Eclissi solare

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ECLISSI SOLARE

di Alessandro Roncaccia

Se c’è una cosa che mi ha sempre fatto tremendamente paura è l’entrata nel porto canale di Fiumicino con mare grosso.

Mi è capitato spesso di andarci, con la macchina da Roma, magari per mangiare un gustoso spaghetto con le vongole o una saporita frittura mista, e tutte le volte mi soffermavo a guardare quello stretto passaggio, immaginando quanto potesse essere impressionante e complicato il suo attraversamento in condizioni di mare formato.

Con la mia imbarcazione, “Nausicaa II”, lunga m 9,50 a motore, mi trovo spesso a navigare lungo quel tratto di costa ma, fino a quest’estate, per fortuna, non mi era mai capitato di dover entrare in quel porto.

Agosto 1999, io e la mia fidanzata Cristiana, decidiamo di partire per la crociera alla volta dell’isola d’Ischia.

Una serie di contrattempi e di avarie ci costrinse a rimandare la partenza di qualche giorno, tanto che la sorte volle farci lasciare gli ormeggi proprio il giorno dell’eclissi solare.

Questa particolare coincidenza, devo dire, mi lasciò in parte affascinato, l’idea di vedere oscurare il sole mentre eravamo in mare a qualche miglio dalla costa, rendeva certamente la traversata più interessante e particolare, ma da un’altra parte la cosa mi lasciava un poco preoccupato. Non sono molto superstizioso, ma quando posso evitare di mettere alla prova la veridicità di alcune dicerie, se dicerie sono, non ci penso due volte.

Questa volta, convinto di comportarmi in maniera più matura e più di tutto moderna, decisi che non valeva la pena perdere un giorno di vacanza per un motivo così stupido e concentrandomi solo sull’aspetto raro e spettacolare dell’evento decisi di partire.

Così, alle prime luci dell’alba, uscimmo dal porto di Cala Galera.

Il programma della prima giornata di navigazione prevedeva una sosta nel porto di Riva di Traiano per un rifornimento di nafta, per poi proseguire, tutto in una tirata, fino al porto di Nettuno, dove avremmo trascorso la notte, per poi proseguire per Gaeta e in fine l’isola d’Ischia.

Inizialmente il mare era calmissimo non c’era un alito di vento, e fu così fino a due o tre miglia da Riva di Traiano.

Quando entrammo nel porto l’eclissi non era ancora cominciata ma mancavano pochi minuti.

Mentre facevamo nafta, una leggera brezza di mare si alzava, ma non ci feci nemmeno caso, anzi, ricordo che mi soffermai a dialogare con la ragazza che lavorava li parlando, appunto, del fenomeno che stava per avvenire, scherzammo e ridemmo su questo e andando via, Cristiana le volle regalare un paio d’occhialetti, di quelli con le lenti schermate appositamente per vedere meglio l’eclissi, ne avevamo una decina a bordo.

Con i serbatoi pieni lasciammo il porto e mettemmo la prua su punta d’Anzio, per poi doppiarla ed entrare a Nettuno.

Dopo circa mezz’ora di navigazione il sole si era cominciato a scurire ma nello stesso tempo, quella che inizialmente avevo considerato una leggera brezza di mare, si era trasformato in un bel vento teso proveniente da nord ovest.

Il mare, di conseguenza, si stava cominciando a gonfiare e le prime creste bianche facevano la loro comparsa.

Più l’eclissi solare avanzava e più quel maledetto vento aumentava e con lui il mare, sembrava quasi che si fossero messi d’accordo.

Fortunatamente, provenendo da quella direzione, noi lo prendevamo in poppa o quasi al giardinetto e questo consentiva a Nausicaa di procedere senza troppa difficoltà.

Non era la situazione meteorologica del momento che mi preoccupava, ma bensì la sua tendenza che era chiaramente in peggioramento.

