Ritorno al regno del Meltemi

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RITORNO AL REGNO DEL MELTEMI

Adriatico e Mediterraneo Orientale

Appunti di navigazione di Pietro Palloni
raccolti da Eolo Attilio Pratella

Pubblicato su Nautica 507 di luglio 2004

Dopo qualche mese, torniamo al porto di Kushadasi, in Turchia, per raggiungere la barca lasciata in questo marina, molto ben protetto e sicuro. Si tratta di riprendere il viaggio che completa la nostra conoscenza delle isole dell’Egeo e del Mediterraneo orientale.

La barca l’abbiamo trovata a posto, qui al marina di Kushadasi; nella zona ci sarebbero state, per questa sosta di parecchi mesi anche altre opzioni/alternative ma, una volta scartata Smirne (Izmir) per vari problemi, non ultimi quelli di una città vecchia e con l’acqua particolarmente sporca; e scartata anche Cesme, più a nord, a causa di un marina troppo piccolo (anche se efficiente, a onor del vero), ci siamo fermati qui a Kushadasi, particolarmente protetto a nord dalla costa turca.

Con i suoi 350 posti, le attrezzature efficienti (aeroporto, supermercati, officine, autostrada ecc…) ci è sembrato il luogo migliore per una sosta invernale di qualche mese. Caratteristica peculiare di questo marina è l’ampio bacino evolutivo e anche la grande gentilezza della gente locale. Inoltre, “a due passi” da qui è situata Efeso, punto importante nella vasta zona archeologica dell’antica Jonia con Troia a nord e Mileto a sud. Il fascino di queste puntate archeologiche è senz’altro gradito e importante per tutti.

Il periodo migliore per partire da qui per il tragitto che ci deve riportare a Rimini, stabilito come rientro in Italia, è nel mese di giugno. Preferibile quindi iniziare a scendere verso sud in questo periodo, in quanto il meltemi non è ancora formato ed è lontano dall’aggressività che presenta in agosto.

Passiamo quindi nello stretto tra la costa turca e l’isola di Samos diretti a Bodrum (l’antica Alicarnasso)), ove vi è un grande e importante castello e due pontili attrezzati per un marina tutto sommato molto modesto. Sono poche, purtroppo, le possibilità di ormeggio, anche se c’è una grande città nelle vicinanze e un aeroporto su cui far conto.

La zona di Marmaris a Sud è, per la sua posizione e il traffico di mezzi passeggeri, un posto molto conosciuto come base di numerose organizzazioni charter. Di fronte si trova l’isola di Knidos che offre l’emozione di ormeggiare, una volta passata punta Deveboynu, di fronte alle rovine di un antico teatro greco (36° 41′ 16″ N – 27° 22′ 32″ E).

Fethiye è una città molto vivace, con pittoreschi bazar, situata in fondo a un golfo molto bello che nella parte nord è costellato di isole. La città è grande e importante; ha un marina in avanzata costruzione ma già accessibile, posto adatto comunque a un cambio di equipaggio data la presenza dell’aeroporto ad Antalya.

A Kemer troviamo un altro marina (200 posti e ottima attrezzatura), e proseguiamo per Finike, con un porto molto caratteristico. Superata la baia di Cineviz, molto frastagliata e profonda, e successivamente Kemer, raggiungiamo la grande e importante città di Antalya, ricca di testimonianze archeologiche eccezionalmente interessanti, ma con scarsissime possibilità di ormeggio in un porto praticamente occupato solo da caicchi. È consigliabile arrivare al marina sul lato ovest del golfo omonimo; vi sarà la possibilità di trovare un’ottima sistemazione con infrastrutture e organizzazione eccellenti. Ad Antalya finisce il turismo, perlomeno quello locale, che rimane stranamente compreso nel tratto che va da Bodrum ad Antalya. A questo punto il viaggio continua, ma troveremo da questo punto solo naviglio commerciale. Da qui arriviamo ad Alanya. Siamo a metà giugno e il meltemi è ancora maneggevole.

A Kiskialesia Dasa ormeggiamo tra i castelli gemelli per un breve bagno in compagnia delle tartarughe. Non essendo consigliabile fermarsi per la notte, proseguiamo per Mersin, quest’ultima è ancora una grande città con un ampio porto commerciale. Ma alla ricerca di un ormeggio più tranquillo abbiamo fatto rotta su Limonlu (Limini) (36° 33’59” N – 34°14’52” E) ma qui, con nostra grande sorpresa, il fondo segnalato di 4 metri è invece meno di 2, portandoci inevitabilmente a toccare sul fango, per fortuna, quasi una premonizione, eravamo entrati con estrema cautela, andando pianissimo.

Dopo esserci facilmente disincagliati ci avviamo verso Mersin. Con grande cortesia la Guardia Costiera ci guida, per mezzo di una grande unità, verso una banchina sicura. Dopo il cambio di equipaggio scendiamo verso Iskenderun (Alessandretta), grande porto commerciale con numerosi traghetti e assenza di segni di turismo. Tutto sommato nulla da consigliare. Dirigiamo al confine con la Siria, ma prima di arrivarci facciamo scalo in un piccolo porto, l’ultimo della Turchia: Cevlik (35° 54′ 58” N – 36°07’56” E), non segnalato su alcuna carta.

