Cosa è il mare?

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

COSA È IL MARE?

Testo di Ermanno Milone
Pubblicato su Nautica 555 di Luglio 2008

“C’è una goletta al largo con le vele di gabbia colpite come fuoco.

E il mio cuore è fuggito a bordo, per le Isole dei sogni”.

Da “Lo zingaro del mare” di Richard Hovey

Era stata la classica giornata per una veleggiata senza storia ovvero una giornata ove il mare aveva un’onda appena formata e con un vento abbastanza fresco da essere divertente senza impegnare più di tanto. A bordo eravamo in quattro. C’era l’armatore, un suo amico col quale egli esce abbastanza di frequente, io e un altro tale di cui avevo fatto conoscenza una volta salito a bordo.

La giornata era rotolata via senza emozioni allorché, con l’esaurirsi del pomeriggio, qualcosa iniziava improvvisamente a mutare nell’aria e di conseguenza il tramonto del sole cominciava a creare toni di tale intensità da dare allo specchio di mare dove navigavamo una vivacità imprevista e la fusione che nasceva dai colori del cielo e del mare diventava sempre più fortemente suggestiva. L’inatteso mutamento che rendeva fascinoso l’ambiente in cui ci trovavamo aveva destato in ciascuno di noi, amanti del mare, delle sensazioni particolari e ciò si notava dalle tipiche tensioni che sollecitano il corpo in queste circostanze e dall’intensità dello sguardo verso il nuovo scenario.

Andava tutto meravigliosamente bene allorché all’armatore venne l’impulso di dire: “Quanto è fantastico il mare! Che colori! Quali emozioni risveglia!”

C’era bisogno di qualcuno che dicesse ad alta voce ciò che ciascuno di noi sentiva? Quella esclamazione fu per me, ma non solo per me, un modo brusco di tornare con i piedi per terra. Ma la cosa non era finita perché il tipo che fa da aiutante all’armatore ripeté: “Quale mare fantastico! Quali emozioni!” Che bue! Ma forse non si può biasimare un amico che ripete ciò che tu hai già detto, specialmente se sei tu che comandi.

Sta di fatto che ormai ero sveglio e volli dare una battuta di arresto a tutto quel miele che stava colando sui nostri sentimenti e chiesi all’altro che, in verità, se ne stava tutto assorto da una parte: “Cos’è il mare?”

Quello mi guarda per niente turbato e mi risponde: “È una strada!”

Sinceramente non mi aspettavo questo tipo di risposta né una risposta così secca e immediata; egli si comportò come se non fosse sorpreso dalla domanda e fui costretto a un sensibile lungo momento di riflessione, anche perché aveva proprio ragione: il mare è una strada.

Finalmente mi ripresi e gli risposi: “Mica è una strada tanto comoda”.

“Perché, tu conosci strade comode?”

Il colloquio minacciava di diventare serrato ed io ebbi la sensazione che mi sarei trovato in difficoltà ma decisi lo stesso di proseguire.

“È vero. Non esistono strade comode” dissi “esistono però strade attrezzate ove il vero incomodo è dovuto all’intensità del traffico”.

“Dipende da quale punto di vista” mi obiettò “il mare come strada ha una sua comodità che non è quella vista da naviganti come noi di piccole imbarcazioni. Attraverso il mare si realizza una movimentazione del tutto comoda, impensabile a terra”.

Sembrava come annoiato della conversazione che per lui forse era priva di interesse ma mi offrì la sua disponibilità dicendo: “Tutti da sempre utilizzano il mare come l’unica strada possibile per giungere rapidamente dall’altra parte. Non esisterebbe il mito del mare se ciò non fosse intimamente sentito. Pensiamo agli Argonauti imbarcati sulla nave Argo che senza VHF, senza GPS e specialmente senza timone salparono dalla Grecia verso la Colchide, oggi Georgia, per andare a recuperare il Vello d’oro”.

“Però” dissi io per dimostrare di non essere da meno “a bordo c’era anche un certo Ercole”.

A questo punto intervenne il bue dicendo: “Se state progettando di andare in Grecia, ricordatevi di me”.

