Una traversata a lieto fine

Esperienze di bordo n. 619, novembre 2013: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

Una traversata a lieto fine

Testo di Dario Ugenti
Pubblicato su Nautica 619 di Novembre 2013

Come ogni anno le nostre vacanze si concentrano nel mese di agosto e, da più di dieci, le passiamo al mare in Sardegna, in quello che, secondo me, mia moglie e mio figlio, è fra i posti più belli che abbiamo mai visto: il Golfo di Marinella, situato a nord di Olbia, poco prima di Porto Rotondo, con le sue isole, fra cui Mortorio e Tavolara, e le sue mille spiagge immerse nella natura incontaminata. Come al solito la traversata la facciamo in barca, negli ultimi tre anni a bordo del nostro magnifico fisherman di circa 10 metri con due potenti fuoribordo da 250 CV. Inutile dire che dopo tanti anni passati in barca a vela, quando eravamo giovani, l’esperienza mi suggerisce cautela, rispetto del mare e tanta attenzione.

Ricordo ancora le prime esperienze a vela con il Levante a Ponza, oppure il Mistral in Corsica o il Maestrale sardo che tanto ci hanno insegnato e, soprattutto, reso prudenti. A tal punto che sono stato tra i primi diportisti nei primissimi anni ’90 a dotare la mia imbarcazione di una radio SSB, di un portatile e di un software americano per la ricezione delle carte meteo in barca. Misi a punto anche un algoritmo di calcolo con il quale potevo prevedere la forza del vento e la sua direzione con legittima approssimazione. Quando illustrai il sistema su una piccola rivista nautica (per dimensioni), la mia casa romana divenne sede di una processione continua di velisti che, portandosi dietro i loro apparati, desideravano provare con me il corretto montaggio, la ricezione e l’interpretazione delle carte. Erano anni in cui la tecnologia fece passi giganteschi e ben presto il sistema diportistico fu abbandonato per l’arrivo di Internet. Prima di allora, però, conobbi tanti velisti pronti per fare il giro del mondo o per trascorrere lunghi periodi a bordo delle proprie barche o semplicemente curiosi del sistema da me predisposto.

Per la prudenza acquisita nel tempo penso che la traversata del Tirreno, dal litorale laziale sino alla costa sarda, merita una accurata programmazione. Troppe avventure di mare, mie e di amici, sono state vissute a causa di bruschi cambiamenti del tempo, che su barche a vela in qualche modo si gestiscono, ma su una barca a motore, di una misura non certo rassicurante, sono difficilissime, se non impossibili, da affrontare. Quindi nei giorni che precedono la partenza leggo continuamente bollettini, vedo i video-meteo, chiedo informazioni agli amici già in vacanza da quelle parti per sapere se si alza il Maestrale, oppure a chi vi è arrivato in traghetto, se ha trovato mare sulla rotta Civitavecchia-Olbia.

Prese tutte le precauzioni, il 3 agosto io e mia moglie ci imbarchiamo su “Oblock III” che, ormeggiata nel marina di Riva di Traiano, ci aspetta in splendide condizioni: carena perfetta, motori ok, barca pulita e luccicante. La sera prima avevo impostato la rotta sul plotter che ci avrebbe portato prima a Giannutri, poi a Porto Vecchio e, infine, nel Golfo di Marinella. Con l’avanzare dell’età mi convinco sempre di più che ù meglio non rischiare e fare le cose con calma. Decido, quindi, di evitare la traversata e di navigare a vista. Si allungherà di qualche decina di miglia, ma mi sento più sicuro se dalla barca vedo la terraferma, seppur lontana.

