Da Crotone a Le Castella

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

Martedì 17 Agosto 1999
DA CROTONE A LE CASTELLA

Testo di Livio Vienna
Pubblicato su Nautica 516 di aprile 2005

“Né de venare, né de marte, no se marida, no se parte, e no se da prinsipio a l’arte” (né di venerdì né di martedì non si celebrano matrimoni, non si intraprendono viaggi e non si inizia alcuna opera)… dicevano i nostri vecchi… ma noi “lupi di banchina” non siamo superstiziosi…

Primo pomeriggio di tarda estate, da oltre la massiccia diga che cinge il porto vecchio, lo scirocco ci manda a dire che non è più arrabbiato anche se brontola ancora un pò, più per dovere di copione che altro.

Cime di poppa alla passerella metallica e corpo morto in prua siamo, da ieri sera, nel simpatico porticciolo di Crotone, ospiti di uno dei rari “marina” dove si respira ancora aria salmastra, merito in gran parte dell’intrinseca natura del luogo, ma ancor più dei gestori, (non più giovanissimi) sicuramente uomini che hanno vissuto il mare, che usano come “reception” la superstite torretta di un vecchio bunker, che conoscono, e sanno dosare, le parole grate a chi va in barca per amore del mare, che non ti chiedono le coordinate bancarie per emettere fattura, e non ti guardano con malcelato disgusto se la tua “nave” non supera i trenta piedi.

Uno di loro, in particolare, suggerisce, a chi sia in grado di capirla, una inestimabile lezione di saggezza: questo uomo (a noi già noto per precedenti “transiti”) che è ancora capace di percorrere in sicurezza una precaria passerella per salire a bordo, che non si separa dal suo coltello a serramanico, col quale recide le cime usurate dei corpi morti intugliandole poi con una sola mano, questo uomo, quando è libero dagli impegni del suo ruolo, si siede su una panca sistemata sulla gettata, e guarda il mare. In mattinata abbiamo lavato e riordinato la “coperta”, fatto un pò di cambusa, comperato gli “artificiali” per la traina, da “Antò… quanto costa?…”, abbiamo quindi pranzato e, adesso, meditiamo sul da farsi.

Per Le Castella sono poco più di quindici miglia di costa conosciuta e il waypoint è di quelli che vanno assolutamente goduti prima che il calcestruzzo li fagogiti (ancora non sappiamo del porto turistico in via di ultimazione, ci riferiamo al porticciolo peschereccio che ha impresso nella nostra memoria entusiastiche emozioni).

Tutto l’equipaggio (io e mia moglie) è pronto e deciso a salpare… una mano alla randa per renderla ben piatta e il “pesante”, per guadagnare, a bordi, Capo Colonne, doppiato il quale dovremmo avere una andatura di “buon braccio” fino a Capo Rizzuto e puggiare quindi per la meta.

Sul paterazzo di dritta il prode “Leon de San Marco”, memore sicuramente di antiche scorribande, garrisce fiero, inorgoglito ancor più da quanto recentemente appurato nel locale museo, da una carta nautica del 1633, dove il Napolitanum Regnum indicava l’intero Adriatico come: Golfo di Venetia e, di conseguenza, il canale d’Otranto come: bocca del Golfo di Venetia. Appena messo fuori il naso dal ridosso del porto, raffiche impertinenti ci inducono a sostituire il pesante con la trinchetta, inferita però sullo strallo alto, il che, come spesso succede, si dimostra ora troppo, ora troppo poco. Il tempo passa, gli spruzzi restano, è già “l’ora che volge al desio” quando raggiungiamo Capo di Mezzo (scambiato in un accesso di ottimismo per Capo Rizzuto), l’onda è aumentata e il vento è sceso, in queste condizioni non riusciamo a stringere abbastanza per far rotta diretta e bordeggiare risulta faticoso e per nulla redditizio, furtivamente avviamo il vecchio “Volvo” e doppiamo finalmente, da bravi “domenicali”, il capo “riccioluto”.

S’è fatto buio, il vento è latitante e l’onda ne approfitta, il rollio fa ballare mille indecifrabili luci, troppo alte sulla costa per essere di un qualche ausilio alla navigazione, il castello aragonese non si vede. Stanchi e un pò in apprensione, tiriamo fuori anche il GPS (portatile) ma si rivela quantomai disagevole con il piccolo display che non sta mai fermo la cui retroilluminazione si disattiva dopo pochi secondi, per economizzare le batterie. Comunque procediamo… cerchiamo le luci di ingresso del porticciolo… “occhio di falco” (mia moglie) vede un “rosso”… no! è una boa… forse una del parco marino come quelle già incontrate… un altro rosso!… dovrebbe proprio essere il faretto di testa del molo… ma appare e scompare a intervalli del tutto casuali… luci verdi?… Nulla.

Continuiamo ad avvicinarci, con estrema cautela, alla costa della quale si percepisce solo un’ombra vaga più nera del cielo senza stelle, nessun indizio può confortarci dall’incertezza della nostra posizione.

Quando ormai siamo sul punto di riprendere il largo per cercare di individuare almeno il castello, mia moglie intravede il “fantasma” della massicciata che protegge il porto, ma niente luci di ingresso. Avvicinandoci ulteriormente distinguiamo una zona di acqua stirata, e vediamo una piccola barca, sbucata dal nulla, che dirige spavalda verso un incognito pertugio dove, a dar retta ai nostri ricordi, avrebbe dovuto esserci solo roccia. Ammainiamo la randa, (la trinchetta è già giù) e doppiamo la testata del molo col suo bravo fanale, spento, affianchiamo il solito provvidenziale peschereccio, e ci consoliamo con le ottime bistecche del macellaio di Crotone il cui figlio pratica “body building”.

A distanza di anni penso ancora a questo episodio che non può nemmeno definirsi “avventura”: non ci sono burrasche né pirati, né iceberg o naufragi, ma ci si può leggere ugualmente un significativo insegnamento da tenere presente nella nostra “memoria operativa”.

Anche un neofita sa che, quando si è costretti a tirar bordi, le miglia sulla carta, complice magari quel tanto di corrente che intorno ai capi non manca mai, possono raddoppiare sull’acqua… “due volte il cammino, tre volte il tempo…”, le luci di un porto minore possono facilmente essere in avaria, e un atterraggio notturno non si può pianificare sulla base di romantiche rimembranze.

“Chi no gà giudizio el mar ghe lo insegna”… dicevano sempre i nostri vecchi… e questo non serve tradurlo.

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