Non ci facemmo distrarre ed io proseguii come chiedendomi ad alta voce: “Chissà se, per popolare tutto il nostro globo, le vie del mare sono state più numerose delle vie di terra”.

“Sicuramente sono state molto più impegnative” considerò l’altro. “Le vie di terra sono percorribili anche con tappe la cui lunghezza può essere predeterminata; quelle del mare hanno una lunghezza, tempo di percorrenza ed esito finale che possono anche essere imprevedibili. È sufficiente che ciascuno di noi pensi a come sono andate a finire in alcune occasioni le nostre crocerette familiari”.

La mia domanda sul maggiore o minor numero di strade terrestri rispetto quelle marine era stata a dir poco peregrina. In primo luogo a farmelo capire fu significativa la bonarietà molto simile a condiscendenza con la quale l’altro mi aveva risposto ma principalmente perché pochi giorni prima mi era capitato di consultare, anche se distrattamente, un atlante storico che sull’argomento non lasciava alcun dubbio. Forse ero rimasto suggestionato dalla visione grafica dei percorsi marini che avevano portato, come sanno tutti, ai primi insediamenti in Australia e in Oceania.

“Ma come hanno fatto quei navigatori primitivi, che erano intere tribù, a percorrere quei tratti di mare dell’Oceano Pacifico che li portavano in Australia o che da essa partivano?” osservai ammirato.

“Quelli sono percorsi oceanici ove le correnti da est verso ovest e viceversa sono di notevole intensità” mi rispose l’altro “e poi, al tempo, la configurazione marina era diversa da quella attuale.” Sapeva anche questo.

“Però dovevano pur mangiare per non dire bere” incalzai “per mangiare era sufficiente pescare dato che, è presumibile, il mare fosse pescoso. Ma bere?”

A questo quesito intervenne il bue ridacchiando: “Avevano con sé acqua in pillole se non addirittura liofilizzata.” Che bue! Ma non stava guardano il panorama? Non sente che sta calando l’umidità? E perché non va sotto coperta per indossare qualcosa?

“Del resto” continuò l’altro “quelle colonizzazioni non sono avvenute con la velocità con la quale sono avvenute le colonizzazioni dei tempi vicini a noi. Dato che esse furono effettuate nell’arco di decine di millenni, forse tutte le miriadi di isole presenti ai nostri tempi allora erano un’unica terra che poteva essere percorsa a piedi e quindi il compito era senz’altro più facile. In merito al bere, è noto che i pesci ben strizzati colano acqua. Peraltro c’è stato chi si è preso la briga di provare la sopravvivenza in mare in condizioni estreme. Negli anni ’50 due tipi di una razza veramente strana, se non ricordo male uno di essi si chiamava Bombard e l’altro Lindemann, affrontarono l’Atlantico in solitario come due naufraghi per oltre due mesi, Lindemann su una canoa resa inaffondabile con pezzi di sughero e l’altro, Bombard, su un canotto pneumatico. Essi hanno dimostrato che si riesce a sopravvivere in mare anche per tempi notevolmente lunghi con ciò che si trova che, talvolta, è a modo suo abbondante.”

Non c’era più alcun dubbio: ci faceva lezione e io lo ascoltavo ammirato e interessato.

Ma ricordai che ero stato sommozzatore e allora intervenni per interrompere quella che era una vera supremazia e dissi: “Il mare si offre anche, e senza particolari problemi, ad essere percorso anche nella sua terza dimensione che è quella subacquea.”

“È vero” rispose “come è altresì noto che sono stati intrapresi esperimenti per individuare quale vantaggio commerciale potesse derivare da tale modalità di navigazione ma non so come siano andati a finire.”

Finalmente c’era qualcosa che non sapeva!

A questo punto intervenne l’armatore: “Ma che state dicendo? Non vi dice niente questo panorama? Chissà quando ne avremo un altro simile.” Ed aggiunse: “Chi prende _acqua di sentina?’ (quella che a bordo è l’Acqua di Sentina, a terra è nota come Grappa, mentre nelle vecchie osterie, sicuramente in quelle dell’Alto Lazio, è detta Acqua di Pozzo).