La Siria è a circa 20 miglia. Veniamo fermati da due militari che a bordo di una barca da pesca di 6/7 metri stanno trafficando con lenze fuori dal bordo in compagnia di due veri pescatori. Ai loro primi segnali rispondiamo salutandoli come avevamo fatto in precedenza. Per tutta risposta ci spianano contro i kalashnikov, vi garantisco che sono estremamente eloquenti. Poi ci accompagnano verso terra dove attendiamo l’arrivo del loro superiore che, dopo un breve controllo dei passaporti, ci fa proseguire. Abbiamo accumulato un ritardo di circa tre ore per l’arrivo nell’enorme porto di Latakia (avevamo avvertito regolarmente le autorità portuali). Ci stavano aspettando dopo il preavviso ricevuto dal comandante dei due poliziotti. Tutti comunque molto gentili anche se non sapevano dove ormeggiarci, alla fine ci hanno sistemato assieme alle vedette militari. Per loro confessione, a memoria d’uomo non ricordavano barche a vela italiane entrate in Latakia.

La visita alla città siriana è più che altro una visita da curiosi. Sono comunque tre giorni su una terra gradevole e gentile, che ci permette tra l’altro di ripercorrere fatti lontani sull’onda dei Cavalieri delle Crociate che usavano questo percorso. È un ambiente gradevole e, in particolare, la temperatura è molto più dolce di quella di altre zone costiere della Turchia.

Successivamente attraversiamo verso Cipro lasciando a dritta Famagosta e puntando a Larnaka. (110 miglia). Siamo così rientrati nella parte greca dell’isola di Cipro che ha molte barche in circolazione. Difficile trovare ormeggio perché i porti sono pochi e soprattutto destinati al naviglio locale minore. L’isola è divisa politicamente in due, con Famagosta nella parte turca. Anche l’altro porto importante Limassol, con un marina basso di fondale, presenta difficoltà alle barche più grandi. Ci fanno comunque sostare ma non si parla di accostare in banchina; solo ormeggio alla ruota in porto. Assenti anche le strutture per un turismo frequentabile dal diporto. Interessante ormeggio invece è a Fontana Amorosa (35° 05′ 34″ N – 32°18′ 29″ E).

Si ritorna ora alla costa turca puntando su Kemer (125 miglia) tutto cammino contro vento. Vi facciamo nuovamente ingresso e riusciamo a espletare le pratiche in mezza giornata. Seguiamo la costa turca sino a Kecova. Bellissima posizione per i bagni e sosta è a 36° 12′ 22″ N – 29° 53′ 50″ E. Il turismo qui ricompare come per incanto. Passando per Kastellorizo – posto magico che ci riporta nell’ambiente del film “Mediterraneo” – si entra di nuovo in Grecia e se non si vuole rifare rientro in Turchia si punta direttamente su Rodi l’isola maggiore del Dodecanneso (rotta WNW 285° per 70 miglia).

Questa parte del viaggio dalla Siria a Corfù viene fatta generalmente di bolina con venti che a seconda dell’ora e della stagione variano dai 10 ai 40 nodi, alzando un mare corto e ripido poco agevole. Nel nostro caso abbiamo invece trovato condizioni quasi ideali…! 8/18 nodi e mare quasi calmo, Quando ci siamo presentati davanti al cervo e alla cerbiatta che sormontano le colonne d’ingresso al Mandracchio (il porto di Rodi) potevamo dirci molto soddisfatti.

Questo scalo (Mandraki) per la notorietà e per la posizione strategica, è sempre molto affollato. Si scopre questa isola magica con clima e vegetazione bellissima e tanti legami con la storia. È anche il regno dei charter, che si affollano in partenza nel grande porto.

Rodi è città molto turistica, con gente cordiale e abituata all’accoglienza. A questo punto siamo davanti a una scelta da fare relativa all’attraversamento dell’Egeo per raggiungere il Peloponneso. La prima opzione, partendo da Rodi, è quella di scendere verso sud ovest facendo Scarpanto, Kasos, Creta, per poi risalire dopo Kitera al Peloponneso, oppure, sempre da Rodi, dirigere su Simi Kos, dove ricomincia un meltemi forte e poi attraversando le Cicladi: Antispaleia (Stampalia) Naxos, Paros, Sifnos, atterrando su Yhdra e al Peloponneso. La differenza è questa: facendo la rotta bassa si passa per Creta che pur essendo un’isola turistica è anche molto bella e vale la pena d’essere visitata, si resta comunque sempre sotto meltemi col vento al traverso, mentre invece risalendo nelle Cicladi abbiamo isole meno turistiche, interessate da un meltemi più sopportabile sui 25/35 nodi.

Come abbiamo detto questa condizione è forte e non invoglia certamente un turismo nautico più tranquillo e comodo. Una considerazione da un punto di vista economico. Sono zone dove si mangia bene con l’equivalente di 5/10 Euro. I porti, fermandosi per una giornata, non sono cari. Siamo lontani dalle tariffe croate. La rotta meridionale, comunque, permette di visitare due isole bellissime come Karpatos e forse l’ancora più bella Kasos (praticamente non toccata dal turismo) tutto ciò prima di arrivare a Creta.

