Un nonno in vacanza

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

UN NONNO IN VACANZA

Testo di Vincenzo Aita
Pubblicato su Nautica 526 di febbraio 2006

Fine luglio 2002.

La mia casa era invasa da pittori e falegnami: avrebbero dovuto completare i lavori di ristrutturazione a maggio ma, si erano giustificati, anche il restauro della Cappella Sistina, mi avevano spiegato, aveva preso più tempo del previsto.

In tempi non sospetti avevo promesso a mio figlio di accompagnarlo in crociera. Ormai aveva già noleggiata la barca e, essendo io l’unico patentato, non potevo più (purtroppo?) tirarmi indietro.

Così, lasciando nella polvere e in casini vari quella santa donna di mia moglie e quella santissima ragazza di mia figlia, preparai il mio glorioso sacco da marinaio e, in un radioso pomeriggio, mi avviai al molo…

La barca era un Sun Odyssey 42 di due anni, in ottime condizioni e dotata di tutte le diavolerie moderne per navigare come in autostrada.

L’equipaggio era già a bordo:

– Mio figlio Giovanni, buon marinaio, contagiato, fin da piccolo, dalla mia passione.

– Sua moglie Silvana, armata di santa pazienza e tanto amore.

– Il nipotino Paolo (5 anni), ben avviato sulla strada del nonno e del padre.

– Il nipotino Alessandro (18 mesi), come se la caverà?

– Oscar, amico di Giovanni e assiduo compagno di crociere.

– Simona, moglie di Oscar (vedi Silvana).

– Vittoria, figlia di Oscar e Simona, 22 mesi.

– Barbara, sorella di Simona, alla prima esperienza.

– Gianni (lo chiamo così per distinguerlo da mio figlio), fidanzato di Barbara, anche lui alla prima esperienza in barca a vela.

I bambini correvano e si arrampicavano dappertutto inseguiti dai genitori, la coperta era ingombra di canottini, materassini, ombrelloni, secchielli, palette da spiaggia, formelle, pannolini, golfini, biberon, pappine e giocattoli vari.

Qualunque persona di buon senso, al posto mio, sarebbe saltata giù per correre via senza voltarsi indietro.

Io no. Io non lo feci.

Salito a bordo, sistemai il mio sacco in un gavoncino che, miracolosamente, era sfuggito agli invasori, e coraggiosamente assunsi il comando:

– Tu, Giovanni, in qualità di primo ufficiale, sarai il mio vice, ti occuperai dell’ancora e sovrintenderai alla manovra delle vele. Oscar, tu e Gianni sarete alle scotte. Le signore saranno addette alla cambusa, alla preparazione dei pasti e alla sorveglianza dei bambini. E facciano attenzione a che indossino sempre il salvagente. Sono quasi le 19, conviene rimanere in porto, per questa notte, così cominciate ad adattarvi alla vita di barca e mettete un poco d’ordine tra le vostre cose. Salperemo domani mattina all’alba. Ogni coppia si scelga una cabina e vi sistemi i propri bagagli.

Approvazione generale.

Alle 21 la confusione era diventata caos. Ora il disordine era anche sotto coperta. I due bambini più piccoli avevano sdegnosamente rifiutato i salvagente e scorrazzavano per i posti più pericolosi, sempre inseguiti dalle mamme (quelle che avrebbero dovuto preparare la cena). Se qualcuno tentava di fermarli, emettevano degli urli disumani che attiravano su di noi gli sguardi scandalizzati dei vicini di barca.

Giovanni mi prese in disparte:

– Papà, qui se non partiamo subito, chissà come va a finire…

Anche gli altri mi si fecero intorno insistendo su questa soluzione:

– Spostiamoci ad Ischia, in navigazione i bambini si calmeranno e potremo cenare tranquillamente in rada a Cartaromana.

Non avevo scelta: o piantare tutti subito e tornarmene a casa, o por fine, in un modo o nell’altro a quella bolgia infernale. D’accordo – dissi – Ma non mi muovo di un centimetro se non vedo la coperta della barca completamente libera e sgombra.

In un batter d’occhio la coperta era libera, i piccoli in braccio alle mamme, ordinatamente sedute in pozzetto, gli uomini ai posti di manovra precedentemente assegnati.

Il motore, in folle, faceva sentire il suo borbottio regolare e rassicurante.

– Libera a poppa!

– Libera a prua!

