Hakuna Matata nel Golfo del Leone

Esperienze di bordo n. 599, marzo 2012: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

“HAKUNA MATATA”
NEL GOLFO DEL LEONE

Testo di Antonio Tiragallo
Pubblicato su Nautica 599 di Marzo 2012

Mio nonno mi parlava del Golfo del Leone, le sue erano storie di tempeste e mare cattivo, di ventaccio e nubifragi, con l’enfasi di un marinaio che racconta ai nipotini, evocava in me bambino immagini buie e spaventose.

Destino volle che nel gennaio del 2006, quel bambino ormai cresciuto, vivesse le esperienze descritte da quelle immagini, proprio su una barca a vela come suo nonno e come suo nonno ne fu davvero spaventato.

“Hakuna Matata”, un catamarano di 44 piedi, viaggio inaugurale dopo il varo e lavori di armamento, una barca da “collaudare” e la collaudammo davvero.

Il 22 gennaio del 2006, l’equipaggio quasi al completo assisteva al varo di “Hakuna Matata” nel porto turistico di Gruissan in terra di Francia, mancava solo Gaetano che ci avrebbe raggiunto il giorno della partenza.

L’armatore e comandante della spedizione era Paolo, navigatore e uomo di grande esperienza e cultura, siciliano, solido, con un bel carattere entusiasta.

Anche gli altri due marinai venivano dalla Sicilia, Claudio, skipper d’esperienza da Catania, e Gaetano, regatante provetto con il quale avevo già allora condiviso tante regate e grosse barche, operava a Portorosa, meta d’arrivo del viaggio inaugurale del battello. E poi io, marinaio, assoldato per completare la ciurma nel mitico numero di quattro, che consente una discreta turnazione per le lunghe navigazioni.

Quel pomeriggio il tempo era molto brutto, vento da sud sui 20 nodi, aria fredda con poca luce, nuvoloni carichi di pioggia, il complesso appariva abbastanza triste.

Nei giorni successivi lavorammo di gran lena all’armamento della barca, sicurezza, cambusa, mappe e portolani, strumenti elettronici e mille controlli alle dotazioni e alle attrezzature di bordo, il 25 eravamo pronti a mollare.

Gruissan è un insediamento turistico nei pressi di Narbonne, città molto interessante per il suo centro dove si trova un’antica cattedrale e un bellissimo museo della pietra scolpita.

Narbonne è gemellata con Roma, all’ingresso dell’abitato un cartello dice: “Narbonne, Roma in terra di Francia”, e nel museo della città c’è una lupa capitolina donata dal sindaco della Città Eterna in segno di gemellaggio tra le comunità (Sindaco Vetere).

Visitammo anche Beziere, la sua cattedrale è bellissima e trasmette una sensazione di grandezza, nel lato sinistro dell’altare Giovanni battezza il Cristo sotto la scritta: OPORTET NASCI DENUO, a destra San Biagio, accesi due candele, una per me e una per la barca.

Approntato l’armo, il piano prevedeva di fare rotta per Capo Corso passando per Antibes e poi verso Sud per Portorosa, il meteo non era esaltante ma niente che non fosse normale a gennaio.

Era maestrale, partimmo tardi la sera per un banale contrattempo agli strumenti di bordo, il mare cattivo ci fece rientrare in porto la notte stessa.

Ripartimmo il 26 alle 11.00, con l’idea di tenerci sottocosta dove il maestrale avrebbe avuto poco fetch e minore intensità, sul giornale di bordo annotavo “7 ore motore, vento da nord-ovest 25-30 nodi, morale alto colazione abbondante temperatura 5 gradi centigradi, issato tutto Genova velocità 9-10 nodi, rotta 83°, scatta il tresette.”

Insomma planavamo in tutta tranquillità spinti da un maestrale robusto, tutto andava alla grande, alle 13.04 annotavo: “record planata knots 17, rotta 80°- 85°, pos: 43°09,32 N, 03°29,93 E”.

