Le balene del Madagascar

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LE BALENE DEL MADAGASCAR

Testo di Renato Ferrante

Le ho immaginate per tanto tempo, su di loro ho letto quanto più possibile, ho a lungo pensato a quella coda, a quella foto che io avrei scattato e che, su un pannello di due metri, avrebbe troneggiato sul mio letto; dopo tutto questo, ora, finalmente, sono riuscito a organizzare il viaggio che me le farà incontrare davvero.

Alla fine di un preliminare giro dal sud al centro del Madagascar durato circa 6 giorni (una cosa tipo 35 chilometri in 1 h e 45′), arrivo a Saint Marie, minuscola quanto bella isola in un’isola, a nord est dell’isola madre, riferimento costante di 200 megattere, più o meno, che vengono qui a riprodursi e a partorire; certe che la cosa peggiore che gli può capitare è di incontrare un minuscolo esserino di un paio di metri al massimo, dall’aspetto curioso di una foca e il più delle volte dallo sguardo beota di chi non crede ai propri occhi, pur avendo trovato il coraggio di tuffarsi per nuotare, o provare a farlo, insieme a loro.

Apparentemente lontane dalle pericolose rotte oceaniche, dopo aver percorso migliaia di miglia marine seguendo la stessa rotta da centinaia, forse migliaia, di anni, perfettamente guidate da, diciamolo, qualcosa che ancora non conosciamo, ma che funziona perfettamente; schivando, come neanche in Matrix avremmo visto, gli arpioni esplosivi made in Japan; evitando, miracolosamente, i falsi campi magnetici creati dagli U-Boat made in U.S.A., finalmente arrivano, tra maggio e giugno, in vista delle coste malgasce.

Quel che si vive arrivando, invece, in aereo a Saint Marie è qualcosa che somiglia molto a un atterraggio di fortuna in un paradiso in terra e la descrizione non è delle più facili. Una mini pista che, a fatica, si fa strada tra una vegetazione lussureggiante e alberi e piante di mille colori; un aeroporto che accoglie chi arriva a orari che niente hanno a che vedere con quelli previsti, se mai siano stati previsti degli orari. D’altra parte qui, ormai, niente ha meno importanza dell’ora.

Finalmente, per pura fortuna, arriviamo al Masoandro, il nostro resort costruito da un italiano, in uno spiccatissimo stile keniota sul genere “La mia Africa” – se capite cosa voglio dire – affacciato su di una piccola baia che guarda il canale con l’isola madre.

Qui, senz’altro indugio, mollati i 35 chilogrammi di bagaglio (non è che mi sia portato dietro il frigo, ma c’era dentro l’attrezzatura sub), mi avvio sul pontile che finisce alla base di un grosso scoglio al limite della baia. E lì mi arrampico, in compagnia dei miei pensieri e di Otis Redding che, anche se non ho il walk man, mi canta Sitting on the docks of the bay nelle orecchie.

Quello che vedrò tra poco ha, per me, dell’incredibile. A non più di duecento metri, madre e figlio, le vedo passare nuotando pigramente, come in uno struscio sul lungomare in un giorno di festa. Un giorno di festa sicuramente per me, vedo le loro schiene nere, importanti, roteare fuori dal pelo dell’acqua senza creare il minimo increspamento; e rimango lì, con la faccia beota, impreparato a un inizio di spettacolo così immediato, incapace di spiccicare una parola – il che, in compagnia di Gianluca, mio nipote, che mi aveva raggiunto nel frattempo e che è già taciturno per fatti suoi, non è una bella cosa.

Quella notte, va da sé, mi sono addormentato con il pensiero di quello che avrei visto l’indomani, uscendo con la barca per incontrarle più da vicino.

E così la mattina dopo, alle 8,30, siamo già al molo pronti e impazienti (almeno, io ero impaziente; Gianluca, più probabilmente, stava ripetendo mentalmente l’ultima lezione dell’esame che dovrà fare tra due mesi).

In 7 passeggeri, più 82 tra macchine fotografiche, teleobiettivi da stadio, videocamere quasi da polso e attrezzatura sub, ci sistemiamo sul barchino di 7 metri e mezzo abbassando la linea di galleggiamento al limite del tientibene ma, tant’è, la corazzata Potionkijn (si scriverà così?) si muove.

Vedere un TIR che, improvvisamente, esce dall’acqua, è già un’esperienza che non si ripete ogni giorno; se poi il TIR risulta anche animato da vita propria, come una balena di 16/18 metri, allora l’esperienza che stai vivendo, unica e irripetibile ogni volta, te la porterai dentro finché campi. Il naturale epilogo di questo viaggio, teso a incontrare le balene più giocose e curiose del mondo, sarà immergersi con l’intento di vederle, più da vicino, sott’acqua. E infatti ci immergiamo, in quattro, poco lontano dalla costa, in prossimità della caduta del reef, ma non le vedremo.

Succederà però qualcosa, sott’acqua, che ci inchioderà per qualche minuto al fondale, con lo sguardo che cerca conferma negli occhi della nostra guida e che ancora oggi, al solo ricordo, mi emoziona.

A un certo punto, mentre ognuno nei suoi pensieri pascolavamo lungo la parete, un rumore sordo, vibrante e crescente, riempie l’acqua attorno a noi. È il primo momento di sgomento; neanche il tempo di girarci e un secondo lamento, simile al primo, ci raggiunge e via così per 5/6 minuti. Era il canto di una, o forse più, megattere, lontane o vicine non è dato saperlo, che in qualche modo comunicavano tra loro e che, ti assicuro, se non sei fatto in fibra di carbonio, ti fa venire la pelle d’oca. È tempo di chiudere e l’ultima cosa che ritengo necessario dire è che questo è il mare che vorrei. Frequentato da animali che non hanno ragione di temere l’uomo e che l’uomo dovrebbe amare, perché da essi ha molto da imparare. Un mare da far frequentare a chi verrà dopo di noi e che invece ne verrà privato – e questo, senza retorica, è un fatto acquisito.

L’invito è a sviluppare il più possibile la curiosità di ciascuno e a vivere quanto prima questo tipo di esperienze perché noi, io credo, siamo quello che conosciamo.

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