Accettammo il liquore e lo gustammo con piacere perché la sera incalzava e il contrasto tra il tepore della giornata appena trascorsa e l’umidità incombente cominciava a farsi sentire.

“Poi c’è la sfida!” Era l’armatore che, guardando il mare, diceva la sua più pensando ad alta voce che rivolto a noi. Infatti egli progettava da tempo una traversata verso i Carabi perché era il suo sogno, era il motivo per cui possedeva una barca, era l’obiettivo da raggiungere per dare un senso a sé stesso. Tutto ciò risaltava in modo fin troppo evidente dal come il suo sguardo si perdeva in quello splendido tramonto.

Sfida: invito rivolto a qualcuno per provocarlo a un duello o ad altra competizione. Ma cos’è la sfida se non la parte terminale di un sogno se non il sogno stesso? Se fai un progetto, puoi valutarlo preventivamente con una visione virtuale consentendoti, in tal modo, di apportare ad esso le eventuali modifiche prima della sua realizzazione reale. In una sfida tutto ciò non si può fare; in una sfida non saprai mai come andrà a finire finché non sarà tutto finito quindi il sogno rimane tale fino all’ultima battuta. Ora, il sogno può essere di due tipi: o al negativo o al positivo. Il sogno al negativo è l’incubo che porta solo ad atti irrazionali quali il panico o la fuga; il sogno al positivo è quello romantico ovvero quello che rivendica la funzione del sentimento e dell’intuizione come mezzi capaci di mettere un soggetto in contatto con la realtà reale, o con ciò che egli crede che essa sia. Ma c’è il piccolo particolare che il sogno romantico è solo delle donne. Esse, infatti, per la loro stessa natura vivono di sogni e tendono a travasare il sogno direttamente nella realtà senza porsi particolari dubbi dato che la loro sicurezza è dovuta al proprio sogno in quanto romantico. L’uomo, normalmente, non sogna: il suo destino naturale è essenzialmente quello di trovare soluzioni ai problemi che gli si presentano. L’uomo progetta, elabora, analizza, studia ma non sogna e il vero grande problema è che spesso non sa cosa fare delle sue soluzioni spesso conseguite con grande impegno. Però talvolta capita anche all’uomo di sognare e il suo sogno è, appunto, quello di portare la sfida a qualcuno o a qualcosa. Ma, data la propria natura tesa al concreto, l’impulso che ne ricava non è quello di partire alla conquista dell’oggetto del suo sogno quanto la preoccupazione di perfezionare lo strumento col quale muoverà verso la battaglia, determinando con ciò un circolo vizioso che avrà termine allorché si renderà conto che ha a che fare con qualcosa che ormai è logora e quindi inutile. Vista così la situazione l’impressione che si ricava è che questo viaggio, quello dell’armatore, non si farà mai.

“Sfida di chi? Dell’uomo al mare o del mare all’uomo?” chiesi con un tono di provocazione.

L’altro si rivolse a me e, con il fare paterno col quale ormai mi trattava, mi rispose: “Per il mare noi non esistiamo; anche il mare ha dovuto fare i suoi accordi allorquando la terra non decideva quale dovesse essere il suo assetto definitivo cioè se gassoso, magmatico o solido. Ma quando la terra assunse la sua fisionomia di solida, da allora si creò fra le due identità un accordo perfetto e, conseguentemente, un equilibrio stabile in perpetuo.”

“È senz’altro così” gli obiettai “ma sembra proprio che il mare abbia un’anima e un cervello. L’anima è manifestata dal suo continuo muoversi con quel suo danzare che noi chiamiamo correnti e il cervello dalla sua voglia di giocare con chi lo solca. Normalmente il gioco del mare è quello di mostrare tutto il suo potere nei riguardi del navigante, specie quando la giornata è bella e si ha l’impressione che la navigazione sia facile. In questa situazione gli uomini tendono a diventare un pò troppo soddisfatti di sé e il mare sembra avere una sensibilità particolare per cogliere l’esatto momento in cui abbassano la guardia: e allora comincia il gioco a base di colpi duri se non maligni, con regole imposte da un gigante.”

