Vi racconto una storia…

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

VI RACCONTO UNA STORIA…

Dopo aver letto l’esperienza di questo lettore vi renderete conto che in quanto a sicurezza in mare c’è qualcosa da cambiare. Impieghiamo decine di mezzi navali per andare a raccogliere barche cariche di extracomunitari e portarli nei nostri centri di accoglienza. Se un diportista, invece, si trova in difficoltà nelle nostre acque costiere passano delle ore prima che qualcuno vada a soccorrerlo e tutto è organizzato in maniera tale che la fatidica cima, che viene porta dal soccorritore e accettata dalla barca in difficoltà, faccia scattare compensi in funzione del valore dell’imbarcazione soccorsa. Nel caso che segue l’imbarcazione della Guardia Costiera avrebbe potuto senza difficoltà effettuare il rimorchio dell’unità in porto e non si sarebbero verificati tutti i guai di cui possiamo leggere. Bisogna stare in punto di morte per essere soccorsi? Senza minimamente voler dare alla frase che segue un significato razzista, un diportista in pericolo vale meno di un extracomunitario? Oppure è tutta una questione di ribalta?

Testo di Alessandro Roncaccia
Pubblicato su Nautica 523 di novembre 2005

Lascio le valutazioni della stessa a tutti i lettori di quest’articolo che, come me, vanno per mare, chi per passione, chi per mestiere.

Partiamo dal presupposto che viviamo in una penisola, chiaramente circondata dal mare per almeno l’ottanta percento del suo perimetro.

Partiamo dal presupposto, poi, che il nostro paese è considerato un paese di navigatori, antichi navigatori…!

Questa premessa è importante per le considerazioni finali che io darò a questa storia e che penso anche voi darete.

Agosto 2005, ero di ritorno da una funesta crociera a Ponza con la mia barca a motore di dodici metri, in compagnia della mia fidanzata Marzia e una coppia d’amici, Dario e Alessandra.

Chi ha esperienza sa quanto è bella Ponza e le isole che le sono intorno, ma sa anche che in ogni modo una vacanza passata in quella zona non è mai di certo rilassante.

Tutte le notti in rada… e che rada! difficoltà ad approvvigionarsi d’acqua, e poi quel maledetto levante che nel novanta percento delle volte si alza di notte.

In ogni modo, a parte questi particolari, è andato tutto bene, fino al fatidico ultimo giorno, è un classico… no…?!

Ultimo trasferimento, da Nettuno a Riva di Traiano, Civitavecchia.

Uscendo dal porto c’era un pò di mare, niente di preoccupante, ci aspettavano circa due ore e mezzo di navigazione, ma quel tratto di mare, nonostante le condizioni meteorologiche, non mi preoccupava affatto, avendolo gia percorso decine di volte, ma l’inaspettato è sempre in agguato.

A cinque miglia dalla costa e a sei da Capo Linaro, a ventidue nodi di velocità e con mare agitato di prua che oltretutto montava, il verricello dell’ancora si è rotto, scaricando in un baleno trenta metri di catena assieme all’ancora da venti chili.

Io, in navigazione con il pilota automatico, ero lì in plancia e, sentito il rumore, ho chiaramente staccato tutto e arrestato la barca il più velocemente possibile, ma non abbastanza da evitare che la catena si aggrovigliasse all’elica di sinistra spegnendo il motore.

Prima di riattivare il motore di destra considerai più prudente andare a controllare la situazione sotto la carena, non feci nemmeno a tempo a dirlo che Marzia, donna molto intraprendente, si era gia messa la maschera e si era buttata.

Guardando sotto mi comunicò che sull’elica c’erano cinque o sei giri di catena e come se non bastasse l’ancora con l’abbrivio della barca, era tornata indietro ed era rimasta appesa alla catena che da prua mi sfilava verso poppa.

Mi disse, “vado sotto e provo a toglierla…” , glielo proibii.

Le condizioni del mare erano brutte, la barca rollava in maniera vertiginosa, se si fosse immersa avrebbe rischiato di prendere un colpo in testa o chissà cosa, le dissi di uscire subito dall’acqua.

Proseguire il tragitto con solo il motore di destra mi sembrava rischioso, la catena o l’ancora potevano finire sull’altra elica provocando danni maggiori o magari anche l’affondamento.

Ritenni opportuno lanciare un segnale di soccorso alla Capitaneria di Porto Civitavecchia che prontamente mi rispose.

Gli dissi, “…imbarcazione in difficoltà…”, gli diedi la posizione e aggiunsi, “…non posso manovrare, il mare e mosso e andiamo alla deriva”.

Chiestomi le condizioni fisiche dell’equipaggio e se ci fosse pericolo di vita e avendogli risposto di no, mi chiesero se nelle vicinanze ci fossero imbarcazioni che potessero soccorrerci.

