Il comandante

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

IL COMANDANTE

di Paolo Finn

Sulla spiaggia ormai deserta, lì a due passi dalla sua piccola nave, il Comandante sembrava assaporare il piacere della gloria. Le onde ancora calde dell’uragano schizzavano spuma bianca ai suoi piedi. Provava piacere il Comandante a sentire sulla pelle gli schizzi salmastri e guardava lontano, laggiù sull’orizzonte, dove, dietro le nubi rossastre, si indovinava un tramonto di fuoco.

Sentiva dentro di sé una grande calma, una serenità dolce e sicura, come può venire soltanto quando l’uragano è passato, quando si è vinta una grande battaglia. E lui, quel giorno, aveva vinto due volte: aveva sconfitto l’uragano ed era diventato, davvero, il «Comandante».

La cosa era cominciata per scherzo, ed era stata colpa mia: una colpa per modo di dire, visto che – allora – non potevo prevedere le conseguenze di una battuta lanciata così, per gioco, quasi per riscaldare un ambiente un pò ostico.

Era stato lui, il Comandante, ad attaccare discorso, ed aveva finito per farci sapere tutti i fatti suoi, da quando era ragazzo, a quando si era sposato, fino a quel viaggio a Parigi.

Poi aveva affrontato l’argomento preferito, che solo la necessità di un preambolo introduttivo aveva tenuto momentaneamente in disparte: il mare. Era bastato che il mare sfiorasse la prima spiaggia. Qualcuno aveva banalmente esclamato: «Che bello!». E lui, di rimando, quasi avesse preparato da tempo la battuta: «Beati voi che vi divertite a vedere il mare!».

– A lei non piace?

– Ci ho passato la vita.

Di qui era nata una conversazione a senso unico. Gli oceani, i paesi lontani, le tempeste, le battaglie navali. Sembrava di leggere un libro di avventura: e la voce monotona e l’accento fortemente settentrionale del narratore non erano sufficienti a sminuire l’effetto del racconto.

Hong-Kong, New York, Saigon, Sidney e via di seguito. Era come fare il giro del mondo. E nomi di navi famose: transatlantici e incrociatori, mercantili e navi da guerra. Il Comandante narrava felice.

Poi uno disse: «Ma lei è proprio un vecchio lupo di mare!».

Era un incentivo: e chissà quali altre meravigliose avventure marinare ci avrebbe narrato, se non fosse passato il cameriere ad annunciare che il pranzo era pronto.

Nel vagone ristorante il nostro compagno di viaggio rivelò improvvisamente una competenza culinaria che faceva invidia alla sua esperienza marinara. E la curiosità dei commensali venne subito soddisfatta; il vecchio lupo di mare rivelò la sua professione: cuoco. A guardarlo ora, dopo la rivelazione, veniva spontaneo pensare che, in fondo, a quel viso bruno, asciutto, grinzoso, si potesse indifferentemente accompagnare il bianco cappello del cuoco o la feluca dell’ammiraglio. Nell’uno e nell’altro caso il viso era adattissimo, anche se adesso sapevamo che non gli alisei o l’impetuoso maestrale, non il sole cocente dei tropici, non l’aria imbevuta di sale avevano segnato quel vecchio volto, ma piuttosto le calde vampe dei fornelli, il vapore grasso delle pentole, il fumo dei fritti.

Ma, ormai, per noi era, e sarebbe rimasto, il «Comandante», anche se le sue perigliose avventure, i suoi viaggi intorno al mondo dovevano essere guardati dall’oblò della cambusa, non dalla plancia di comando.

E continuammo a chiamarlo Comandante. Per un pò sorrise, poi finì per abituarcisi, per crogiolarsi soddisfatto dell’insegna che gli avevamo affibbiato.

A Parigi ci lasciammo.

– Arrivederci, Comandante e buona fortuna. Che i venti le siano propizi. Scomparve nella folla, con il suo passo da marinaio.

Due anni dopo lo rividi per caso in una stazioncina quasi sconosciuta del litorale spagnolo.

Lì per lì non l’avevo riconosciuto perché nel frattempo una barbetta brizzolata, alla Cavour, era venuta ad incorniciare il vecchio volto bruciato dai fornelli: e dalla bocca gli pendeva una pipa, una pipa nera e vecchia, proprio da lupo di mare. Sembrava uscito dalla copertina di un libro d’avventure e la giacca dai bottoni d’oro, con i pantaloni svasati verso il fondo, completavano alla perfezione il personaggio. Decisamente, il cuoco di bordo era morto per cedere il passo al Comadante.

E quasi non mi stupii nel sentire che anche la gente del paese lo chiamava rispettosamente «Comandante».

Mi disse che il genero era stato trasferito in Spagna ed una occasionale villegiatura li aveva portati su quella solitaria spiaggia, a due passi dalla stanzioncina dove era avvenuto il nostro incontro.

E lì era rimasto; perché lì era il «Comandante». Questo non lo disse, ma lo lasciò capire.

Forse ad evitare maggiori confidenze, ad impedire che, almeno con me, suo casuale pigmalione, si aprisse completamente, contribuì la presenza del mio amico, un tenente di vascello che conoscevo da anni e che aveva deciso di trascorrere le sue vacanze seguendomi in Spagna. Il Comandante non si rese conto di avere di fronte un vero marinaio e fu proprio per caso che riuscii ad avvertire in tempo il mio amico della singolare situazione.

