attendere paziente e fiduciosa, sorniona come un gatto al sole, il suo prossimo imbarco. Ogni tanto, allora, ci faccio un giretto o la carico in auto per qualche esigenza più particolare, stupendomi ancora della sua versatilità e compattezza. E pregustando il momento in cui tornerò a scorrazzarci per isole e porti.
Marco Bernardi