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Ciao mamma io vado a vivere in barca

Esperienze di bordo n. 612, aprile 2013: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

CIAO MAMMA, IO VADO A VIVERE IN BARCA

Testo di Jasna Tuta
Pubblicato su Nautica 612 di Aprile 2013

Sono le sette del mattino e il mare è tranquillissimo. Con in mano una tazza di caffè bollente vado a sedermi a prua per assaporare i suoni e i colori di una nuova alba. A poche centinaia di metri, il villaggio messicano di La Cruz de Huanacaxtle è ormai sveglio da un pò, gli uomini sono già tutti in mare a pescare con i loro panga. Quando ritorneranno a riva, andrò a salutarli e a scegliere il “pescado” per il pranzo. Intorno a me sonnecchiano decine di barche a vela. Il mare lungo del Pacifico le fa rollare delicatamente e i loro alberi diventano metronomi che scandiscano il ritmo della vita a bordo. Lentissimo.

Oggi festeggio un anniversario importante. Sono infatti passati esattamente tre anni dal momento in cui ho deciso di seguire il mio sogno. Era infatti il primo gennaio del 2010 quando ho accettato il fatto che non mi interessava avere una carriera/famiglia/macchina/vita “come si deve”. Non lo volevo proprio. E non ero felice.

E l’ho fatto. Ho lasciato un lavoro di insegnante che mi dava non poche soddisfazioni. Ho venduto la macchina e lasciato l’appartamento. Ad un tratto mi sono resa conto di quante cose inutili avevo accumulato nel corso degli anni. Un sabato sono andata al mercatino delle pulci e ho venduto quasi tutto. Il resto l’ho regalato agli amici. Poi ho comprato un biglietto di sola andata per l’Australia. E siamo partiti, io e il mio zaino. A scriverlo così, sembra una cosa facile, ma posso garantirvi che non lo è stato per niente. Ho lasciato famiglia, amici, la sicurezza di uno stipendio e il mare Adriatico che amo tanto, e in cambio mi sono regalata l’ignoto. Non avevo idea di dove andavo, a far che, per quanto tempo e non ero nemmeno tanto sicura del perché. Ma dentro di me una vocina non mi dava pace da molto tempo. Non sicura sul da farsi cercavo di zittirla con scuse di ogni tipo: “Non posso partire, perché… non ho abbastanza soldi… non parlo l’inglese… ho un lavoro” (e di questi giorni, un trentenne che lascia un lavoro fisso sarebbe da rinchiudere in manicomio!)… Ma lo sappiamo bene: se ci mettiamo a cercare scuse, ne troveremo a tonnellate.

Un giorno però ho smesso di cercare scuse e ho deciso di ascoltarla, quella vocina, perché sentivo che mi avrebbe aiutata a trovare la strada giusta. L’ho seguita in Australia, dove mi ha fatto lavorare duro e imparare l’inglese. E poi, un giorno, sulla bacheca di un noto festival musicale, mi ha fatto leggere un annuncio interessante: “Cercasi equipaggio per barca a vela, destinazione Sydney”. In quel momento non lo sapevo ancora, ma quell’annuncio mi avrebbe cambiato la vita. A scriverlo è stato il mio attuale compagno, col quale ho da allora navigato migliaia di miglia marine. Grazie a lui ho finalmente scoperto cosa voglio fare da grande. Io voglio fare la velista!

Quando partiamo per un lungo viaggio, abbiamo solamente due certezze. La prima è che il nostro destino cambierà. La seconda è che non possiamo mai sapere dove ci porterà. Il destino ha deciso di portarmi sul mare e ora vivo in barca a tempo pieno. Ci sono migliaia di persone che lo fanno e non sono tutti ricchi o in pensione. In questi anni ho incontrato un arcobaleno di giramondo: ventenni e ottantenni, poveri e ricchi, coppie etero e gay, intere famiglie, con tanto di gatto o cane. La mia amica Nancy che vive in Australia ha cinque figli a bordo, tre dei quali sono nati in barca. Ormai non mi stupisco più quando incontro bambini e ragazzi che non sono mai andati a scuola ma hanno un bagaglio culturale da far invidia. Oltre alla mamma/maestra, questi giovani imparano dal mare, dagli animali, da persone che spesso non parlano la loro stessa lingua. Stando con loro mi stupisco sempre della loro maturità. Sono responsabili, autonomi e lavorano duro. Scalzi, abbronzati, sani e sorridenti. Sono anche molto intraprendenti, organizzano giochi e feste a riva, scrivono articoli per il giornalino locale, costruiscono una capanna e la battezzano “circolo nautico”. Due bambini che ho conosciuto si guadagnano la paghetta mensile vendendo conchiglie o sassi dipinti. Un giorno hanno guadagnato addirittura 73 dollari che hanno investito portando i genitori a cena fuori!