Il marinaio vero fu esemplare: evità accuratamente ogni accenno alla propria professione, non fece domande e ascoltò con attenzione, interesse e rispetto il «Comandante».

Si giunse alla fase dei «racconti marinari» e fu il mio amico a confermarlo autorevolmente «Comandante»; non inventava niente: nel racconto si limitava semplicemente a trasferire la sua persona dalla cucina al ponte di comando. Nomi, date, fatti, tutti esattissimi: soltanto, di volta in volta, il cuoco di bordo prendeva a prestito di panni del guardiamarina, del tenente di vascello, del capitano di corvetta, in un crescendo che, pedantemente, rispettava tutti i gradini di una esemplare carriera. Credo onestamente chese il «Comandante» d’improvviso si fosse sentito riportare alla realtà che ben conosceva, avrebbe stentato lui stesso a credere che il personaggio pazientemente costruito, giorno per giorno, fosse completamente falso.

Poi venne l’uragano.

Una brutta faccenda per chi si fosse trovato in mare; ma in paese la gente si limitò a chiudersi in casa: pescatori non ce n’erano, marinai neppure, tolto il Comandante ed un paio di giovanotti che avevano fatto il servizio militare in marina.

Saranno state le dieci del mattino, quando qualcuno bussò: «Comandante, correte…». E il Comandante corse, e noi dietro a lui.

La gente, incurante del vento e del piovasco che sferzava le rocce, le case e i volti, era uscita all’aperto. E tutti guardavano il mare gonfio di vento e di schiuma e aguzzavano lo sguardo verso qualcosa di scuro, là in mezzo alle onde. Il Comandante ritornò sui suoi passi, poi eccolo di nuovo sulla scogliera, portandosi agli occhi un grosso cannocchiale. Non c’era dubbio: tre uomini aggrappati ad una tavola lottavano di- speratamente con i marosi.

– Bisogna fare qualcosa, disse uno.

– Non ce la faranno per molto, disse un altro.

– Chissà quanto tempo è che stanno in acqua.

– Comandante – implorò una donna – faccia lei qualcosa.

Il Comandante era pallido come un morto. Neppure l’abbronzatura riusciva a coprire il suo pallore.

– Sì, sì…. – disse. E si guardò intorno. Incrociò gli sguardi degli uomini e delle donne che attendevano da lui qualcosa di decisivo. Mi guardò con gli occhi di un bambino che sta per vedere scoperta la sua marachella che si sta trasformando in tragedia.

– La barca di Suarez – gridò qualcuno.

– La barca di Suarez – fecero eco in molti.

Due giovanotti si fecero avanti:

– Comandante, la barca del vecchio Suarez… Se lei ci guida, tentiamo…. Erano i due ragazzi che avevano fatto il servizio in marina. La gente quasi spinse i due ragazzi e il Comandante verso la spiaggia battuta dalle onde e dal vento. La vecchia barca di Suarez era là: grande e solida e secca, scrostata dal sole, quasi dimentica ormai dell’abbraccio del mare.

Il vecchio Suarez era morto due mesi prima e nessuno aveva toccato la sua barca; ed era rimasta là, su quella riva ormai deserta di pescatori.

Le onde, minacciose, si rompevano sui piccoli scogli della battigia e lanciavano spruzzi quasi insultanti verso la vecchia barca, quasi a invitarla a raccogliere l’impari sfida.

Il vecchio cuoco di bordo si avvicinò alla barca e, prima che potesse dire qualcosa, vide cento mani spingere l’imbarcazione verso il mare. I due giovanotti saltarono dentro e armarono i remi, poi attesero che lui si mettesse al timone.

E il vecchio cuoco fece quello che avrebbe fatto il Comandante: salì a bordo e prese il timone. Meglio la morte del cuoco, che la fine del «Comandante». E, forse, in quell’attimo divenne davvero il Comandante. Cento occhi guardavano commossi e soddisfatti l’uomo che non temeva il mare, che sapeva affrontarlo, che, certo, ne avrebbe domato la furia.

Avrei fatto qualunque cosa per lui in quel momento, per salvarlo, per impedire che si lanciasse in quell’impresa disperata, per fermarlo prima che mettesse in gioco la sua vita. Ma fu il mio amico a far qualcosa: saltò a bordo e prese il timone.

– Lei, Comandante, ci guidi, disse. E la barca prese il mare.

Furono due ore di lotta con le onde, due ore indimenticabili: per gli uomini della barca e per noi che pregavamo per loro.

Il tenente di vascello dimostrò di sapersela cavare anche su una vecchia barca: forse rimpianse il suo incrociatore, forse sognò una lancia a motore; ma fu abilissimo. I due giovanotti non furono da meno. E il Comandante fu splendido: nessuno, a vederlo prodigarsi per salvare i naufraghi, avrebbe mai potuto pensare al «cuoco».

E con l’aiuto di Dio tornarono a terra.

Quando ci lasciammo, qualche giorno più tardi, aveva le lacrime agli occhi.

– Grazie, disse semplicemente.

– Arrivederci Comandante, disse il mio amico. E lo salutò con la mano alla fronte.

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