L’altro mi guardò e sorridendo mi chiese: “Pensi di avere esperienza di mare duro?” e continuò “capisco che con la tua barchetta onde da due o anche tre metri possano essere significative, ma il mare di cui tu parli è tutt’altra cosa.”

“Ma perché” gli chiesi con una vena di stizza “tu lo conosci?”

E l’altro: “Non credo che queste siano cose che ti interessano. Ne a te ne a nessun altro. Ciascun marinaio, o almeno colui che va per mare abitualmente, ha il suo passato e se ne parla è portato a dire cose non vere, perciò consentimi di tacere sulle mie esperienze” e poi proprio per cambiare argomento aggiunse “anche il mare duro ha i suoi miti.”

“Se il mare non fosse duro non avrebbe senso alcuna sfida.” disse l’armatore “E ad Omero non sarebbe passato per la testa di inventare l’Odissea che, per lui, era la vera sfida: immaginare avventure consequenziali e avvincenti allo scopo di tenere un tale, Ulisse, in mare per dieci anni.”

“Secondo voi” proposi “quella di Cristoforo Colombo fu una sfida?”

Di fronte a questo nuovo tema ci fu un momento di esitazione ma poi l’altro fu perentorio: “Quella di Cristoforo Colombo non fu una sfida ma un business. Egli non sfidava il mare per il mare: egli si serviva del mare come strada per raggiungere le Indie per altra via e ottenerne vantaggi economici. Anche gli altri navigatori che hanno intrapreso esplorazioni dopo di lui allo scopo di individuare nuove rotte hanno avuto lo stesso obiettivo.”

“Quindi per trovare uomini che abbiano affrontato il mare per pura sfida li dobbiamo cercare fra quelli dei nostri tempi” osservai.

“Credo proprio di sì.” rispose “Ma ritengo che i primi a sognare cose da pazzi siano stati al solito i greci; non per nulla avevano ‘a bordò tipi come Aristotele, Socrate o Platone, praticamente quelli che hanno inventato l’arte di far lavorare il cervello. Però per capire cosa sia veramente una sfida al mare dobbiamo valutare ciò che succede ai giorni nostri. Le regate del Withbread o quelle dell’Around Alone, ad esempio, sono vere sfide? Assolutamente no: esse sono analoghe alle corse in bicicletta o in automobile o a cavallo dove la strada è solo il supporto su cui viene svolta la gara. Neanche quella di Francis Chircester fu una vera sfida al mare. Egli aveva il male che tutti sappiamo e si affidò al mare come per curarsi, quindi la sua vera sfida fu contro la Natura. La vera sfida al mare è stata quella di Thor Heyerdahl con la sua Kon Tiki, di Ambrogio Fogar con la sua Surprise, di Mauro Mancini e di tutti coloro che hanno affrontato il mare per il mare così com’è e per quello che è. Ma voglio cogliere l’occasione per ricordare colui che per me è stato uno dei più grandi in questo genere di avventure. Si chiamava Vito Dumas, un argentino di mestiere agricoltore, che con un ketch di 31 piedi senza motore, senza radio e, soprattutto, senza sponsor, percorse più di 20.000 miglia nell’emisfero Sud navigando in mezzo ai “Quaranta Ruggenti” riuscendo, primo navigatore in solitario, a doppiare Capo Horn da Ovest verso Est e il primo a navigare nelle latitudini Sud, in particolare a navigare da Città del Capo alla Nuova Zelanda senza tappe intermedie.”

“È uno sport, il nostro, che ha imposto il suo prezzo in termini di vite umane” aggiunse l’armatore “basta ricordare Eric Tabarly, quello che navigava con le barche che chiamava Pen Duick, e Andrea Romanelli membro dell’equipaggio del 60 piedi Fila di Giovanni Soldini. Quella scuffia che subì la barca a seguito dell’onda anomala gli fu fatale. Certamente, al contrario di Andrea Tarlarini, anch’egli dell’equipaggio che cadde con lui, fu stordito dall’urto col mare e di conseguenza seguì la catastrofe.” Siccome l’armatore era ed è medico, ciò che disse nel merito è Cassazione.