– Avanti adagio…

Era mia intenzione effettuare il trasferimento nel minor tempo possibile, a motore, senza ancora impegnare lo stressato equipaggio nella manovra delle vele ma, appena fuori del porto, un gagliardo maestrale ci venne subito incontro. Il mare era appena formato ma la barca rollava e beccheggiava in modo insopportabile (questo tipo di barca non è fatto per andare a motore col mare mosso).

Beh, pensai, abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno:

– Issa la randa!

I ragazzi si attivarono immediatamente sotto la direzione di Giovanni e, nonostante il buio e la poca dimestichezza con le manovre, la randa venne su, dopo pochissime imprecazioni e solo alcuni urlacci.

Non appena la vela cominciò a portare, la barca assunse la tipica posizione sbandata e l’andatura divenne più regolare.

– Issa il fiocco!

Quando, piacendo a Dio, fu in posizione anche il fiocco, l’imbarcazione cominciò a filare a circa cinque nodi, con la falchetta destra quasi a livello dell’acqua.

I piccoli, cullati dal moto, si addormentarono subito.

Gianni e Barbara, superato il primo timore per la strana inclinazione della barca, si distesero sulle panchine del pozzetto, subendo stoicamente il mal di mare.

Finalmente, inserito il timone automatico, mi trovai un angolino, scomodo ma tranquillo, e cominciai a godere… Era una sera di luna piena, lo spettacolo del mare sotto la luna, la città illuminata che si allontanava lentamente… lo sciabordio dell’acqua contro lo scafo…

Ma che vi spiego? Sono sensazioni che bisogna viverle.

Era passata l’una, quando ci ancorammo nella bellissima rada di Cartaromana.

I ragazzi tirarono il tendalino sul pozzetto, spiegarono il tavolino e apparecchiarono. Barbara, superato il mal di mare, ci preparò una cenetta deliziosa, innaffiata da un vinello bianco gelato e coronata da una deliziosa torta di frutta e limoncello di Sorrento.

Queste cose, confesso il mio peccato, mi portano al settimo cielo.

Rimanemmo seduti a tavola, a fumare (solo i viziosi), a bere e a chiacchierare fino a che il sonno e la stanchezza non cominciarono ad avere la meglio…

Sparecchiammo velocemente e tutti si ritirarono nelle loro piccole cabine. Mia nuora ed io preferimmo stendere dei cuscini sulle panchine del pozzetto e, avvolti in un plaid, distenderci a dormire all’aperto. Una goduria!

Al mattino fui svegliato dalla luce del giorno e, quando gli altri vennero fuori dalle cabine e apparecchiarono per la prima colazione (latte, caffè, succhi di frutta, biscotti vari, burro, nutella, ecc.), avevo già fatto innumerevoli tuffi con relative nuotate nella limpidissima acqua della rada.

I bimbi si svegliarono che sembravano degli angioletti, mangiarono la loro pappa senza fare capricci, e non diedero il minimo fastidio: bastava lasciarli scorrazzare liberamente per la barca. Le mamme e i papà li tenevano d’occhio a turno, il nonno era esonerato.

Verso mezzogiorno, dopo che tutti ebbero fatto il bagno, e dopo uno spuntino a base di “freselle” con olio sale e pomodori, e il solito vino bianco, facemmo vela per Ventotene.

La navigazione da Ischia fino a Ventotene fu senza storia: mare poco mosso, vento di maestrale, bambini quasi sempre a dormire, Gianni e Barbara distesi a subire il mal di mare.

Solo verso metà percorso il vento rinforzò un poco e prendemmo qualche groppo di pioggia.

L’equipaggio, quando poteva, si dimostrava sempre all’altezza della situazione.

Dico “quando poteva” e vi spiego perché con un episodio:

Ero al timone con mare che ormai era abbastanza formato, con un bel vento fresco e qualche raffica a 25/30 nodi. La barca navigava troppo sbandata e temevo che, sotto raffica, imbarcasse acqua o si danneggiasse qualche attrezzatura.

Oscar mi sembrava il meno provato dal mal di mare.

– Oscar – dissi – Per favore, tu e Giovanni riducete un pò la randa.

– Non posso – fu la pronta risposta.

– E perché mai? – gli chiesi piuttosto contrariato.

– Devo badare alla bambina!

Questa era la situazione. Per il resto tutto bene.

