Eternauta

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

ETERNAUTA

di Paolo Finn

C’è un’intima, e serena soddisfazione che riempie il cuore di una gioia inesprimibile con le parole che credo di poter condividere solo con quei fortunati che hanno vissuto la stessa esperienza: quando per la prima volta si vede veleggiare la barca che abbiamo progettato.

Da noi è normale: quando le barche sono tutto, un mezzo di lavoro o la casa, tutti hanno almeno qualche parente in fondo al mare.

Solo che è terribilmente difficile spiegarlo ad un bambino di cinque anni che va all’asilo. Ed è proprio lì che sono cominciati i problemi, quando alcuni ragazzini di poco più grandi, con il cinismo tipico di quell’età, gli hanno chiesto per quale motivo non avesse il nonno e lui, ovviamente, mi ha girato la domanda. “Mamma, perché io il nonno non ce l’ho?”.

L’unica risposta che ho saputo dargli, così di getto, è stata la verità: “Il nonno è in fondo al mare” – “E cosa fa in fondo al mare?”

La risposta mi è venuta spontanea: “Costruisce le barche” “E come le fa?” “Lui le fa piccole piccole, quelle arrivano piano piano a galla e, mentre salgono dal fondo, diventano grandi”. Non so proprio cosa mi fosse passato per la testa in quel momento. “E le fa tutte, tutte lui?” chiese ancora. “No, non tutte”. Cercai di chiudere io innescando, invece, una nuova reazione a catena.

Eravamo sulla banchina del piccolo porto. Soli, prigionieri – io e mio figlio – fra le maglie d’ombra delle reti dei pescatori stese tra un albero e l’altro per l’abituale restauro invernale. Al largo, oltre gli scogli scuri di roccia di lavagna, le teste delle onde increspate dal vento del nord sul blu cobalto, si smarrivano in un turchese che ne marcava il confine e si perdeva in un orizzonte pallido e indeciso. Berto si staccò dalla mia mano – che teneva più che altro per riscaldarsi da una tramontana leggera e insinuante – cominciando a sgambettare veloce verso la barca più vicina. “Questa l’ha fatta il nonno?” – strillava per farmi giungere la domanda attraverso il vento che fischiava facendo battere il sartiame delle vecchie barche a vela. Io non facevo in tempo a rispondere che lui già ne aveva raggiunta un’altra e incalzava di nuovo: “E questa?”. Solo a quel punto mi resi conto che forse non avevo avuto una grande idea. Ma i bambini sono fatti così, ti assalgono lasciandoti senza respiro e la risposta deve essere immediata e assolutamente esauriente.

Mio padre era davvero in fondo al mare. Era un ingegnere nautico che fin da ragazzo aveva cominciato a disegnare progetti di barche a vela. Negli anni precedenti l’ultimo conflitto, per mantenere la famiglia, aveva rinunciato al suo sogno, alla sua vocazione, ed era riuscito a farsi assumere all’Arsenale Militare.

Io ho sempre cercato di immaginare gli ultimi attimi della sua vita. Gli attimi poco o subito prima dell’esplosione.

Chissà se ha fatto in tempo, mi domandavo… chissà se ha fatto in tempo a vedere la mina che appena appena borbottava come un rospo nero sul pelo dell’acqua, schizzata da lame fredde di schiuma…E se ha fatto in tempo a cogliere l’espressione dei compagni stipati come animali, insaccati in quei cappotti militari sdruciti di mostrine e rimediati chissà dove, umidi d’acqua gelida e di sale e che serravano su quei corpi stremati e intirizziti fogli di giornale. Pensavo con intensità anche a questi miei e suoi sconosciuti amici sfortunati. Rivedevo allora la loro ultima corsa a perdifiato in fondo al molo con il rombo delle moto e le urla dei tedeschi sempre più vicini.

Riuscivo a sentire dentro di me una mano di ferro che mi stringeva il cuore e lo smarrimento totale, assoluto, disarmante ed atroce che li doveva aver schiacciati quando, giunti in fondo alla banchina, si devono esser resi conto che un tuffo a capofitto in quella massa nera, liquida e gelata rimaneva l’unica via d’uscita.

