Raid invernale nel Danubio

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RAID INVERNALE NEL DANUBIO

di Claudio Rizzo

L’idea di navigare lungo il fiume Danubio d’inverno si è concretizzata quasi per caso, in quanto alcuni soci del Club raccontavano di un passato capodanno trascorso a Vienna. Dai racconti dei protagonisti di quella vacanza, sembrava impossibile una navigazione invernale sul Danubio, infatti, le acque di questo fiume, oltre ad avere una notevole corrente, d’inverno sono piene di tronchi, detriti e grossi lastroni di ghiaccio che si staccano dalle “morte” e vengono giù dai numerosi affluenti. I nostri amici, stimolati dai presenti, raccontarono che solo grossi battelli commerciali solcano quelle acque e persino le navi per turisti, d’inverno sono saldamente ormeggiate alle banchine; di barche da diporto inoltre non vi è traccia neanche a terra.

Stimolati da tutte queste difficoltà alcuni di noi iniziarono a parlare e poi a progettare una navigazione che, proprio a causa delle problematiche, iniziava ad avere il sapore dell’avventura. Del resto avevamo realizzato imprese come Genova-Londra, Venezia-Istanbul, Genova-Palos… e negli ultimi anni Trieste-Sibenik-Trieste invernale, Baltico d’inverno, ecc. Una navigazione invernale di un fiume pieno di incognite, era quello che faceva per noi.

Eravamo a metà novembre, non avevamo molto tempo se volevamo realizzare l’impresa prima di Natale. Un giro di telefonate e formiamo 2 equipaggi tra soci dell’Adventure Club Gommorizzo di Milano, Brescia e Firenze. Dopo le prime telefonate alle ambasciate di Austria, Repubblica Slovacca e Ungheria, ci rendiamo conto che sapevano ben poco dei problemi logistici di navigazione invernale, anzi, si chiedevano il perché non aspettassimo la primavera per fare una bella gita con le navi per i turisti. Poi ci chiesero se avevamo i permessi… a questo punto smettiamo di chiamarli. Le nostre passate esperienze di raid internazionali ci hanno insegnato che è molto meglio ridurre le burocrazie al minimo.

Mancano pochi giorni alla partenza, chiamiamo alcuni nostri sponsor abituali e altri sponsor che alcuni mesi prima ci avevano contattato per avere un nostro supporto per collaudare i loro prodotti. Per realizzare quest’impresa prepariamo due battelli, un Gommorizzo 670 già veterano di 4 raid e il prototipo Gommorizzo 750, già usato per fare le vacanze in agosto, da Ancona fino a Dubrovnik e ritorno, risalendo poi tutta la Croazia fino a Trieste. Con l’esperienza acquisita nei precedenti raid invernali completiamo la struttura inox (che utilizziamo per proteggerci dal sole nelle lunghe navigazioni estive), con una porta di chiusura anteriore provvista di due oblò in policarbonato. Chiusura che unita al tetto in pvc della struttura, si rende indispensabile per proteggerci dal freddo e dalla pioggia, specialmente considerando di navigare molte ore al giorno, che in pratica vuol dire dall’alba al tramonto.

Facciamo un’uscita in mare e due uscite al lago per mettere a punto l’allestimento, l’equipaggiamento e gli equipaggi. Purtroppo per improvvisi problemi di lavoro, due partecipanti ci danno la notizia che sono impossibilitati a partire. Rimaniamo in quattro, due di Firenze, Daniele e Ivano, Giancarlo da Bergamo e naturalmente io, Claudio Rizzo, tutti già partecipanti al Raid dei Fiordi nel 1991 e Baltico d’Inverno nel 1997 (a dire il vero li ho realizzati tutti i Raid fin dal 1985).

Decidiamo di usare il Gommorizzo 750 e per tutta sicurezza oltre al fido Mariner 200 HP, ci portiamo un motore con gambo extra-lungo da 8 HP, con elica speciale di spinta.