Mentre usciamo dal porto, verso mezzogiorno, tolgo i parabordi e ne lascio due a portata di mano per sicurezza, infilo due giubbetti sui portacanne, sistemo in pozzetto l’autogonfiabile e, mentre sto per dare l’ok al plotter, sento la voce di mia moglie che mi dice “dai andiamo dritti verso la Sardegna, così risparmiamo almeno un’ora”. Il mare mostra qualche “ochetta”, ma vista l’ora e la calura che dà origine, come di consueto, a una piccola brezza, non mi è possibile valutare come sarà il mare fra qualche decina di miglia. Le rispondo che eravamo d’accordo di evitare la traversata, che saremmo partiti con calma, e non al mattino presto, e che “lì fuori potremmo trovare un mare che può darci fastidio”. Di rimando lei mi dice: “secondo me è calmo, anche perchè si vede Giannutri chiarissima e tutto l’Argentario”. In certi momenti non si sa cosa pensare e non so dare una spiegazione al perchè si vede Giannutri. E poi mia moglie ha un sesto senso: in mare, in genere, accade ciò che lei prevede. In diverse occasioni le sue previsioni si sono avverate e, pertanto, sia in ambito marinaro, sia nella vita di tutti i giorni le dò ragione e condivido. Oltretutto è una patita di questa barca: è suo il record della traversata in 4 ore e 15 minuti per coprire le 115 miglia, con punte di oltre 40 nodi, anche se il mare in quell’occasione era davvero liscio come l’olio. Sin dai primi anni di matrimonio (e ne sono passati più di 25) abbiamo fatto le nostre vacanze in barca a vela, l’ultima delle quali fu venduta per acquistare il nostro appartamento in Sardegna quando nostro figlio ci aveva chiesto di poter stare con gli amici in spiaggia a giocare e crescere con loro. Condividendo il suo desiderio, abbiamo cambiato le nostre abitudini. Ma dopo qualche anno, vista la sua raggiunta autonomia, abbiamo acquistato la nostra prima barca a motore per vivere il mare e non la spiaggia. Arrivò, quindi, “Oblock I” (oblock sta per oblò che mio figlio a tre anni chiamava così), un magnifico clipper cruiser di una decina di anni, con doppia motorizzazione a benzina, che, con i suoi 7,50 metri, si fece la sua brava traversata doppiando l’Elba, la Corsica per raggiungere, infine, la Sardegna, restando stabilmente lì per 4 anni. Poi arrivò “Oblock II”, un fisherman di 25 piedi con fuoribordo 2×150 CV che portammo via mare attraversando il Tirreno. Dopo un anno fu sostituito dal suo fratello maggiore, il 30 piedi, che ormai ha già 6 traversate sulle spalle, fatte grazie alla sua straordinaria carena e tenuta di mare. Bene, tornando a quegli attimi di esitazione nei quali avrei dovuto decidere se rifare la solita rotta di attraversamento del Tirreno oppure la navigazione a vista, optai per la traversata. Disegno la rotta sul plotter, metto la barca nella giusta direzione e abbasso le manette per mettermi a una velocità di 25-27 nodi. Alzo i trim al 50%, flap a zero. Barca in perfetto assetto con motori a 4.300 giri. Decido di portare io la barca per la prima ora, per valutare se la scelta è stata azzeccata oppure no.

Come volevasi dimostrare… dopo circa un’ora le ochette erano sparite e il mare era liscio come l’olio. Valuto, quindi, in poco più di tre ore il tempo necessario per raggiungere la Sardegna. A quel punto lascio la guida a mia moglie, dicendole di mantenere quella velocità, e vado a sdraiarmi sul divano di poppa. Mi addormento quasi subito cullato dal mare che non dà alcun segno di insofferenza verso di noi. La barca in splendida planata avanza senza alcuno scossone in perfetta solitudine, senza altre imbarcazioni in vista. In genere, quando mi addormento nel pozzetto sono comunque sempre vigile, anche se ci sono altre persone a farmi compagnia. Ma questa volta, forse perchè l’anno di lavoro è stato pesante e soprattutto difficile, il sonno è stato talmente profondo e appagante che mi sono svegliato dopo due ore.