E allora, come in un quadro che aveva “fermato” per sempre i loro sguardi nell’istante precedente il momento fatale, li potevo osservare uno ad uno da vicino per scavare nelle loro emozioni alla ricerca di quella traccia sottile, quasi impercettibile, di una volontà ancora non piegata alla rassegnazione: coglievo, allora, il cambiamento improvviso sui loro volti quando l’ulteriore spavento che gli aveva mozzato il fiato, causato dal rumore di una barca che si stava avvicinando veloce, cedeva il posto ad una nuova speranza, poiché le urla di richiamo e l’ampio agitarsi delle braccia di un uomo in divisa che sembrava un invasato, erano un invito a mettersi in salvo, saltando subito dentro la sua lancia che aveva squarciato in due il terrore nero di quella notte.

Ma il viaggio verso gli altri partigiani che li aspettavano con un vecchio camion scassato per correre giù verso gli Americani che stavano avanzando era stato incredibilmente breve. Troppo breve. Quasi una beffa del destino.

E, malgrado mio padre conoscesse quel tratto di mare e soprattutto la disposizione delle mine come le sue tasche, non era riuscito ad evitare quel rospo nero. Chissà, forse la mareggiata dei giorni precedenti l’aveva spostato dalla sua sede naturale.

Non è stato possibile ritrovare i corpi. Il suo come quello degli altri… E, comunque, non avrebbe avuto molto senso.

Per la verità non è stato neanche possibile cercarlo. In quei giorni le autorità civili e militari lo impedirono, cercando di mettere a tacere in un modo o nell’altro l’accaduto.

Nell’Italia di quegli anni non potevano avvenire cose del genere; non erano previste. Cosicché tutti i fatti di sangue ai quali la cronaca spicciola odierna purtroppo ci ha abituati, venivano manipolati o addirittura nascosti dalla stampa del regime; un ingegnere dell’Arsenale poi, sempre ligio al suo dovere fino a quel giorno, che collabora alla fuga dei partigiani era davvero troppo!

Io volevo soltanto sapere. Volevo sapere quello che c’era dentro di lui, quella parte misteriosa, intima e segreta, che aveva tenuto a tutti nascosta ma tanto forte da spingerlo quella notte a prendere una lancia e a correre in aiuto di quei ragazzi che avevano inequivocabilmente chiarito il confine fra bene e male.

Sentivo che doveva esserci qualcosa di più, qualcosa che avrebbe superato il tempo e le nostre stesse vite. Sentivo che c’era una traccia nella parte più profonda di me che reclamava qualcosa e che m’invitava a seguire il mio istinto di figlia e di donna.

Subito dopo e poi per un periodo molto lungo ho sognato mio padre tutte le notti. Ma in quei sogni mai una parola o un gesto che chiarisse l’accaduto dei suoi ultimi istanti.

Anche la mamma mi manca, anche se in modo diverso. Soprattutto adesso che potrebbe raccontarmi cosa avvenne quella notte: ma anche lei se n’è andata da tempo. Non ce l’ha fatta a sopravvivere alla sua mancanza: è morta all’improvviso un anno dopo senza vedere la fine della guerra.

Pensando a lei e concentrandomi un pò forse riesco a far riapparire un ricordo molto lontano e confuso: dev’essere stato qualche notte prima dell’esplosione: li ho sentiti parlare nella loro stanza, parlare a lungo e sottovoce per non svegliarmi, di quello che stava succedendo. Lei cercava di calmarlo e lui, invece, era deciso a fare qualcosa per intervenire, a schierarsi finalmente, ma non sapeva come …

Finita la guerra, oramai più adulta, rincorrendo il filo che diveniva sempre più forte man mano che il tempo della vita trascorsa insieme si allontanava, ho trovato fra le cose di mio padre, fra i suoi oggetti, centinaia di disegni: era lo stesso progetto di una barca a vela, l’Eternauta, sempre lo stesso: centinaia di schizzi che ad un occhio inesperto potevano sembrare identici ma che in realtà nascondevano modifiche continue.

E poi una lettera, dedicata alla mamma e che, forse, lei non aveva mai letto: “Mi hai chiesto tante volte cosa faccio la notte, e che ti senti esclusa. Ho sempre un pò di timore, un brivido strano in fondo alla schiena quando mi metto per la prima volta di fronte ad un foglio bianco. Sento che sta per accadere qualcosa. E che in quel foglio c’è già tutto, basta levare il di più. E non devo fare niente, solo lasciarmi guidare e la mano corre, corre da sola veloce. È un viaggio che inizio, non sapendo dove mi porterà. Il progetto dell’Eternauta sta crescendo ogni giorno di più ma sento che non è ancora perfetto come vorrei. C’è qualcosa che non capisco e che mi blocca. Cedo che sia la paura del futuro. Che senso ha progettare mentre assistiamo inerti a quello che succede? Io me ne sto qui, isolato a disegnare ma la testa è altrove, intorno…il mondo sta crollando e io non so cosa devo fare….”.