A Ventotene ci ormeggiammo nel porto nuovo, c’erano dei posti liberi al molo pubblico (gratis), ma preferimmo attraccare a una banchina a pagamento, perché era in una zona più riparata e, soprattutto, perché era possibile collegarci alla linea elettrica e fare rifornimento d’acqua dolce.

Dovete sapere che, sulla nostra barca, un rifornimento d’acqua che sarebbe bastato per una traversata oceanica, durava al massimo due giorni: i miei compagni usavano le docce e l’elettricità come se fossero collegati all’acquedotto e all’ENEL!

La manovra d’attracco alla banchina fu perfetta: Giovanni a prua all’ancora, Oscar e Giovanni II a poppa, con le cime d’ormeggio.

Unica piccola contrarietà, la tariffa d’ormeggio: otto euro al metro di lunghezza e al giorno. E questa “ca…” di barca non finiva mai…

Il giorno successivo ci spostammo a Ponza.

Dovete sapere che, a Ponza, c’è una bellissima pasticceria, se non temessi di farle pubblicità gratuita vi darei anche l’indirizzo.

Quando ci passai davanti, ne usciva un profumo tale che mi costrinse ad entrare.

Le paste erano troppo invitanti per potervi rinunciare e ne comprai dieci.

– Quanto le devo?

– Ventotto euro.

– Azz…!!!

Ritornai a bordo ancora sotto shock, ma i dolci furono accolti festosamente da tutta la comitiva e questo fatto lenì un pò la mia pena. Ero però convinto che il buon pasticciere avesse fatto il prezzo in base alla mia faccia…

Ma non era così:

La sera, a cena, mio figlio Giovanni sgombrò completamente il tavolino, chiese l’attenzione generale, e posò solennemente, al centro del tavolo, un piattino con un grappoletto d’uva (giusto la porzione di un bambino).

– Signori – esordì – questo che a voi sembra un grappoletto d’uva, e in verità anche a me lo era sembrato, è invece un bene preziosissimo. Assaggiatene pure qualche acino, ma con moderazione. Pensate che l’ho pagato cinque Euro!

Mi aspetto già il vostro commento:

Ma cosa vuoi, vai in un posto di villeggiatura alla moda, con le banchine strapiene di barche di vip, e stai a guardare queste cose…

Ed in effetti avete ragione. Infatti mi ero guardato bene dall’ormeggiarmi in banchina (oltretutto non ci sarebbe stato posto). Mi ero ancorato nella rada del porto, insieme con altre cento barche proletarie come la mia.

Per andare a terra ci voleva il gommoncino, e noi ne avevamo uno in dotazione (pagato a parte come optional), quindi potevamo, senza problemi, raggiungere il molo ogni volta che volevamo.

Diciamo “quasi ogni volta”, perché, alla seconda uscita, il piccolo fuoribordo si guastò: non si riusciva più a ingranare la marcia.

Volenterosamente i ragazzi lo portarono a terra a remi e si misero alla ricerca di un meccanico.

Trovarono una persona gentilissima:

– Non vi preoccupate – disse – si è bloccato un piccolo ingranaggio, ve lo riparo subito, ritornate tra due ore.

Felici e contenti i ragazzi se ne andarono a passeggio per l’isola e ritornarono dopo due ore precise: il motorino era pronto e funzionante.

Traboccanti di gratitudine chiesero:

– Quanto le dobbiamo?

– Cento euro.

– Cento euro?

Oscar, che fa il bancario e quindi conosce il valore dei soldi e ha dimestichezza col cambio euro/lira, esclamò:

– Ma sono duecentomila lire!

– Ho dovuto cambiare l’ingranaggio…

– Beh, almeno fateci una fattura. Abbiamo la barca a noleggio e dobbiamo dar conto…

– La fattura? Non posso farla… Non c’è il commercialista…

– Allora dateci il pezzo che avete smontato.

– Il pezzo? Non so dov’è, ci stava giocando il bambino…

– Dateci la scatolina del pezzo nuovo.

– La scatolina? Ci stava giocando il bambino…

– Dateci il bambino… No, questo non lo disse, l’ho scritto io per fare lo spiritoso.

In conclusione però il buon uomo mostrò tutta la sua comprensione:

– Va bene, visto che siete con una barca a noleggio, datemi solo settanta euro.

L’animo generoso di certi isolani!!!