Apro gli occhi e lontano vedo la Corsica. Capisco di aver dormito molto e alzandomi dò uno sguardo al plotter. Siamo a circa 35 miglia dalla nostra casa in Sardegna e dalle vacanze e abbiamo mantenuto una velocità media di circa 27 nodi. La costa sarda non si vede ancora. Dico a mia moglie di alzare un pò la velocità e portarsi a 30 nodi. Mi siedo sul sedile accanto a lei ammirando il mare, il sole. Le chiedo se avesse visto i delfini, oppure la balena come ci successe due anni fa nel centro del Tirreno, quando il soffione di un cetaceo si vide inconfondibilmente a circa 500 metri da noi. Mentre si parla, si scherza e ci si comincia a rilassare, decido di portare la barca. Sguardo agli strumenti e vedo che tutto è ok. Mia moglie mi chiede di rallentare per andare a prendere un pò d’acqua in frigo. Rallento la barca e dopo un paio di minuti si riparte. Solite manovre, barca in planata, giri 4.300, nodi 27 e… la spia dell’olio del motore di sinistra resta accesa con allarme sonoro.

Mille pensieri prendono corpo immediatamente mentre spengo il motore in allarme cui sono collegati gli strumenti di controllo: manca l’olio…., l’ho perso…, il meccanico che ha avuto in gestione la barca per un anno che ha fatto in questo tempo…, motore fuso…, vacanze rovinate…, chi metterà le mani sul motore in questo periodo e soprattutto chi è in grado…? Guardo il plotter: mancano 30 miglia. Una distanza infinita in quei momenti. Prendo il cellulare per telefonare a Roma: non c’è campo…. per fortuna di Marco, il meccanico (che poi è un rivenditore di motori, oltre a essere un grande meccanico avendo imparato il mestiere sotto la guida del padre Vittorino).

Provo a far ripartire il motore pensando a un contatto momentaneo. Nulla: è sempre in allarme. La mente va al ricordo di una analoga esperienza, quando con il Clipper restammo con un motore: velocità massima 10 nodi in pieno dislocamento.

Inizio ad abituarmi all’idea di mettermi a 10 nodi e spero che in tre-quattro ore si arrivi a destinazione. Ripenso a qualche minuto prima: sarebbe stata necessaria solo poco più di un’ora per essere a casa. Ma non è tanto la preoccupazione del tempo, quanto quella di arrivare a terra e sistemare la barca. Alzo quindi il motore di sinistra per eliminare la sua resistenza all’avanzamento, trim a zero per il motore di destra e inizio a dare gas sotto gli occhi, in evidente stato di apprensione, di mia moglie. I giri salgono e mi metto a 4.300. Guardo il plotter e lo riguardo ancora per avere certezza di aver letto bene: 17 nodi! È incredibile. La barca è lì lì per planare. Porto il trim al 50% aumentando i giri del motore sino a 4.500. La barca plana: velocità 21-22 nodi. Siamo con un motore e la barca è in planata! Ci diamo coraggio e iniziamo nuovamente a sorridere. Lascio i comandi a mia moglie e provo a ritelefonare. Non c’è ancora campo. Ma ormai siamo più rassicurati. Se il motore di destra non ci abbandona, ci convinciamo ancora di più di avere una barca eccezionale sotto di noi. Anche se la cosa dovrà essere affrontata seriamente per riparare il motore di sinistra, “Oblock III” ci porta sul serio a casa. E così dopo circa due ore abbiamo i piedi in banchina, stanchi per la traversata durata cinque ore e mezza (neanche tanto visto il problema da risolvere).

Mentre raggiungiamo il nostro appartamento nel villaggio di Baia de Bahas il mio cellulare squilla: è Marco, il meccanico. Lui era convinto che le mie telefonate fossero di saluti cordiali dalla Sardegna, ma dopo le mie prime parole capisce che sono preoccupato, alterato e… ancora di più. Sento una risata, di quelle divertite. Marco ride di cuore e mi dice “fermete, fermete che ti dico cosa è successo… Mi sono dimenticato di azzerare il contaore dei motori che indica quando fare i tagliandi. Siccome li abbiamo fatti leggermente in anticipo rispetto alla scadenza, usa la procedura che sai per azzerare il contatore. I motori sono perfetti. Anzi ti dico subito che avverrà anche sul motore di destra”.

E così, sistemate le cose come dovevano essere fatte, le nostre vacanze sono iniziate in piena armonia e relax e sono anche volate purtroppo. Siamo rientrati a Roma sempre attraversando il Tirreno, rinviando per due volte la partenza per il tempo pessimo sul “continente”. E quando siamo partiti il 30/09 è avvenuto che… ma questa è un’altra storia.

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