Vista la situazione e viste le miglia che mi separavano dal punto d’arrivo, mi balenò in testa l’idea di girare la barca e rientrare al porto di Riva di Traiano ma quando mi voltai a guardare dietro, mi resi conto che anche se il tratto da percorrere sarebbe stato sicuramente inferiore, avrei dovuto affrontare quel mare di prua e, vista l’altezza delle onde, lo ritenni poco prudente e teso come una corda di violino, decisi di proseguire.

L’eclissi, oramai, era completa e il mare era veramente sotto sopra, le onde, ogni tanto, sollevavano in aria la barca per poi farla scivolare giù facendogli toccare a volte anche i trenta nodi.

Quando il Nausicaa veniva giù dall’onda, infilava la prua nell’onda successiva alzando dei giganteschi baffi che il vento in parte vaporizzava trascinando via nuvole d’acqua.

Giudicare la situazione guardando dal vetro della plancia, vi assicuro che era impressionante, ma peggio di tutto era voltarsi indietro, solo in questa maniera si riusciva veramente a capire quale fosse la reale altezza delle onde.

Vedevo queste grosse montagne d’acqua rompere dietro di noi per poi raggiungerci minacciose, quasi a voler rompere nel pozzetto, ci sollevavano, ci spingevano per poi frenarci, dandoci a volte la sensazione d’essere fermi.

Devo riconoscere che ero molto preoccupato, indietro non si poteva tornare e mancavano veramente troppe miglia al porto di Nettuno.

In tutto questo esisteva anche un’altra problematica non indifferente, la mia esperienza mi diceva con certezza che se il mare era in quelle condizioni in quel punto, doppiamente peggiore sarebbe stata la situazione all’altezza di punta d’Anzio, essendo notoriamente quella una zona dove il mare tende a ingrossare.

Mio malgrado, vista la realtà dei fatti, l’unica soluzione prudente, o meglio meno pericolosa, era quella di provare a entrare nel porto canale di Fiumicino.

In quel punto la costa è molto bassa e oltretutto la visibilità non era delle migliori, ma sapevo che l’entrata del porto era a qualche miglio alla mia sinistra. Irrigidito dalla tensione, comunicai a Cristiana la mia decisione, lasciai i comandi della plancia inferiore e passai sul fly, convinto che da li avrei avuto una visuale migliore per riconoscere il porto.

Cristiana era a conoscenza di quel mio antico terrore e viste le condizioni del mare mi chiese se quella fosse veramente la soluzione migliore, le risposi che non ce n’erano altre.

Così cominciai a dirigermi verso la costa ma vi assicuro che non riuscivo a capire dove fosse l’imboccatura del porto, più a nord o più a sud.

A un certo punto vidi qualcosa che somigliava proprio a quello che cercavo e gli misi la prua sopra.

Era senza dubbio un ingresso ma il problema era se fosse l’ingresso del porto canale o se fosse Fiumara, la foce del fiume, dove la corrente che viene giù e la forza del mare che la contrasta crea una condizione pessima per qualunque imbarcazione decidesse di affrontarla.

Tenendo quella prua, chiaramente, il mare lo prendevamo di fianco e di conseguenza gli schizzi erano trascinati a una velocità pazzesca a bordo e come aghi affilati, a ogni colpo di mare, m’investivano in pieno, bagnandomi e appannandomi gli occhiali, diminuendo di conseguenza la visibilità.

La sorte mi aveva, chiaramente, giocato un brutto scherzo, quella non era l’entrata del porto canale ma era proprio la foce del fiume, lo capii solo quando vidi le bilance dei pescatori arroccate sulla costa, avevo chiaramente sbagliato, l’entrata del porto si trovava più a nord.