Come sapete, in quei giorni, il tempo non fu particolarmente clemente. Ma, per fortuna, Ponza offre molti posti riparati, basta spostarsi continuamente dalla parte dell’isola sottovento. Questi continui spostamenti (un pò scomodi in verità, dovendo in ogni modo affrontare piccoli tratti di mare abbastanza mosso) ci hanno dato però l’occasione di sostare in alcune calette molto belle, dove abbiamo fatto dei meravigliosi bagni in un’acqua limpidissima, e dove mia nuora ha anche pescato…

Una delle più belle è Cala Chiaia di Luna, con alcune pareti di un bianco abbagliante e una simpatica spiaggetta nell’angolo più riparato.

I bambini poi, si divertivano un mondo ad andare in giro sul gommoncino.

Una sera, quando il vento ci rese impossibile sostare a Cala Chiaia di Luna, ci spostammo dal lato opposto dell’isola (dalla parte del porto).

La prospettiva di svegliarci, la mattina successiva, nella cala affollata del porto, con la folla di barche che c’era, e nell’acqua sporca, non allettava nessuno di noi, accettai quindi di buon grado il suggerimento di Giovanni, di andarci ad ancorare in un’altra cala appena un pò più a Nord del porto e con la stessa esposizione.

Il vento era molto forte, ma le pareti alte e rocciose sopravvento mantenevano il mare calmissimo. Ci ancorammo quindi, senza difficoltà, a ridosso della parete di roccia e ci dedicammo alla sacra cerimonia della cena serale.

La cena fu più abbondante del solito. La giornata di mare, abbastanza attiva, aveva stimolato in tutti un gagliardo appetito.

Barbara aveva preparato un pentolone di pasta e piselli particolarmente saporiti. Poi c’erano delle ottime frittatine, uova alla monachina, affettati vari, un enorme cocomero gelato, frutta, dolci, tanto vino bianco, birra, e una bottiglia nuova di limoncello acquistata a Ponza (14 euro!).

Ce ne restammo quindi spaparanzati in pozzetto a goderci tutto quel ben di Dio fino a tardi.

Io feci onore a tutto con grande impegno, per non parlare della pasta e piselli che presi tre volte. Non risparmiai neppure il vino e mandai giù almeno sette euro di limoncello.

Al momento di andarcene a letto il vento era ancora rinforzato, l’orizzonte era continuamente solcato dai fulmini di un temporale non molto lontano. Dormire fuori neanche a parlarne. Mi sistemai quindi su una cuccetta nella dinette e mi disposi al sonno del giusto.

Mi svegliai dopo un paio d’ore con l’apparato digerente in subbuglio: la pasta e piselli aveva ingaggiato una dura battaglia con le uova, mentre il vino e il limoncello erano impegnati in un duello all’ultimo sangue. Il cocomero, a sua volta, forse per sfuggire la battaglia, non faceva altro che salirmi in gola nel tentativo di scappare all’esterno…

Morto di sonno, provai invano a riaddormentarmi ma, alla fine, dovetti cedere e alzarmi per andare in bagno.

Naturalmente, una volta in piedi, volli dare uno sguardo fuori. Mi affacciai al vano che dava sul pozzetto e mi svegliai di colpo: una parete di roccia incombeva sulla barca a meno di tre o quattro metri di distanza dalla poppa. Durante la notte il vento era girato a Sud, l’ancora aveva arato sul fondo, e la barca era stata spinta verso la parete della cala.

Mi precipitai fuori e avviai immediatamente il motore, per allontanarmi dal pericolo di sbattere contro le rocce.

Giovanni, al rumore, si svegliò e venne subito fuori. Resosi conto della situazione si fiondò a recuperare l’ancora.

Al nostro tramestio si svegliarono quasi tutti gli altri, che si affacciarono preoccupati. Li rassicurammo che la situazione era sotto controllo e andammo ad ancorarci dall’altra parte dello specchio di mare.

Finalmente potei dire a Giovanni di restare di guardia e mi avviai al bagno.

Sulla porta mi fermò il piccolo Paolo:

– Nonno, siamo stati in pericolo?

– No piccolo, va a dormire tranquillo.

– Ma tu hai avuto paura?

– No, piccolo, assolutamente.

– E allora perché corri in bagno?

– Per lavarmi le mani!

Temo però che il ragazzino sia rimasto con qualche dubbio circa il coraggio del nonno.

Il ritorno da Ponza a Napoli decidemmo di farlo in due tappe di 4/5 ore ognuna, per non affaticare i bambini e, soprattutto, i sofferenti di mal di mare.

