Sanremo-Calvi, ore 00:00 acqua in sentina

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

SANREMO-CALVI
ORE 00:00 ACQUA IN SENTINA

Testo di Giuliano Cattaneo
Pubblicato su Nautica 504 di aprile 2004

Qualche ora più tardi, verso le 20, il vento si stabilizza dai 20 ai 25 nodi; la barca viaggia bene, toccando spesso gli 8 nodi; le vele non paiono sotto eccessivo sforzo, ma, anche se il bollettino prevede un forza 4 con locali rinforzi, per cui la situazione non dovrebbe mutare di molto e la falchetta di sottovento è ancora fuori dall’acqua, penso che dovrei ridurre un pò la velatura. Ma non riesco a decidermi. Non ho assolutamente voglia d’impegnarmi in un lavoro che, semplicissimo a descriversi davanti a un bicchiere di birra, come più volte avevo fatto, diventa faticoso soltanto a pensarlo, ora che dovrei compierlo con lo stomaco ancora recalcitrante e qualche onda che comincia a correre sopra la coperta, invece di starsene al suo posto e passare sotto la chiglia. “Avvolgiamo almeno il genoa!” mi dico “Poi vedremo… tanto, più di così non dovrebbe aumentare…”.

Senza la vela all’estrema prua, la velocità diminuisce di un paio di nodi.

Sentendo armeggiare in coperta, Angelo spunta dal tambuccio. Nonostante continui a ripetermi che non è necessario, perché il vento non dovrebbe aumentare, mi costringo ad approfittare di questa sua comparsa per andare a prendere anche due mani di terzarolo alla maestra e una alla mezzana; meglio abbondare… già che ci sono: il pensiero che il bollettino potrebbe essere non proprio centrato, il sentirmi non in piena forma e la vista di Angelo in condizioni quasi cadaveriche, mi fanno decidere per quella mezz’ora buona di lavoro che avevo tentato di rimandare. Con le mani di terzarolo e la trinchetta, la barca fende le onde, che la colpiscono al mascone di dritta, a una velocità attorno ai 5 nodi. È proprio vero che quando ci si chiede se è il caso di fare una cosa, bisognerebbe averla già fatta! Questa, almeno su una barca, dovrebbe essere una regola aurea, se non proprio ferrea: infatti, dopo poco, l’anemometro comincia a salire, a sbalzi, fino a segnare i 42 nodi, indicando il vento sempre dalla solita direzione, che per noi, vuol dire una bolina attorno ai 50 gradi. Mentre qualche onda comincia a passare anche sopra il capottino, Angelo sta sempre peggio; dopo che ho preso i terzaroli, era rimasto in pozzetto, sdraiato, nella speranza che l’aria fresca potesse giovargli. Alla fine, però, decide di scendere in quadrato a stendersi sul pagliolo, da dove, ogni tanto, striscia ad abbracciare la tazza del cesso. È quasi mezzanotte quando, facendo capolino, con l’aria stralunata e, cercando di dare alla voce il tono più banale che gli riesce, mi chiede: “È possibile che ci sia acqua in sentina?”

“Acqua in sentina!? Come, acqua!?” Mi sento accapponare la pelle!

“La vedo salire dal pagliolo… ogni tanto…”. Sebbene tra le spire d’un tremendo mal di mare, cerca di darmi la notizia nel modo meno allarmante.

Mi precipito in quadrato, alzo un pagliolo di sinistra, dal quale ritmicamente, seguendo il rollio della barca, fuoriesce acqua, e vedo la profonda sentina colma di liquido che, nella penombra della scarsa illuminazione interna, è nero e minaccioso. Mentre mi ripeto che quello che sto guardando non può essere vero, chiudo la saracinesca della presa a mare per il raffreddamento del motore, infilando nell’acqua fluttuante il braccio fino al gomito: è l’unica valvola aperta, quindi la perdita deve essere lì, dato che mi sembra improbabile che uno scafo d’acciaio 510 possa cedere da qualche parte senza, oltretutto, che non si sia avvertito neanche un botto. Subito dopo mi succhio le dita bagnate, per sentirne il sapore: salato, ma non tanto quanto la normale acqua di mare! Questa scarsa salinità apparente mi rende dubbioso: è veramente poco salata, o sono io che, spinto dall’angoscia, la percepisco così? Per sincerarmene ne bevo un paio di piccoli sorsi. Sì, non c’è dubbio, è scarsamente salata. Perciò, nonostante il cervello si stia rifiutando ancora di lavorare, riesco a comprendere che il liquido è formato da un miscuglio d’acqua dolce e di mare, grosso modo in parti uguali. A questo punto, azionata la pompa di sentina, sento la stretta, che m’aveva preso al basso ventre, allentarsi, lasciando il posto a una rabbia incalzante: possibile che su una barca nuova debba sempre esserci qualcosa che non va?