Alle 15.00 arrivava il mio cambio turno, queste parole sul diario di bordo: “proseguiamo solo con il genova, onda media formata di poppa, vento rafficato 15-18 nodi al mascone, direzione NW. Riposo, 60 miglia a Marsiglia”. Le cuccette dei Lagoon sono davvero comode e mi infilai gaudente nel mio sacco a pelo dopo una bella doccia calda, andando con i pensieri a Marsiglia, dove saremmo dovuti arrivare da lì a poche ore, il sonno fu agitato, e verso le 18 interrotto bruscamente dallo sciabordare violento di un’onda in coperta. Mi infilai la cerata con calma guardandomi attorno nella vastissima dinette del catamarano, grosse onde provenivano dal mascone di poppa a sinistra, il vento era aumentato fino a 35 nodi e Marsiglia appariva davvero irraggiungibile.

Paolo aveva deciso di tentare una rotta per Bandol, ma ben presto ci accorgemmo che le onde erano troppo alte per ipotizzare di risalirle, dovevamo scappare dal mare e cercare ridosso a Tolone.

Il vento era costantemente oltre i 35 nodi con raffiche violentissime fino ai 40, il cielo coperto e nero dava lo stesso colore nero al mare, in lontananza intravedevo le luci di Marsiglia, un bagliore rossastro in una cornice dantesca.

Le onde crescevano in modo molto marcato, ben presto un uomo si mise in osservazione fissa sul lato sinistro, avvisando il timoniere per l’accostata sull’onda, intorno alle 22,30 Gaetano ed io uscimmo sul flying bridge per lascare scotta e carrello della randa, la quale nonostante fosse dentro il lazy bag, aveva una sezione al vento molto vasta e molto alta.

Liberai la ritenuta del boma e lascai la scotta, Gaetano mollò tutto il carrello e la barca ne fu molto contenta, durante i pochi secondi necessari all’operazione il vento mi strappò letteralmente dalla testa la cuffia di lana, dovetti tenermi gli occhiali perché mi sarebbero volati anch’essi.

Solo con la tormentina facevamo 7 nodi cercando di manovrare tra le onde per non venir trascinati troppo lontani dal ridosso di Tolone.

L’ultima annotazione di quella sera dice: “forte mare al mascone, onde molto alte. Procediamo con la tormentina e motori a basso regime. Vento 30-35 nodi da 315°”.

Il mio turno al timone cominciò alle 23.00, notte fonda, buio pesto, il mare disegnava un paesaggio collinare davanti alla prua di “Hakuna Matata”, la voce di Paolo che mi avvisava dell’arrivo delle onde sulle quali dovevo poggiare per non partire in surf di traverso. Tutto era illuminato da scariche atmosferiche frequentissime, quasi stroboscopiche, avvistammo una nave e vedendo le dimensioni delle onde sulle grandi murate di ferro ci rendemmo conto dell’altezza e della potenza di quei marosi che spesso precipitavano sulla cresta con un rumore che faceva vibrare lo scafo e l’anima.

Molte volte l’acqua invase il pozzetto, un’onda si ruppe sul ponte superiore scaricando una pressione pazzesca su tutta la barca, spesso poggiavo troppo e partivamo in surf fino al cavo, allora ci investiva la schiuma della cresta precedente, vedevamo l’acqua alle finestre, ma all’interno della dinette manovravamo all’asciutto, avvolti in una strana atmosfera quasi salottiera, scambiandoci informazioni in totale simbiosi tra noi quattro e con la barca.

Claudio elaborava variabili sulla rotta e osservava la parte prodiera sinistra, dalla quale talvolta arrivavano grandi onde che ci impedivano di tenerci vicino a terra, Paolo instancabile ragguagliava tutti sui momenti di mare da poppavia e sinistra, Gaetano pensava alla sicurezza, life jacket, attrezzature varie, preparazione zattera etc. senza farsi troppo notare ma con soddisfazione di tutti.

Il timone del Lagoon in dinette è un robusto joystick che agisce sul meccanismo dell’autopilota, per cui è necessario abituarsi un pochino per governare in situazioni estreme, quella notte si comportò benissimo e solo una volta invertii un motore tutto indietro e l’altro avanti tutta per non essere girato di traverso all’onda durante una delle lunghe planate in discesa (mi sembrò l’unica cosa da fare quando con il timone a tutta barra la barca accelerò intraversandosi, se avessimo dato la murata all’onda sarebbe stato un disastro) la manovra riuscì e per fortuna non dovetti ripeterla.

