Addio ai paradisi caraibici accessibili?

Esperienze di bordo n. 586, febbraio 2011: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

ADDIO AI PARADISI CARAIBICI ACCESSIBILI?

Testo di Bruno Cravero
Pubblicato su Nautica 586 di Febbraio 2011

St. George, Grenada, West Indies, 18/08/2008

Prima di entrare nel merito di questo articolo qualche dettaglio su di me: ho 61 anni, un passato di regatante (la più importante la partecipazione alla Transmed 1984), faccio parte del numeroso “boat people” da più di un anno, cioè da quando, ottenuta la sospirata pensione, ho deciso di investire i miei risparmi nella realizzazione del mio sogno di sempre: l’acquisto del Mandala, un Hood 38′, barca di 25 anni ma molto robusta e adatta alla navigazione oceanica; prima non ho mai avuto una barca mia perché non avrei potuto sfruttarla a causa del lavoro.

Dopo 6 mesi di lavori da me ritenuti necessari per navigare in tutta tranquillità in solitario e l’estate 2007 passata in Mediterraneo per testare l’imbarcazione (partenza dalla Costa Azzurra, Isole Eolie, Nord Sicilia, Golfo di Napoli, Isole Pontine, Mar Ligure) e la necessaria sosta in cantiere a Sanremo per l’antivegetativa a metà ottobre la tanto attesa partenza per la grande avventura.

Destinazione Portimao (Algarve, Portogallo), dove sono arrivato dopo 11 giorni di navigazione.

La scelta era stata fatta in accordo con un amico francese, anche lui intenzionato a effettuare la traversata con la sua barca, delle stesse dimensioni della mia: la vicinanza alla separazione di traffico di Cabo S. Vincente costringe i cargo a concentrarsi e rende più facile l’attraversamento delle rotte mercantili, in numero molto ridotto rispetto a quelli che si incontrerebbero tentando di attraversare le loro rotte in prossimità di Gibilterra. Per i solitari come me è meglio qualche ora di attenzione che non un monitoraggio continuo delle eventuali navi sparse.

Dopo qualche giorno di permanenza all’ancora davanti a Ferragudo, dato il continuo andirivieni della nave draga e approfittando delle tariffe abbastanza convenienti, mi trasferivo nel marina, sempre in attesa dell’amico che aveva avuto dei contrattempi e tardava. Alla fine mi ha detto di non poter più partire. Decido di partire il 24 dicembre, ma nella notte tra il 21 e il 22 una forte burrasca da Sud entra nell’estuario del fiume: i pontoni galleggianti ondeggiano in un modo pauroso tanto da rendere difficile mantenersi in piedi, pioggia e vento con raffiche che superano i 40 nodi. La barca al mio fianco rompe le cime d’ormeggio (come diverse altre) e danneggia il mio timone a vento: partenza rinviata fino all’arrivo dei pezzi di ricambio e definizione della pratica di rimborso da parte dell’assicurazione.

Ai primi di febbraio tutto è di nuovo pronto per la partenza, ma il meteo comincia a fare i capricci: non riesco a trovare una finestra favorevole per la prima settimana di viaggio. Utilizzo www.grib.us un sito gratuito che, previo download del programma, fornisce previsioni molto attendibili fino a 7 giorni, con griglia di 30 miglia su vento (velocità media e direzione [attenzione: considerare un buon 30% in più per le raffiche]), pressione e precipitazioni; inoltre ricevevo su SSB i meteofax da Hamburg e Northwood, nonché i bollettini locali Navtex. Il 25/02/2008 parto, anche se le previsioni non sono delle migliori (d’altronde quando non c’erano previsioni così precise ho sempre affrontato l’eventuale maltempo senza grandi problemi), alle 14 lascio il porto per la mia prima traversata atlantica.

Come previsto incrocio un nutrito traffico di mercantili, attraverso le loro rotte senza difficoltà anche grazie al radar che si è rivelato un validissimo aiuto, come nel passaggio dello Stretto di Gibilterra; a mezzanotte ho lasciato alla mia poppa l’ultimo cargo e vado a dormire. La traversata fino a Pointe-à- Pitre (Guadeloupe) è durata 34 giorni senza scali intermedi, non ho avuto difficoltà particolari salvo (a parte una sventolata di 30 nodi a nord delle Canarie) una cronica scarsità di vento: ho trovato molto più facili le grandi (e lunghe) onde oceaniche che non quelle corte e ripide del Mediterraneo.

Ma ora veniamo al dunque: il problema ormai dilagante di trovare un’ancoraggio libero, la navigazione sicura e il costo della vita. Le isole francesi possono rappresentare un punto di ingresso, per gli europei, decisamente valido: le formalità di ingresso sono snelle e non viene richiesta la clearance doganale del porto di partenza (quasi impossibile da ottenere nei marina europei).

Il costo dei porti è accessibile, vi sono supermercati delle principali catene francesi forniti di tutte le merci a cui siamo abituati, solo a prezzi decisamente salati, circa il 50% in più della media europea anche per prodotti locali (pomodori, uova, insalata, banane).

Nel mio trasferimento verso sud per evitare la stagione degli uragani ho dovuto constatare che a St. Lucia gli ancoraggi più belli e riparati della costa sottovento (Anse de Marigot e Anse des Pitons) sono pieni di corpi morti con relativa boa d’ormeggio (a pagamento ovviamente), inoltre navigando sotto costa si viene continuamente importunati da una miriade di venditori ambulanti (frutta, pesce, offerta di ormeggio) a bordo di velocissime canoe motorizzate che mi hanno creato un pò d’apprensione al loro avvicinarsi, date le notizie di episodi di pirateria verificatisi negli ultimi tempi un pò dappertutto.