L’isola di Creta dà la possibilità nella sua parte settentrionale di utilizzare diversi e comodi ormeggi: Spinalonga, Ag. Nikolaos, Iraklion (Candia, grande città con un ampio porto commerciale protetto dal frangiflutti esterno), Suda, Rethimon, Chanià (una volta capitale di Creta). L’origine veneziana di tante antiche strutture è più che evidente.

Assolutamente sconsigliabile la parte meridionale di Creta, sia per un fastidioso vento catabatico che costringe le imbarcazioni a vela a stare ad almeno 4 miglia dalla costa, sia perché non esistono ormeggi. Arrivati quindi a Chanià lasciamo la grande isola di Creta in traversata verso Kithera (Cerigo). Sono 30 miglia per 330°. Kitera ha un porto formato da due grosse anse: una con acqua molto bassa riservata alle barche da pesca minori e l’altra per l’ormeggio del diporto.

Ora risaliamo verso nord ovest lasciando a dritta sia la penisola dei Mani sia il grande golfo di Messinia e Capo Matapan (ricordando naturalmente la battaglia navale italo-inglese del 1941) diretti a Methoni-Coroni località pesantemente fortificate dai veneziani con costruzioni poste sulle punte meridionali del Peloponneso e perciò chiamate “gli occhi della Repubblica”. La rotta a Nord tocca posti altrettanto belli e famosi, come la frastagliata Simi, la mondana Kos, l’incantevole Stampalia fatta a forma di farfalla, la diruta Amorgos.

Due isole importanti sono Pharos e Naxos, che appartengono alle Cicladi centrali. Di queste, Naxos è la maggiore. È di casa qui la leggenda di Teseo, del Labirinto e del Minotauro, ma comunque l’isola è battuta dal vento parallelo nella costa del lato ovest. Per il resto è boscosa e fertile. Di fronte c’e Paros, divisa con uno stretto da Anti-Paros.

Fra Anti-Paros e Despotico (ultima di questo gruppo di isole verso Ovest) c’è una gradevole rada nella quale si entra solo da sud, in quanto il passaggio a nord ha fondali al di sotto del metro. È praticamente deserta, ma si vedono purtroppo già evidenti i segni di lottizzazioni che fanno prevedere tra pochi anni irreparabili danni ambientali; ci sono poi Kitnos, Serifos, Sifnos, che pur essendo vicine a una moderna Atene hanno conservato la grecità di una volta; seguono Poros (la Portofino greca) e Hidra, l’isola senza macchine ma con i caratteristici asinelli usati per ogni trasporto, e ancora Spetze (chiassosa e multicolore).

Ci si collega a questo punto con la rotta meridionale a Methoni. Quest’ultima località è caratterizzata da una punta fortificata dai Veneziani con antistante un fortilizio turco. Il porto è sul lato orientale della fortezza, protetto da un frangiflutti a sud. Va prestata molta attenzione, in quanto in questo approdo c’è poca profondità.

Siamo ora in rotta per Itaca facendo a ritroso il percorso descritto nella prima parte del nostro viaggio. Da osservare e ripetere ancora che le segnalazioni ottiche notturne sono ridotte all’essenziale. Da fidarsi quindi solo dei fari di rotta mentre per altre luci ci sono problemi di discontinuità.

Proseguendo avremo di fronte Cefalonia, la grande isola ionica alquanto scarsa in fatto di vegetazione, dominata dal Monte Nero e con foreste di pini nei versanti orientali. In fondo al golfo di Argostolion, in un posto piacevole, c’è Nutria con una fortezza veneziana oggetto ai tempi di una clamorosa conquista da parte dei Turchi.

Uscendo dal golfo, per un giro strano si ha ancora il vento di prua e superato capo Akroteri c’è tutto lo Ionio davanti. La situazione è decisamente cambiata rispetto a quella delle isole che si trovano nella zona est dell’Egeo.

Siamo arrivati oltre la metà di luglio e il meltemi proprio in questo periodo comincia a farsi sentire più forte nelle zone che abbiamo lasciato. La risalita ora verso il Canale d’Otranto è in regime di maestro al pomeriggio e quindi le situazioni meteorologiche sono più favorevoli. Si naviga ora verso Othonoi (Fanò) l’isola più settentrionale a nord ovest di Corfù per poi iniziare la traversata di 43 miglia verso Otranto.

Ecco che si presenta il clima meteorologico dell’Adriatico, consueto agli inizi di agosto. Le alternanze del vento da maestrale a scirocco, con una nota corrente contraria, fanno parte di questo viaggio di risalita e portano a cercare aria lungo la costa sino alle Tremiti o verso il centro, tenendosi a destra di Palagrusa, puntando poi dopo le Incoronate su Pesaro per risalire ancora con le termiche verso Rimini, meta finale di questo lungo viaggio in cui abbiamo percorso circa 7.000 miglia.

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