Dal punto di vista finanziario è molto più facile sopravvivere in mare che a terra. Non ci sono bollette, tasse, bolli da pagare. Noi due per esempio viviamo con 800 euro al mese, mantenimento della barca incluso. Alcuni spendono molto di più, altri molto di meno. Chi è in pensione generalmente non ha problemi, i giovani invece devono essere intraprendenti. C’è chi vende o affitta il proprio appartamento, molti lavorano via internet, altri ancora di tanto in tanto lavorano in porto. Molti lavorano per sei mesi per poi viaggiare l’altra metà dell’anno. Non posso negare che l’instabilità finanziaria sia una componente di questo stile di vita. Ma è una scelta. Se vuoi la libertà, accetti l’instabilità.

Oggi la mia vita è radicalmente diversa da quella di una volta. Ciò che una volta erano eccezioni, oggi sono regole, e le regole di ieri sono diventate eccezioni. Non sto parlando di cambiamenti evidenti come quello di avere una barca invece di una casa e di viaggiare per continenti lontani. Parlo di quelle piccole cose di ogni giorno che ormai mi sembrano “normali”, ma che fino a poco tempo fa rappresentavano una novità. Per esempio: addormentarmi ogni sera ammirando il cielo stellato. Oppure essere svegliata alle tre del mattino dall’atterraggio di un pellicano sulle draglie accanto a me. O ancora il fatto che mai un cambio di vento passa inosservato. Non solo non ho più la macchina, ma nemmeno ricordo quando ne ho guidata una l’ultima volta. E poi ci sono le date: a scuola erano importantissime. Ora invece, se me lo chiedete, non ho idea che giorno e spesso nemmeno che mese sia. L’anno scorso mi sono completamente dimenticata di festeggiare la Pasqua. Insomma, in mare decido come passerò la giornata… in base alle previsioni meteo.

Credo che i vicini di casa mi crederebbero matta se un giorno portassi le mie abitudini a terra. Qualche esempio? Lavo le stoviglie in acqua di mare. Non cucio abiti, ma vele. Bevo l’acqua piovana. Parlo spesso con i gabbiani. Al mattino, per prima cosa controllo il barometro. In ogni momento so dirvi le mie coordinate sul pianeta. Utilizzo il VHF invece del telefono cellulare. Sono praticamente sempre scalza. Il pane lo metto a lievitare sul motore caldo. Il mio fornello dondola. Le bucce e i torsoli a casa mia volano fuori dalla finestra. Anche il mio guardaroba si è ridimensionato moltissimo. Ora posso lavare tutti i miei vestiti in una sola lavatrice (se la trovo a riva, altrimenti lavo a mano). E le mie “scarpe” si sono ridotte a solo quattro paia: sandali, crocs, stivali di gomma e ovviamente… pinne!

Mi rendo conto che per molti queste possano sembrare rinunce. Sono d’accordo. Scegliere la vita di mare vuol dire rinunciare a moltissime cose. A un conto in banca in aumento, per esempio. E molto probabilmente alla carriera. Alla compagnia di amici e familiari. A una casa che non c’è bisogno di spostare quando il vento cambia direzione nel cuore della notte. Al giardino. Alle lunghe docce con acqua dolce. All’elettricità illimitata. Niente lavatrice, congelatore, microonde, televisore, lavastoviglie, telefono o aspirapolvere. E poi ci sono tutti quei momenti che di solito negli articoli di viaggio e nei blog non trovano spazio perché di idilliaco hanno ben poco: le tempeste, quando giuri a te stesso che se sopravvivi non metterai mai più piede in barca; l’onnipresente mal di mare; tuoni e fulmini così vicini che ti fanno diventare religioso anche se non lo sei; odissee burocratiche; immersioni a notte fonda causa lenza di pescatori aggrovigliata intorno all’elica; pioggia torrenziale che ti fa ricordare tutte quelle perdite sui boccaporti che avevi giurato di riparare mesi fa; lavoro duro in cantiere; notti insonni; l’ennesimo problema col motore; troppo vento; troppo poco vento… Eppure… eppure io non mi sono mai sentita tanto ricca e felice.

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