La mia idea originale era di recarmi in Venezuela, ma è ormai abbandonato da tutti: anche se Isla Margarita rappresenta un’oasi felice tutta la costa è da considerare a rischio di pirateria, l’ultimo episodio di cui sono a conoscenza risale al 5 luglio, quando una barca a vela inglese, il Raven Eye, con a bordo una coppia anziana, è stata abbordata, al largo di Puerto Santos, da una piroga occupata da 6 uomini armati, che hanno ferito gravemente il cane, malmenato e minacciato la coppia, rubato il denaro, ferito alla mano la donna nel tentativo di strapparle la fede nuziale, razziato telefonini, VHF, SSB, laptop, fuoribordo, cassetta degli attrezzi, tagliato i cavi dell’impianto elettrico di bordo, rotto la bussola. La barca è comunque riuscita a raggiungere Trinidad. Inoltre le ultime notizie che ho ricevuto via e-mail da un’imbarcazione italiana non sono confortanti per quanto riguarda i prezzi: da febbraio sono raddoppiati; la sola cosa conveniente è il gasolio.

In un primo momento volevo passare la stagione degli uragani a Trinidad ma anche qui c’è qualche intoppo: voci insistenti parlano di episodi di pirateria a nord di Trinidad da parte di pescherecci venezuelani provenienti dalla penisola di Paria, che a quanto pare non esitano a speronare i velieri che incontrano nel tentativo di fermarli e il mare, a causa delle numerose piattaforme petrolifere, non è dei più puliti. Mi sono fermato in questo piccolo paradiso terrestre che è il Lagoon di St. George a Grenada, considerato un “Hurricane hole”, molto tranquillo e sicuro dal punto di vista visite indesiderate (non ho mai chiuso a chiave la barca lasciandola incustodita tutto il giorno nelle frequenti escursioni a terra e non ho avuto sgradite sorprese). Ma anche questo paradiso ha il suo serpente: è in costruzione Port Louis, un mega marina a 5 stelle che una volta ultimato occuperà tutta l’area, togliendo di fatto la possibilità di mettersi all’ancora; è stato sbancata la punta del promontorio, sono in atto i lavori di dragaggio e costruzione di gettate in cemento, per consentire l’ormeggio a yacht fino a 90 metri, in una zona prima coperta da circa 1 metro d’acqua, con buona pace per l’ecologia e l’impatto ambientale.

Attualmente il gioco delle correnti continua ad insabbiare l’angolo Sud-Ovest dello spazio riservato alle grandi imbarcazioni. Il peggio è che da circa un mese e mezzo vengo settimanalmente visitato, come tutte le alte barche, dal sedicente responsabile del marina, che giunge a bordo di un gommone, bardato in modo ridicolo con un giubbotto salvagente (presumibilmente per darsi un’aria di ufficialità) e pretenderebbe un diritto di occupazione dello specchio acqueo, su quella che ritiene una proprietà privata, pari a 0,35 US$ x piede (di lunghezza imbarcazione) x giorno: per il Mandala si tratterebbe di 400 US$ al mese, il doppio di quanto pagherei per ormeggiarmi ai moli del Grenada Yacht Club (molto ospitale e vagamente inglese, in cui trascorro la maggior parte del mio tempo a terra tra una chiacchierata, nuove conoscenze e una partita a biliardo). Ovviamente la mia risposta, come quella dell’altra mezza dozzina di barche che rimangono (la maggioranza per evitare discussioni se ne va), è che è una richiesta illegale, che non pagherò e che me ne andrò solo quando mi verrà intimato dalla Guardia Costiera.

Ciliegina sulla torta Caraibica: il Governo delle Isole Vergini Britanniche ha istituito una tassa pari a 1,00 US$ x piede x giorno per il diritto di solcarne le acque territoriali. Fortunatamente (per noi diportisti) pare si sia levato un coro di proteste da parte degli operatori locali del settore, che vedevano di fatto svanire la loro clientela. Al momento (traggo la notizia dal numero di Agosto di Compass, un mensile di notizie nautiche della zona) il Governo delle Isole Vergini Britanniche, nel corso di una seduta straordinaria tenutasi il 14 Luglio, ha deciso di procrastinare a data indefinita l’applicazione della nuova tassa.

Spero vivamente che anche da questa parte del mondo non prenda piede, da parte delle autorità e degli operatori, l’abitudine di considerare il turista nautico un pollo da spennare, come già avviene in Mediterraneo. Per la gente come me che ha deciso di trascorrere il resto della vita a bordo di una barca e vive della pensione le risorse economiche non sono illimitate e già la normale manutenzione rappresenta un costo non indifferente. Riguardo la pirateria non c’è rimedio: per popolazioni che muoiono letteralmente di fame poche centinaia di US$ possono rappresentare un tesoro inestimabile, la Guardia Costiera è impotente (quando non connivente: un francese che solca questi mari da parecchi anni mi ha raccontato di essere stato derubato, un paio di anni fa, del denaro contante appunto dalla Guardia Costiera venezuelana che l’aveva fermato con la scusa di un controllo). L’unica difesa è una buona informazione preventiva, evitando accuratamente di solcare i mari pericolosi.

Ritengo controproducente l’idea di armarsi: si ha a che fare con individui disperati e pronti a tutto, abituati alla violenza e all’uso delle armi, sicuramente in gruppi più numerosi dell’equipaggio tipo delle barche, solitamente composto da famiglie, coppie o solitari.

Esistono sicuramente ancora molti luoghi incontaminati dove è possibile vivere tranquilli e senza spendere una fortuna, ma la lista si va progressivamente assottigliando: la globalizzazione avanza a passi da gigante ed è impossibile arrestarla.

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