Cambiai di nuovo rotta mettendo adesso la prua quasi al mare cominciando a risalire la costa. I fattori che compromettevano la visibilità erano, a questo punto, diversi: a) la leggera foschia; b) gli schizzi sollevati dal vento; c) gli occhiali appannati, d) la tensione nervosa che non ti consente di calcolare bene i punti di riferimento e come se non bastasse tutto questo, ci si era messa anche quella maledetta eclissi solare che sfalsava tutti i colori della costa rendendo impossibile riconoscere dove finiva il mare e dove, invece, cominciava la terra.

Nonostante tutte queste avversità, riuscii ad avvistare la diga foranea nord del porto e cominciai l’avvicinamento. Arrivato a poca distanza dall’entrata mi accorsi che tutte quelle che erano state le mie ipotesi su quell’imboccatura con mare grosso, non erano state assolutamente sbagliate. Le onde, già grandi, formate dal forte vento, all’altezza del frangi flutto si gonfiavano enormemente, diminuendo la distanza fra una e l’altra e rompendo, esattamente come quando in spiaggia arrivano i cavalloni, quelli con cui quando eravamo piccoli giocavamo a farci travolgere o a farci trascinare fino a riva.

La differenza era che quello non era un gioco, dovevo far passare la barca in quel punto, molto stretto, con un muro di cemento armato da un lato e una scogliera artificiale dall’altro, cercando anche di evitare la secca che si trova alla sinistra dell’entrata.

Mi feci coraggio e poiché non vi erano alternative a quel passaggio, strinsi il timone fra le mani e cominciai a entrare.

La mia velocità era tra i quindici e i diciotto nodi con duemila e duecento giri di potenza ai motori.

Sapevo che l’unica maniera di entrare bene era quella di cavalcare un’onda, senza mai perderla, per farmi portare fino a dentro da lei, quindi non diminuii la potenza e cercai di entrare così.

Tolsi completamente portanza ai flap per alzare la prua e tenere più immersi i timoni, in maniera da avere più controllo della barca, scelsi un’onda e mi ci misi sopra.

Cristiana era aggrappata con una mano alla poltrona del fly e con l’altra mi stringeva una coscia infilandomi le unghie nella carne, ma tale era la mia tensione che nemmeno me ne accorsi. L’onda ci porto bene fino a metà tragitto perché dopo cominciò a rompere e nonostante le mie continue correzioni al timone non riuscivo a tenere la poppa in linea, la prua si cominciò a infilare nell’onda successiva, provocando un incontrollabile zigzagamento. Ora puntavamo la diga a destra ora quella a sinistra, capii che la potenza non era sufficiente e contro qualunque reazione istintiva, portai la mano sinistra alle manette portandole tutte avanti.

La velocità rimase assolutamente immutata, la barca cominciò a vibrare ma riprese la linea, tirò fuori la prua dall’onda e riuscì a scavalcarla.

Finalmente eravamo all’interno ma non tolsi motore fino quasi arrivato alla darsena, li fermai tutto e misi in folle.

Rimasi seduto sulla poltrona di guida, immobile, cercando di rilassarmi, ci riuscii solamente quando rivolsi lo sguardo all’uscita del porto vedendo quei frangenti su cui noi, pochi minuti prima, eravamo passati.

La paura era stata tanta ma era tanta anche la soddisfazione di aver superato quella prova che da tempo temevo, come quando il figlio di un capo indiano uccide il suo primo cervo, entrando di diritto a far parte dei cacciatori.

Ora io non so se quella situazione meteorologica fosse strettamente collegata all’eclissi solare, fatto sta che nessuno mi ha mai detto che in presenza di fenomeni astronomici di quel genere è poco prudente prendere il mare e se non ci sono spiegazioni specifiche del fatto, vuol dire allora che quelle famose dicerie sulla malasorte, collegate a queste fenomeni, non sono poi del tutto fasulle?

La risposta non la conosco, fatto sta che in presenza d’eclissi, di comete o di quant’altro si voglia, la prossima volta io preferisco rimanere in spiaggia, all’ombra di un sicuro ombrellone.

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