Quella scoperta rafforzò in me l’inclinazione ad iscrivermi all’Istituto Nautico per dare un sistema ed un metodo alla mia nuova voglia di seguire le sue orme e fu così che presi la mia decisione.

Ma non fu come speravo. Forse perché avevo troppa fretta. Io volevo capire solo alcune cose che, nella mia presunzione di adolescente, credevo fossero sufficienti per disegnare barche a vela, invece di subire noiosissime ore e ore di matematica e di calcoli che mi sembravano sterilmente astratti.

Gli unici momenti che ricordo con passione erano quelli in cui da sola, tornata nella mia cameretta, potevo riprendere il “vecchio progetto” e tornare a disegnare d’istinto. E poi un altro momento pieno di entusiasmo e di emozione: la regata annuale delle barche d’epoca.

Si lavorava tutto l’anno sulle vecchie barche a vela latina, i “leudi”. Nel nostro cantiere i mastri, con antica e sapiente fatica, modificavano carteggiavano e verniciavano, ricostruendo, a volte, da vecchi disegni o da foto d’epoca; era sufficiente spostare una manovra, anche di un millimetro, per cambiare completamente un’andatura riuscendo a cogliere l’idea che aveva guidato l’antico progettista verso la scoperta del rapporto segreto e indefinibile che univa la barca al vento e al mare. Ecco, dei racconti dei vecchi mastri d’ascia e delle loro interminabili discussioni mi affascinava il modo di concepire e di interpretare la realtà. Ed è importante ricordare come in quella fine degli anni ’50 solo nel cantiere della scuola fosse rimasto intatto quell’antico sapere che i cantieri più moderni stavano abbandonando in nome delle nuove tecnologie produttive.

Un giorno, per caso, venne fuori che uno dei mastri più anziani aveva conosciuto mio padre. “Ma tu non sei la figlia dell’ingegnere?” Mi aveva chiesto un giorno. E senza darmi il tempo di rispondere, ma continuando a scrutarmi con uno sguardo che cercava conferma dai tratti del mio viso, senza possibilità di errore aggiunse: “L’ingegnere era tremendo…Così preciso. Lavoravo con lui prima della guerra. Era uno che sapeva il mestiere, che si sporcava le mani”.

Da allora quasi mi trasferii nel cantiere della scuola anche se non ebbi mai il coraggio di rivelare a Vittorio, questo era il suo nome, il mio sogno segreto.

Trascorsi con lui, ogni giorno, mattinate intere in cui perdevo la nozione del tempo. E solo quando la sirena, che si faceva sentire per annunciare agli operai il cambio del turno di lavoro, mi riportava bruscamente alla realtà, mi accorgevo con una punta di rammarico che era giunto il momento di tornare a casa.

Durante tutto quel periodo cercai ovviamente, da adolescente irrequieta e impulsiva e anche un pò prepotente qual ero, con ogni mezzo e anche se in modo del tutto incosciente, il modo di farlo parlare di mio padre. Quel testimone era troppo importante per me. Ma l’uomo mi impartì una lezione di vita ben superiore: vuoi per la caratteristica tipica della gente di queste parti di essere di poche parole, vuoi per un riserbo naturale accresciuto dalla paura di colpirmi con qualche ricordo che forse avrebbe potuto rinnovarmi quel grande dolore, non mi parlò mai in termini personali di mio padre ma vi fece sempre riferimento unicamente in relazione agli argomenti prettamente tecnici che via via incontravamo nel nostro lavoro quotidiano. Fin nei minimi particolari, Vittorio faceva sempre riferimento al libro sicuro che nella sua mente e nei suoi ricordi l'”ingegnere” aveva stampato, affidandosi al modo in cui lui avrebbe risolto questo o quel problema. E dalle pagine di quel libro nasceva un ritratto sempre più vivo e presente di mio padre quanto più per me del tutto sorprendente e sconosciuto.

Poi il tempo della scuola finì e dovetti prendere un’altra decisione.

I ragazzi che non avevano potuto studiare, appena grandicelli, s’imbarcavano come marinai su grandi navi; petroliere, cargo, cartiere. Io, avrei potuto ricevere la pensione di mio padre ancora per tutto il tempo di un corso di laurea universitaria ma la mia natura avventurosa e indipendente mi spinse a fare un’altra scelta.

Volevo restare sul mare e stare con le barche, vivere con loro.