Il tempo non prometteva niente di buono: un vento a 20/25 nodi, che avrebbe fatto la felicità di qualsiasi velista, sollevava quel tanto di mare quanto bastava a disturbare seriamente l’80% dell’equipaggio. I bollettini meteo erano, a dir poco, allarmanti: burrasche su tutto il Mediterraneo, per il momento si salvava giusto un piccolo tratto di mare intorno a noi.

D’altra parte avevamo una data obbligata per la riconsegna della barca e, come ho detto, non era prevista burrasca nella nostra zona, unica causa ammessa dal contratto di noleggio per rimandare il rientro.

La prima tappa, da Ponza a Ventotene, fu una bella corsa col mare e il vento in poppa.

Dovetti solo allungare un pò il tragitto per non prendere il mare dritto di poppa poiché, in questa situazione, la barca è sottoposta a un forte rollio, con immaginabili conseguenze per i sofferenti…

Misi anche in acqua due lenze da traina, nella speranza di incocciare in qualche sprovveduto pescetto, ma senza risultato.

Giunti a Ventotene, ritrovammo il nostro posto da otto euro al metro. L’ormeggiatore ci venne incontro con un gran sorriso di benvenuto.

Nei suoi modi si intravedeva anche una certa ammirazione per questi marinai provetti che, con una barca piena di bambini, navigavano tranquillamente mentre i grossi motoscafi da crociera aspettavano, in porto, tempi migliori…

Scendendo a terra, mi fermai a chiacchierare con un vecchio pescatore che era seduto all’ombra dell’ultimo sole:

– Da dove venite?

– Da Ponza.

– Beh, tutta col vento in poppa… Quanto ci avete messo?

– Quattro ore e mezza, credo, ma ho preferito fare dei bordi per non far soffrire troppo i passeggeri.

– Quando ripartite?

– Domani mattina.

– Fate attenzione, che il tempo peggiora.

E aveva un solco lungo il viso, come una specie di sorriso.

Il bollettino meteo della sera era catastrofico.

Era previsto vento di maestrale molto forte e moto ondoso in aumento, temporali e burrasche in corso su quasi tutto il Tirreno.

L’idea di mettermi in mare, in quelle condizioni, con tre bambini piccoli e almeno tre adulti sofferenti di mal di mare, mi preoccupava.

Mi allontanai da solo e, raggiunto l’ufficio turistico dell’isola, mi informai sulle eventuali possibilità di giungere a Napoli con un mezzo più sicuro:

Aliscafi, non se ne parlava a causa del maltempo. C’era solo un traghetto che partiva, nel primo pomeriggio, per Formia, da dove poi si sarebbe potuto arrivare a Napoli in treno (un centinaio di chilometri).

Ritornato a bordo chiamai a raccolta l’equipaggio e, espresse le mie perplessità sull’opportunità di una traversata con quel tempo, consigliai caldamente di approfittare di quel traghetto che sarebbe partito l’indomani: avremmo proseguito da soli Oscar, Giovanni ed io, mentre Gianni avrebbe accompagnato le signore e i bambini col traghetto e, successivamente, col treno.

La proposta lasciò tutti molto perplessi: a nessuno piaceva che le donne e i bambini affrontassero un viaggio così disagevole. Alla fine, però, tra i due mali, dovettero scegliere il minore, e con mio grande sollievo.

Rimasti i barca solo i “marinai”, finalmente salpammo alla volta di Napoli. Era previsto vento forte da Nord, per cui ci eravamo preparati a una corsa con vento in poppa e mare molto mosso. Naturalmente avevamo assicurato alla barca tutto quello che avrebbe potuto spostarsi o cadere in mare, e avevamo chiuso ermeticamente tutti i boccaporti, memori di una precedente esperienza (Burrasca – “Nautica” n. 373 di maggio 1993).

Non dico che avevamo paura, ma certamente un pò d’emozione c’era (anche questo è il bello del mare), e la si poteva notare dalla prontezza e dalla precisione con cui Oscar e Giovanni eseguivano i miei ordini.

Fuori dal porto la situazione era completamente diversa dalle previsioni: il vento era sì molto forte, ma proveniva da Sud. Soffiando contro la direzione delle onde, le aveva quasi del tutto appiattite, quindi ci trovammo a navigare di bolina su di un mare quasi calmo e rimpiangendo di aver mandato via i nostri passeggeri.

Ora Giovanni e Oscar hanno preso la patente… Chissà se mi inviteranno ancora…

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