“Però” dissi io “non si saprà mai perché e se avesse sganciato la cintura di sicurezza con la quale Tarlarini, che con la propria è rimasto vincolato alla barca, si è salvato.”

Mentre si parlava dell’incidente a Fila di Soldini, notai che il volto dell’altro si incupiva e il suo sguardo si perdeva nel vuoto. Probabilmente la storia dell’onda anomala gli ricordava qualcosa; forse era questo il motivo per il quale non aveva voluto parlare di mare duro.

Volli interrompere quel momento di tensione dicendo: “Però l’anima del mare non è dovuta alle onde anomale ma alle sue correnti. Tanto per esemplificare, cito la Corrente del Golfo o el Niño.”

“Ma el Niño” mi obiettò l’armatore “non è dovuto a un fenomeno meteorologico saltuario?”

Aveva ragione. Farfugliai qualcosa per difendere la mia affermazione. Ma questo individuo non fa il medico? Ora si intende anche di correnti marine! Se ci penso bene, qui mi stanno facendo nero.

L’altro rimosse i propri pensieri senz’altro pesanti e col suo solito sorriso, che non si capiva se era bonario o di sufficienza, continuò: “Senza le correnti marine sulla terra non ci sarebbe la vita che conosciamo noi. Anche se i moti maggiori del mare non dipendono solo da differenze di intensità di salinità e di temperature delle masse d’acqua ma anche dalla rotazione del pianeta o dal sole o dalla luna, c’è di fatto che ogni variazione ambientale, ad esempio la produzione della pioggia, è determinata dal modo col quale il mare si propone attraverso le correnti e il modo di proporsi è vita che si rinnova.”

“Non tieni conto della pressione atmosferica e dell’azione del vento” gli contestò l’armatore, buon esperto di meteorologia.

“E tu non tieni conto delle massa d’acqua in gioco” gli rispose l’altro con fermezza. E continuò: “È nel mare che è racchiusa tutta la vita.”

“Nessuno sa cosa sia la vita” replicò con enfasi l’armatore.

“Tanto meglio” disse l’altro con pacatezza “sai che in che tristezza vivremmo se conoscessimo i segreti della vita? In più succederebbe ciò che è successo al sole. L’astro da sconosciuto era temuto quindi divinizzato, poi hanno scoperto di che natura fosse fatto, quale fosse il suo diametro, quale fosse la sua temperatura interna ed esterna, l’intensità delle onde elettromagnetiche con le quali i suoi raggi giungono fino a noi, i fotoni e chi più ne ha ne metta e che cosa è successo? Che il sole è diventato una macchina per far maturare i pomodori o al più per prendere l’abbronzatura. Invece noi non conosciamo i segreti della vita e proprio per questo soggiaciamo al fascino del mare. Ecco il vero motivo delle vostre esclamazioni di poco fa.”

Ci fu una breve pausa di cui mi approfittai per inserirmi e dissi: “Avete notato che in francese il suono di ‘la merè, madre, è lo stesso di ‘la mer’, mare?”

A questo punto il bue sghignazzando ci ricordò che in francese: “la ‘d’, quando è alla fine di una parola, non si pronuncia.” Ma tu guarda cosa si consente di dire con le sue battute questo bovino! Pensa di essere dissacrante invece è solo noioso.

Ma mentre io mi indignavo, l’altro niente affatto turbato, mi rispose: “Non solo in Francia il mare è al femminile ed è pronunciato come ‘la madrè ma vi sono alcuni popoli dell’America, in particolare in Brasile, che adorano la dea Yemanya o Yemanjà dea giunta dall’Africa nel Nuovo Mondo con la diaspora di quei popoli, il cui nome significa ‘Madre i cui figli sono i pescì. Ella è considerata la madre di ogni cosa per cui tutto ciò che è riconducibile a lei, anche il mare, è pronunciato al femminile.”