L’esperienza acquisita sul campo mi consentì di accettare una serie d’ingaggi. La gente che possiede barche spesso non ha molto tempo per occuparsene, così affida ad altri i lavori annuali di manutenzione. Per di più, molto spesso, le barche grandi devono essere condotte da una parte all’altra del mondo nei luoghi scelti dai proprietari che poi vi giungono in aereo per trascorrere le vacanze.

I personaggi che svolgono questo genere di attività formano quasi una “casta”, un gruppo a sé stante. Incontri brevi, in banchina o davanti a un bicchiere nei bar dei porti che attendono l’estate per dividere la propria preziosa solitudine di cui tutti sono più o meno gelosi o nei cantieri semi- deserti; è un popolo un pò strano e al di fuori del mondo normale: uomini e donne di una specie particolare che hanno deciso di vivere al di fuori delle regole della gente integrata nella società, conquistando in prima istanza una libertà e una realizzazione di sé irrinunciabili e alternative che credono assolute ma che hanno come rovescio della medaglia l’inevitabile rinuncia a tante altre cose.

Fra queste, per me, come donna, la più pesante da sopportare era la rinuncia all’amore e alla possibilità di una vita “normale” accanto ad un compagno che mi desse la possibilità di esplorare la mia femminilità rendendomi madre.

La mia natura, istintivamente disponibile all’amore ma indipendente, mi portò a non rinunciare a questa esperienza. E fu così, che una volta “in attesa” dovetti rinunciare alla mia vita girovaga per occuparmi della creatura che avrei messo al mondo.

L’immagine di mio padre e l’idea delle barche piccole piccole che venendo a galla continuano a crescere fino a diventare grandi furono al centro dei miei pensieri e delle mie giornate per molto tempo. Berto, come tutti i bambini, si fermava spesso nei negozi di giocattoli. Ma da quel giorno volle che gli comprassi soltanto barche piccole, le più piccole che vedeva, sicuro che il passare dei giorni le avrebbe fatte crescere; mi toccò comprargliene un’infinità. La sera, per farlo addormentare, ne prendevo una e inventavo una storia. Certamente non riusciva a capire bene ancora la differenza fra barche piccole e grandi ma conservava incrollabile la speranza che un giorno le sue piccole sarebbero cresciute.

Ci sono immagini tanto forti da sembrare vere, che ci vengono a visitare e a turbare in momenti particolari: il nostro vedere diviene allora sapienza antica e futura di ciò che è stato e di ciò che deve essere. Si deve stare attenti a fissare il procedimento che le ha attivate per non perderle, con una ginnastica che va perseguita e aiutata in modo da farle tornare a proprio piacimento. È un metodo che gli orientali chiamano “meditazione” ma che ciascuno può realizzare in modo personale ottenendo, credo, più o meno lo stesso risultato. Sono convinta che si parta da una specie di dono che, a quanto ne so, è insito nella natura umana, ben vivo e presente nei bambini più piccoli e che però rischia via via nel tempo di essere sommerso e dimenticato dall’educazione e dagli obblighi e che gli adulti impongono.

Avviene che ogni volta si inizia un viaggio misterioso di cui siamo protagonisti e che ci riempie di piena e tranquilla felicità.

Così, avevo un nuovo problema: da un lato non volevo assolutamente che Berto perdesse la sua immagine delle barche costruite dal nonno in fondo al mare e di tutto quello che per lui avrebbe rappresentato e, dall’altro, dovevo dargli la possibilità di relazionarsi con la “realtà” degli altri bambini.

Dal canto mio, non so se ho “creato” nella memoria, non so se ho romanzato un ricordo ma proprio in quei giorni, dopo la passeggiata sul molo fra le ombre delle reti dei pescatori, sono riuscita a ritrovare l’unica immagine di mio padre, l’unica fotografia vivente che ero sicura di possedere di lui: doveva essere da qualche parte, dovevo averla cacciata in qualche angolo remoto e nascosto.