Gli dissi di no e loro rimasero un pò perplessi, mi lasciarono in attesa per un quarto d’ora poi mi richiamarono dicendomi che dovevo chiedere soccorso ai rimorchiatori del porto e mi diedero il canale vhf che io prontamente chiamai.

Non mi rispose nessuno.

Allora richiamai la Capitaneria, denunciando che nessuno rispondeva su quella frequenza, mi diedero il numero di telefono.

Faccio presente che nel frattempo era gia passata un’ora dall’incidente e con quel mare la permanenza a bordo, specialmente dei miei ospiti, non era proprio agiata.

Poverelli, erano alla loro prima vacanza in barca, già avevano sopportato le pene dell’inferno a Ponza e adesso anche questo.

Mi guardavano con aria spaurita, cercando di leggere nel mio viso quanto davvero la situazione fosse preoccupante.

Io cercavo di sdrammatizzare ma certo non era facile.

In ogni modo, feci il numero, e… udite udite… mi rispose una musichetta, “…siete nell’attesa di essere messi in comunicazione con l’interno desiderato… pinpin… pinpin… pinpin…”, dopo qualche minuto così, alzarono la cornetta e la riabbassarono.

Rifeci il numero e… “pinpin… pinpin…” e riagganciarono.

Andai su tutte le furie e richiamai la Guardia Costiera denunciando l’assurdità di tutto quello che stava succedendo.

Ero alla deriva con mare che stava diventando molto mosso, sulla barca nessuno si reggeva in piedi, cascava tutto, faceva un caldo infernale, io e Dario non so quante sigarette ci siamo fumati, d’altronde oltre a preoccuparci e a cercare qualche anima gentile che ci venisse a recuperare, nient’altro si poteva fare…!

L’ufficiale con cui parlai mi assicurò che avrebbe chiamato di persona, ero certo che lui la musichetta non l’avrebbe trovata…! Infatti dopo qualche minuto mi richiamò segnalandomi che stavano venendo a prenderci.

Dopo due ore ebbi il primo contatto radio con il rimorchiatore che mi chiedeva il nuovo rilevamento satellitare, perché nel frattempo era chiaramente cambiato, glielo diedi e dopo qualche minuto il comandante mi chiamò e mi diede appuntamento dopo sessanta minuti.

Nel frattempo arrivò una motovedetta della Guardia Costiera, che si limitò a girarci intorno.

Sarebbe bastata una cima legata bene a quell’imbarcazione e quel tormento sarebbe finito, invece non si può… non si può per legge…!

Erano passate quattro ore e mezzo dall’incidente, eravamo sfiniti, esausti e chiaramente sconvolti, quando vedemmo in lontananza la sagoma del rimorchiatore.

Mano a mano che si avvicinava mi rendevo conto di quanto fosse grande, ma la stima finale la feci quando arrivò sotto bordo.

Trentatre metri di metallo, con un motore da quattromila e cinquecento cavalli, un vero mostro che quando si accostò per lanciarci il pugno di scimmia, pensai, “…se non siamo affondati fino adesso questo ci dal colpo di grazia…”.

Conoscendo le leggi del mare, avevo preparato a prua un cavo per il traino, ben messo, addirittura con due barbette che facessero ammortizzatore di strappo, ma chiaramente il comandante soccorritore mi disse che il mio cavo era troppo sottile e allora ci lanciarono una loro cima che prontamente Marzia passò sulle bitte di prua.

Cominciò il traino, l’inizio di un altro tormento.

A tre nodi, oltre a quell’infernale rollio, si aggiunsero anche gli strappi del cavo e, come se non bastasse, a ogni strattone l’ancora picchiava sotto la carena, provocando dei sinistri tonfi.

Non si poteva fare diversamente, dovevamo rischiare di ritrovarci l’ancora in sentina.

Quell’allucinante viaggio, degno di una vera tortura cinese, durò circa due ore e mezzo.

Quando entrammo nella rada del porto e vidi quell’acqua piatta, cominciai a rilassarmi, ma non sapevo che il peggio doveva ancora arrivare.

Il comandante del rimorchiatore, per entrare in… “SICUREZZA”, pensò bene di affiancarci, all’inglese, e così facemmo, posizionammo una serie di parabordi sulla fiancata destra in quanto quel bestione ne era sprovvisto.

Immaginate la scena, quel palazzo di metallo alto quasi dieci metri, con attaccato di lato un guscio d’uovo, sembravamo un embrione.

Pochi secondi dopo la tragedia.

Infatti, proprio in quel momento, una nave da crociera di più di duecento metri, usciva dal porto a una velocità chiaramente superiore a tre nodi, previsti dalla legge, provocando un’onda di scia gigantesca.