“Del resto” continuai un pò timidamente “tutto ciò che è misterioso affascina, per esempio una donna.”

E l’altro, molto seriamente: “il mare è come una donna!”

“Con gli occhi, le tette e tutto il resto” disse il bue con un sorrisetto di ironia.

“Ora non esageriamo con certe similitudini” aggiunse l’armatore.

Ma io, ormai confortato dall’altro che la pensava come me e che in più dimostrava di esserne convinto, risposi al bue: “Certo gli occhi! Hai mai visto le sculture del mare? A parte gli archi, le grotte e i faraglioni il mare ha prodotto delle opere d’arte incomparabili. Prendiamo il caso della ‘Pietà’ di Michelangelo. Egli per farci capire quale fosse l’oggetto del suo lavoro ha dovuto rappresentare volti, corpi e vesti in un modo assolutamente inequivoco e alla fine la sua statua poteva chiamarsi solo ‘La Pietà’ e non, ad esempio, ‘Nostalgia dei Giorni Perdutì. Invece in una cala della Costa Smeralda, che io ho chiamato ‘Cala della Madonninà, ho trovato un scultura semplicemente sublime fatta dal mare con i suoi occhi con i quali ci vede molto bene che richiama il lavoro di Michelangelo. E non sapevi se intitolarla ‘Amore della Pietà’ oppure ‘Pietà dell’Amorè o semplicemente ‘Amorè tanto era complessa da interpretare pur nelle sua semplicità ed essenzialità. E vogliamo parlare delle tette? Il panino col prosciutto che hai mangiato oggi e il vino che hai bevuto non credi che siano alimentazione che viene dalle tette del mare? O pensi che dal mare vengano solo le sardine sott’olio?! In quanto a ‘tutto il restò, non hai appena trovato il mare fantastico ed emozionante? Questo è il ‘tutto il restò che cercavi.”

L’armatore che seguiva con una certa attenzione non l’argomento da me portato ma la foga con la quale mi esprimevo, pronto a fermare un’eventuale lite, alla notizia della cala mi chiese: “Se hai registrato sulla carta le coordinate della cala, me le dai?”

Ed io: “Certamente che le ho registrate, ma figurati se ti privo della possibilità di trovarla! Lì è la cala; cercatela!”

Al che l’altro: “Ragazzi non bisticciate, volete proprio che la serata si concluda male?” e continuò rivolto a me: “Il mare è come una donna. Tanto la donna quanto il mare conservano i segreti della vita. Tanto la donna quanto il mare ti donano tutto senza nulla risparmiare. Tanto la donna quanto il mare subiscono violenza. Tanto la donna quanto il mare sanno vendicarsi a freddo.”

Io, sorpreso da tanta disponibilità nei miei riguardi, gli chiesi: “Per caso vuoi dirmi cos’è una donna?”

“Si” mi rispose “se tu mi dici cos’è il mare.”

Ormai era calata la sera. Entrammo in porto e sentii che il bue comunicava all’armatore che aveva preparato le cime d’ormeggio.

Appena la barca fu ormeggiata salutai e sbarcai rapidamente perché avevo avuto l’impressione che i tre volessero rimanere soli per parlare dei fatti loro.

Giunto sulla banchina mi incamminai verso l’uscita del porto pensando intensamente a quanto ci eravamo detti. Il mare come mito, il mare come strada, il mare come sfida, il mare come donna, il mare come vita. Ma se non si sa cos’è la vita, che senso ha il rapporto con le altre similitudini? Sicuramente non col mito che nasce proprio dal mistero; non con la sfida che è un sogno; non con la donna che è lei stessa un mistero. L’unico rapporto con la realtà, ovvero con qualcosa di razionalmente valutabile e pianificabile, sembra quello di considerare il mare come strada. Ma per caso qualcuno ha mai visto in mare piste, curve, semafori, lampioni, …taverne? E se anche questa interpretazione nascesse da un’illusione?

Ma allora il mare, cos’è il mare?

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