Partiamo il 3 dicembre e, alternandoci alla guida tra strade ghiacciate, neve e pioggia, arriviamo a notte inoltrata in periferia di Vienna, 880 km, una bella tirata. Dormiamo in un albergo con un ampio parcheggio (ci serviva proprio), letti comodi, ambiente pulito, ma con dei piccoli piumini del tipo “guai a chi si muove” e dei piccoli cuscini sempre di piuma, ma adatti più che altro a dei bambini. La mattina ci svegliamo alle sette e giù a fare colazione all’austriaca, uova, pancetta, dolci, insomma da star male… invece stavamo benissimo. Sempre così nei Raid, mai un raffreddore, a casa poi…

Sganciamo il “bestione” nel cortile di una grande ditta adiacente al fiume e iniziamo la ricerca di un cantiere per il varo. Strano, nessuno conosce l’ubicazione di un cantiere, eppure qualcosa ci deve essere. Trascorriamo quattro ore battendo tutte le sponde, troviamo una specie di marina in costruzione, con tutte le banchine galleggianti bloccate da uno spesso strato di ghiaccio, neanche l’ombra di uno scivolo, cominciamo a preoccuparci. Finalmente, dopo tante informazioni, grazie all’inglese di Daniele e al tedesco di Ivano, riusciamo a trovare un cantiere a circa 10 km a monte di Vienna. Purtroppo, causa lavori di scavo non ha corrente, pertanto niente verricello elettrico e purtroppo niente benzina, però sono gentili; infatti, ci danno il permesso di organizzarci il battello e di varare a mano sull’unico scivolo, innevato e ghiacciato. Ritorniamo a prendere il gommone, facciamo carburante sia nel serbatoio primario, 160 litri, sia nei serbatoi flessibili, in totale 330 litri. Torniamo al cantiere e prepariamo tutto il gommone per il varo, finiamo che è già buio, già, poiché alle quattro del pomeriggio è già buio. Per fortuna non piove e lavorando, il freddo (siamo a -6 gradi) è sopportabile… forse anche perché siamo carichi di adrenalina.

Serata alla grande, giro turistico nel centro di Vienna, illuminata per le feste, e cena squisitamente viennese, cibi ottimi, menu dai nomi impronunciabili, albergo con i soliti mini trapuntini e mega colazione, come da copione. Arrivati al cantiere, puliamo lo scivolo, spacchiamo dei lastroni di ghiaccio, affidandoli alla corrente e con l’aiuto di un Caterpillar, finalmente variamo il gommone. Inizia l’avventura… già perché fino adesso è stato un gioco!

Risaliamo la corrente per circa 100 km, passiamo una chiusa e navighiamo tra un paesaggio molto ordinato con piccole case molto curate, a intervalli passano alcune chiatte, delle volte spinte, altre volte trainate da potenti rimorchiatori. Grazie al GPS, visualizziamo che la corrente è di circa 6-8 nodi, profondità da 5 a 20 metri. Comunque, per prudenza, seguiamo i segnali di navigazione. Velocità di crociera, 30 nodi contro corrente.

Calcolando le ore di luce, a un certo punto discendiamo la corrente e ci fermiamo per la notte a Tullh, delizioso paesotto pulito e opulento, alloggiamo in un albergo con mega ingresso, pieno di piante tropicali e uccelli di varie specie, sembrava una mini giungla; cena in una tipica trattoria con enormi tipiche birre. Tutto bene, i soliti -6 gradi, poca pioggia.

Il mattino seguente iniziamo a discendere il fiume, destinazione Bratislava in Slovacchia. Passiamo la chiusa del giorno precedente, poi la chiusa di Vienna. La radio è indispensabile, anche se noi facciamo le domande in inglese e loro ci rispondono in tedesco. Comunque con poche decine di minuti di attesa, passiamo insieme a qualche mega chiatta. Non è stato facile trovare il punto di dogana austriaco, introvabile invece la dogana slovacca.

La navigazione in corrente è più veloce, però ogni affluente porta alberi e lastroni di ghiaccio per cui bisogna scegliere attentamente la rotta, stando sempre fuori dal filo di corrente. La maggior parte della navigazione si svolge tra sponde prive di abitazioni, tra migliaia di uccelli di varie razze, un cigno nero non ha gradito il nostro passaggio e ci ha attaccato, prima prendendo quota e poi picchiando ad alta velocità ci sfiora di pochi centimetri; poi, visto che andiamo via, ci ignora.

Finalmente Bratislava si annuncia con un grande ponte e un enorme fungo su un alto pilone che poi scopriamo essere un ristorante panoramico. Non c’è porto, attracchiamo sul lato di un pontone e andiamo in un grosso hotel a pochi metri dall’argine. Ci stupisce il fatto che in albergo ci tranquillizzano dicendo che non ha importanza non aver fatto dogana, buon segno, i tempi cambiano. Il centro storico è bellissimo e la piazza è piena di bancarelle con varie specialità di carne e mescita di vini caldi che i locali gradiscono molto; chiaramente proviamo di tutto ma lo consideriamo solo un antipasto. Visitiamo il centro storico e il museo, notevole il giro nelle segrete con delle gigantografie di disegni dell’epoca raffiguranti i dispositivi di tortura con le istruzioni per l’uso… incredibile. Bella gente, gentili e ospitali, grandi sorrisi e incredulità del nostro mezzo di trasporto.