Io quando la vidi arrivare mi misi le mani davanti agli occhi, le tolsi per fare giusto a tempo per vedere Marzia che si scapicollava a cercare di limitare i danni, io strillai a tutti, “Via le mani”, l’onda sollevò la nostra imbarcazione come fosse una piuma, i parabordi ovviamente saltarono via tutti e salimmo sulla fiancata di quel mostro che, in quel punto, aveva una specie di rostro d’acciaio che mi aprì la fiancata destra, proprio come una scatola di tonno.

Pezzi di metallo del bottazzo e schegge di vetroresina partirono come saette, io appoggiato al parabrezza rimasi immobile, misi la testa sul vetro e dissi ad alta voce: “Adesso voglio dormire… fatemi dormire…!”.*

L’equipaggio del rimorchiatore rimase in un attonito silenzio e in una quasi anormale immobilità di fronte a quel danno, l’unico a muoversi fu il comandante che uscì dalla plancia a sei metri d’altezza da noi, inveendo e gesticolando non vi dico cosa, verso quella gigantesca nave che ci sfilava di poppa.

Ormeggiammo, ma non era ancora finita.

Finite le manovre d’ormeggio, mentre mi sinceravo della gravità del danno, un signore distinto, di una certa età, ben vestito, arrivato lì in macchina, si avvicinò a noi chiedendo chi era il comandante della barca recuperata.

Dall’aspetto e dall’atteggiamento affabile di quel personaggio cominciai a capire cosa andava cercando.

Avevo avuto una bruttissima giornata, ero stanco, sudato e con i nervi a pezzi, in ogni caso non potei evitare l’incontro e mi presentai, lui era il rappresentante della compagnia armatrice del “Mostro”, e sorridendo sornione mi chiese se fossi assicurato. Quindici anni che vado per mare, ho posseduto quattro barche, sempre tutte assicurate e non mi era mai successo niente.

Quell’anno avevo deciso di non assicurarla, volevo risparmiare stupidamente quei mille euro di polizza.

Alla mia risposta, il “sornione”, alzò gli occhi al cielo e disse, “aiaiaiai”.

Io umilmente risposi che ci saremmo messi d’accordo e gli chiesi, in ogni modo, d’essere clemente.

A questa mia affermazione, di tutto conto, mi guardo, alzò la mano e mi fece vedere il palmo.

Io pensai subito che, o mi volesse dare “il cinque”, perché il gesto sembrava, o che mi stesse per dare uno schiaffo.

Avrei preferito anche la seconda ipotesi, gli dissi delle mie condizioni mentali e fisiche di quel momento e lo congedai promettendogli che ci saremmo sentiti per telefono.

Lui sottolineando che sperava di avere a che fare con un uomo d’onore se ne andò, con quel fare sicuro di chi ha già fatto quella cosa centinaia di volte. Si allontanò da me, che ero rimasto sconvolto dalla sua richiesta, come un avvoltoio che lascia lì una carcassa per venirla a mangiare più in là, quando avrebbe avuto fame.

Andai a poppa, dove si trovava tutto il mio equipaggio, stanchi e stravolti anche loro, guardai Marzia e le feci lo stesso gesto che con la mano mi aveva fatto poco prima quell’uomo, palmo della mano.

Lei con aria rassegnata mi disse, “cinquecento”, io con il solo movimento della testa le dissi di no, erano cinquemila euro. Sgranò gli occhi, Dario si mise a sedere e Alessandra, che era già seduta, si sdraiò.

Così finì quella giornata, sei ore e mezzo alla deriva con mare mosso, il verricello rotto, l’ancora e la sua catena nell’elica, un buco a prua che dalla mia cabina si vedeva la luce del giorno, e un debito di cinquemila euro.

Adesso, bando alla tragicità di questo racconto, io vi chiedo di fare una riflessione.

Vi sembra normale che in una situazione come quella, la Guardia Costiera, ente statale, mantenuto dalle nostre tasse, non possa fare niente, non ti possa dare un cavo per il rimorchio, possa solo stare lì ad aspettare e guardare l’avvoltoio che di queste tragedie ne fa lucro, anzi, addirittura te lo chiamano loro?!

Io non voglio discutere la cifra, bensì a chi la devo dare e il perché.

È possibile che non ci sia un’organizzazione dello Stato che tuteli noi diportisti da fatti come questo?

Avrei in ogni caso pagato, ma più volentieri, sapendo che quei soldi sarebbero stati rinvestiti nell’organizzazione stessa.

Va bene che l’onorevole D’Alema ci ha esonerato dal pagamento della tassa di stazionamento, ma forse sarebbe stato meglio il contrario… non trovate…?

Questa è una truffa autorizzata dalla legge e lo trovo assurdo, come è assurdo anche quello che ci è successo quel giorno…

È assurda la mia polemica oppure no? Mi piacerebbe avere un’opinione di qualche lettore che come me va per mare.

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