L’acqua dolce non può venire altro che dai serbatoi, e su questo non ci sono dubbi, ma è estremamente difficile che abbiano qualche falla, dato che il cantiere costruttore dello scafo (diverso da quello che s’è occupato dell’allestimento) aveva insistito per farli d’acciaio inox di 3 millimetri di spessore, nonostante io li volessi meno “robusti” (per via dei costi); l’acqua dolce, quindi, deve arrivare da qualche tubazione che quelli del cantiere d’allestimento avevano sistemato alla… alla… la parola mi viene, nitida e calzante per definire il lavoro e chi l’ha fatto, ma non mi sento di riportarla! In qualunque modo sia, dai serbatoi più di quel tanto non può arrivarne; cerco quindi di capire da dove proviene l’acqua di mare. Un breve sopralluogo è sufficiente per stabilire che, ad ogni ondata che passa in coperta, degli abbondanti spruzzi entrano dai passauomo, infilandosi con forza tra le loro mastre e la coperta: segno che anche la sigillatura è stata fatta con la stessa perizia usata per le tubature… Però la quantità d’acqua che da lì arriva mi sembra decisamente insufficiente a salare tutta quella che c’era in sentina. Decido che una volta arrivati a Calvi (e dovremmo arrivarci, visto che la probabilità d’affondamento s’è rivelata inesistente), smonterò tutto lo smontabile per capire da dove è arrivata tutta quell’acqua! Verso le 2 di notte, viaggiando sempre contro un vento che si mantiene oscillante dai 29 ai 40 nodi, Angelo ritorna al suo posto, sul pagliolo del quadrato, e io al mio, sotto il capottino, con l’animo più tranquillo, dato che non ci sono più motivi per temere un naufragio, ma con la mente rivolta in direzione della sede del brillante cantiere d’allestimento, mandando tanti di quegli accidenti e maledizioni che, tutto sommato, è un bene che io non abbia doti telepatiche!

Una volta a Calvi, dopo un breve riposo, ci dedichiamo al rassettamento generale. Per prima cosa si toglie tutta l’acqua residua, asciugando per bene la sentina. Nel compiere quest’operazione, noto il segno di un rigagnolo, neanche tanto sottile, che provenendo dalla paratia stagna di poppa, va a finire nella sentina centrale, in quadrato. È un fatto che mi lascia perplesso, perché a poppa non c’è assolutamente nulla che possa dar luogo a una perdita o infiltrazione: serbatoi non ce ne sono, non ci sono finestrature o prese d’aria esposte e, fatto principale, quella sentina è isolata dal resto della barca da una paratia d’acciaio, che io ho visto saldare e controllare durante la costruzione dello scafo. Quell’acqua però non può essere venuta altro che dal gavone di poppa, perché il fondo del “Fedro II” è inclinato da poppa verso il centro barca e, nonostante si sia ballato alquanto, l’acqua non può andare in salita. Mi metto con pazienza a controllare tutto quanto, palmo a palmo. E scopro l’arcano. Il portellone posteriore d’accesso al gavone era stato reso stagno con guarnizioni di mezzo centimetro di spessore, ma posizionate… quando scopro come, sento che sarei disposto a torturare! Una è in linea con il bordo della mastra sottostante, ma le altre tre no! Quella sistemata correttamente, perciò, ha l’effetto di tenere socchiuso il portello, con tutt’attorno una fessura di mezzo centimetro di luce! E siccome un bel pò d’ondate, rompendosi sul mascone, mandavano cascate d’acqua anche in pozzetto, è logico che ci sia la sentina poppiera a mollo! Acqua in quella sentina va bene, ora mi è chiaro, ma come mai me la son ritrovata in quadrato, se c’è una paratia stagna di mezzo? Semplice: sono stati fatti quattro buchi in quella paratia, per farci passare i cavi delle batterie che si trovano a poppa; buchi attraverso i quali, oltre ai cavi elettrici, ci passa la prima falange del mio dito! Sostituite le guarnizioni del portello e otturati provvisoriamente con del silicone i buchi, vado a ispezionare i due serbatoi d’acqua dolce: tutto regolare, tutto asciutto, sia l’ingresso e l’uscita delle tubazioni, sia le bocche d’ispezione. La spiegazione può essere solo che l’acqua sia uscita dal tubo di sfiato che, evidentemente, fa qualche sifone nel suo percorso fino all’uscita sullo specchio di poppa; ma, se si trattasse soltanto di questo, il sifone avrebbe provocato, a barca sbandata, la perdita di un paio di centinaia di litri d’acqua in mare; ritrovandomeli invece in sentina, vuol dire che c’è qualche pezzo di tubo libero, che sfiata in barca. Quando sarò tornato a Sanremo, avrò un bel pò di lavoro da fare! Dovrò togliere tutte le pannellature della fiancata sinistra, fino allo specchio di poppa, per seguire le tubazioni. Se una breve ispezione ha rivelato una precisione e accuratezza di lavoro del genere, scoprendo tutta una fiancata, cosa ci troverò?

Se avete intenzione d’avere una barca, compratela usata, così che tutte le magagne sono già state sistemate dal vecchio proprietario; oppure allestitevela da soli, anche se pensate di non essere in grado di farlo: è l’unico sistema per evitare che degli scaltri e improvvisati esperti si facciano profumatamente pagare per lasciarvi in regalo delle solenni castronerie, che poi, in ogni caso, dovrete sistemare voi! Se non volete correre il rischio d’essere infinocchiati di nuovo!

sull'autore

Nautica Editrice

Nautica Editrice

Lascia un commento

Optimization WordPress Plugins & Solutions by W3 EDGE
Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla Newsletter

Potrai essere aggiornato su tutte le novità sul modo della Nautica.

Grazie la tua iscrizione è andata a buon fine.