Il mattino seguente partiamo, dopo aver fatto carburante con i nostri serbatoi flessibili, con l’aiuto di un furgoncino. La temperatura si è abbassata notevolmente, siamo a – 10 e inizia anche a piovere; siamo protetti con cerate, sotto le quali indossiamo pile e microfibre, sottocasco in microfibra e casco con visiera; non abbiamo freddo e grazie alla struttura che si evidenzia nelle foto, non ci bagniamo.

Purtroppo è quasi impossibile proseguire: la pioggia appena cade sul policarbonato, si ghiaccia e mettendo la testa fuori dalla protezione, si gela l’acqua sulla visiera del casco; dobbiamo ridurre molto la velocità e abbiamo solo la visibilità laterale. Anche se a turno puliamo il vetro anteriore con acqua e antigelo, la visibilità anteriore è molto scarsa.

Finché gli argini del Danubio si mantengono stretti, va bene, ma improvvisamente il fiume si allarga, diventando enorme. Non si vedono più le sponde, il fiume è diventato un’enorme palude con milioni di uccelli e insidiosi bassi fondali. Per proseguire dobbiamo seguire i segnali; pertanto facciamo delle piccole soste, facciamo il punto e proseguiamo, un vero e proprio calvario. Data la bassa velocità possiamo ammirare la bellezza selvaggia di questa località, metà ungherese e metà slovacca, che in pratica è regno incontrastato della natura.

Arriva il buio e ci fermiamo in un paesino di poche case, nel quale alloggiamo in una locanda dove dormiamo e mangiamo, esprimendoci a gesti. Il termometro segna -16 gradi. Oggi abbiamo navigato in condizioni estreme. Il Baltico in confronto è stato una passeggiata.

Il giorno dopo lo trascorriamo in questa immensa palude, navigando con molta cautela tra storni di uccelli di varie razze e paesaggi incredibili. Torniamo verso Bratislava a forte velocità, quando il motore inspiegabilmente perde potenza, fino a spegnersi. Mettiamo in moto l’ausiliario e manovriamo per ridossarci in un’ansa del fiume, dove c’è una banchina e una chiatta ormeggiata. Prima di arrivare all’ormeggio perde potenza anche l’ausiliario e si spegne, provo a far ripartire il motore primario, si riaccende subito e tossendo ci porta fino alla banchina. Facciamo tutti i controlli ed è tutto perfetto; tutti e due i motori, dopo i controlli, partono subito e vanno benissimo… mistero! Riprendiamo la navigazione e alternando l’uso dei due motori finalmente arriviamo a Bratislava. Stesso albergo e nuovo giro per la città; le strade sono tutte una lastra di ghiaccio… giochi di gambe per non perdere l’equilibrio e… tante risate.

Il giorno dopo la temperatura è risalita a -3/-4 gradi, si naviga bene, non ci sono problemi; riaffiora il problema dei lastroni di ghiaccio, li evitiamo quasi tutti, ogni tanto sentiamo uno schianto, ma abbiamo una carena robustissima, quindi siamo tutti tranquilli. Abbiamo realizzato una splendida avventura, abbiamo acquisito un’enorme esperienza, constatato quanto utili siano state le esperienze del passato in vari tipi di navigazione, abbiamo testato materiali, oli, soluzioni tecniche, sull’abbigliamento tecnico e sui motori. Ma soprattutto abbiamo testato noi stessi e le nostre amicizie unite dall’amore per la navigazione e l’avventura…

Ecco la chiusa di Vienna, mentre aspettiamo il nostro turno per passare, navighiamo un braccio del fiume che porta ad una zona industriale. Enormi strutture in acciaio e cemento, dove caricano e scaricano le chiatte, alcune sono vuote e si ergono fino a quattro metri fuori dall’acqua, altre sono cariche ed hanno un’opera morta non più di un metro; il tutto condito da germani maschi e femmine e decine di altri uccelli vari. Per noi questa visione è quasi irreale, la natura e l’industria condividono gli stessi spazi. Torniamo alla chiusa, aspettiamo ancora un po’, facendo uno spuntino e brindando alla felice conclusione dell’impresa. Dopo la chiusa lentamente navighiamo fino al cantiere, dove è tornata la corrente elettrica ed aliamo con l’aiuto di un carrello meccanico tirato da un verricello elettrico, ottimo finale dopo tanti problemi.

Il rientro è stato tranquillo con sosta a Salisburgo, le ultime parole che ricordo prima di salutarci, sono state: “Allora quand’è che ci torniamo?”.

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