I vetri della barca si appannavano spesso, era una condensa greve e si accumulava in enormi goccioloni, più che pulire i vetri era strizzare la pelle di daino, eppure a turno instancabili pulivamo tutto, ben sapendo che vedere (anche il poco che si vedeva) era indispensabile.

Le creste erano luminescenti, ben presto non si vide altro, eravamo sballottati in una pentola ribollente la cui immagine ci era appena abbozzata dalla forma schiumosa delle onde che si rompevano nella furia del maestrale.

Imparammo in fretta, non ricordo cosa ci dicemmo esattamente, ma le parole di tutti aiutavano tutti, nessuno si scompose minimamente, neppure nei momenti difficili che furono parecchi. Gaetano dopo un’imbarcata davvero brutta propose di filare l’ancora galleggiante e metterci alla cappa offrendo alle onde il mascone di poppa, la manovra aveva già funzionato altre volte, Paolo decise di proseguire ancora verso il ridosso lasciando l’opzione come piano alternativo alla fuga che stavamo mettendo in atto. Continuammo a navigare impegnandoci a fare più strada possibile sulla rotta per Tolone, il mare aumentò e ruotò verso Nord, le onde si disponevano al traverso e ci spingevano verso il largo dove non avremmo avuto tregua, finii il mio turno alle 03.00 del mattino, Claudio mi rilevò ed ebbi in quel momento la precisa sensazione che il vento stesse calando. L’anemometro che fino a quel momento rosseggiava sempre oltre i trentacinque nodi, ebbe un lieve sussulto sulla decina del due, quel segnale mi tranquillizzò molto, da lì a un’ora e mezzo saremmo stati al sicuro.

Mio nonno aveva ragione, il Golfo del Leone ruggisce molto forte, onde enormi, vento oltre i 35 nodi con imprevedibili raffiche e scrosci di pioggia accecante, una vera nottata di m…, l’impressione è davvero quella di un urlo della natura. Pensai che tocca a tutti prima o poi di affrontare le proprie paure, le immagini che la nostra mente disegna come pericolose e terrificanti, noi quattro e “Hakuna Matata” affrontammo la burrasca tra Marsiglia e Tolone la notte tra il 26 e 27 gennaio del 2006. Il diario di bordo riprende con un’annotazione breve ma carica di significato, scritta in fretta registra: “27.01.2006, ore 04,30, ormeggio al molo di St. Mandrien”, ricordo che lo scrissi con le mani ancora bagnate dalle cime d’ormeggio, mentre a bordo si rimetteva ordine nell’incredibile casino che il mare grosso riesce a creare sulle barche, poche volte assaporai le risate e la pastasciutta come quella notte. Mi ricordai delle candele accese a San Biagio nella cattedrale di Beziere, ringraziai per me e per i miei compagni di avventura che in queste righe voglio citare per lo splendido esempio di coraggio e arte marinaresca che diedero quella notte.

Il trasferimento proseguì tranquillo, il 29 all’una di notte doppiavamo la Giraglia, il due febbraio alle 13.15 “Hakuna Matata” veniva assicurata alla banchina di Portorosa dopo una navigazione esemplare a vela e motore con una media sul percorso di 8,5 nodi.

Il catamarano non riportò alcun danno da quella notte, qualche piccola infiltrazione d’acqua e poche sciocchezze sul flying bridge, la barca si comportò davvero in maniera ineccepibile in una situazione molto difficile e che sarebbe stata estrema per ogni barca, il gran rumore delle onde sugli scafi e sulla coperta (sembravano davvero martellate) non lasciava segno alcuno e la barca si scrollava di bordo l’acqua in veri torrenti schiumosi che scorrevano lungo le fiancate e nel vasto pozzetto di poppa trasformato da comoda veranda in uno spot da rafting estremo.

Ora racconto ai miei nipoti di quanto sono brutte le burrasche nel Golfo del Leone, conscio di non poter esagerare neppure con tutta l’enfasi di cui sono capace, non a caso si dice: Hic sunt leones (qui sono i leoni).

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