È avvenuto tutto all’improvviso: il Natale era da poco trascorso e avevo comperato per Berto, su una bancarella, una specie di giostrina svedese con un carillon: il calore di quattro candeline accese faceva girare le sagome di altrettante piccole barche, mentre la luce delle loro deboli fiammelle ne proiettava le ombre ingigantite sulle pareti della sua cameretta; di solito, la sera, per farlo addormentare, spesso mi spingevo anch’io in uno strano stato di dormiveglia in una landa sconosciuta e misteriosa dove il confine fra i ricordi, i sogni e la realtà è davvero labile e dove, al di fuori della coscienza, il passato può convivere con il presente, fino al punto in cui, sicura che si fosse completamente addormentato, me ne potevo tornare, tranquilla, nella mia stanza. Quella sera, mentre la mia voce narrava a Berto la solita fiaba – lui voleva sempre la stessa – le ombre animate e ingigantite dalla sola luce delle candeline mi avevano quasi ipnotizzata, legando indissolubilmente il sogno ad un ricordo vivo e presente: dovevo essere molto piccola; quando non riuscivo a dormire sgusciavo via da sotto le coperte dopo che la mamma aveva spento la luce e mi aveva dato il bacio della buonanotte, percorrevo tutto il corridoio che conduceva al piccolo studio di mio padre e rimanevo per un attimo poggiata sullo stipite della porta ad osservarlo; fuori, il nero di cielo e mare era spezzato a tratti violenti e regolari dalla lampada del faro che, da lontano, veniva a colpire la finestra, i muri della stanza e a cambiare con quel lampo, per un attimo, tutte le ombre nel piccolo studio in giganti e mostri misteriosi; lui, completamente assorto dal suo lavoro, dapprima non si accorgeva, o fingeva di non accorgersi della mia presenza; disegnava e disegnava ancora su fogli color latte trasparente sparsi dappertutto, in mezzo ai suoi oggetti misteriosi ; i listelli di legno scuro tenuti fermi da dei pesi mi ricordavano le ombre di piccoli dromedari le cui sagome avevo ritagliato di nascosto da una copertina della Domenica del corriere sulla guerra d’Africa e che mi divertivo a muovere davanti alla lampada della mia cameretta di bambina prima d’addormentarmi. Negli occhi lui aveva una luce accesa e viva, come d’innamorato. Sulle labbra, delicatamente serrate a sorreggere un mozzicone di sigaretta spenta, un sorriso indecifrabile. E un’energia passionale che accendeva ogni suo movimento, nello stesso tempo però, calmo e equilibrato. Ogni linea, un foglio di latte trasparente che scivolava via, giù dal tavolo, dapprima cadendo piano e poi veloce, sempre più veloce verso di me. Le linee si scollavano dai fogli e, danzando nell’aria leggere e colorate, cominciavano ad unirsi: le sue nere, nette e precise solcate da altre più incerte, ma piene di colori. Sentivo, per il prodigio tipico dei sogni, che quelle colorate dovevo averle fatte io. Erano un pò incerte e goffe ma, lentamente, venivano a sovrapporsi alle sue e poi, danzando nell’aria insieme, si liberavano dai fogli e, in un fascio di luce, si libravano nell’aria, si fermavano un istante, sospese come uno stormo pronto a calare in picchiata e, dopo un attimo infinito, guizzavano saettanti dalla piccola finestra socchiusa tuffandosi nel buio della notte, tagliando per un attimo, con il loro fascio di luce, il nero di cielo e mare. Lui allora, mi prendeva sulle ginocchia, dovevo avere più o meno tre anni, mi dava una matita con la punta colorata e mi faceva scarabocchiare ancora su quei fogli già intricati da una foresta di linee indecifrabili. Era questo il nostro accordo segreto senza parole fuori e sopra del tempo: la notte, il rumore dei fogli, il calore del suo corpo che scaldava il mio e le matite colorate che sembravano correre da sole su quei fogli trasparenti di quella magia che non capivo ma che coglievo intatta…

Ho impiegato molto tempo e altrettanta fatica per recuperare questo ricordo ma ne valeva la pena: oggi, finalmente, mi basta chiudere gli occhi per farlo tornare e poter rivivere quel momento di intima, assoluta felicità.

All’inizio di ogni anno si fanno quasi sempre buoni propositi che difficilmente, poi, vengono mantenuti, ma quel capodanno fu diverso perché avevo finalmente un appuntamento preciso, tenuto troppo a lungo in sospeso. Decisi di tornare in cantina, e riaprire il baule da marinaio di mio padre dove in fretta e furia, nel primo trasloco dalla vecchia casa, avevo infilato un pò alla rinfusa tutte le sue cose. Lo ricordavo diverso; mi ero dimenticata che in un periodo “naif” avevo deciso di colorarlo con un trompe l’oeil.

Gli schizzi del vecchio progetto dell'”Eternauta”, sia quelli originali di mio padre che quelli che avevo realizzato io stessa durante il mio periodo di studi all’istituto nautico, erano esattamente dove li avevo lasciati. Mi fu sufficiente riportarli in casa, crearmi un piccolo spazio sul tavolo ingombro delle cose di tutti i giorni per riprendere a disegnare.

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