Ventotene: l’isola dimenticata

Esperienze di bordo n. 622, febbraio 2014: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

Ventotene: l’isola dimenticata

Testo di Rino Esposito
Pubblicato su Nautica 622 di Febbraio 2014

Ero ragazzino, avrò avuto 10-12 anni, quando sentii parlare per la prima volta di Ventotene. Erano gli anni cinquanta e la vita, ricordo, era ancora difficile: non avevamo il frigo, la televisione, la macchina… e le vacanze erano in campagna da mia nonna, vicino Napoli. Al mare si andava qualche volta la domenica: andavamo a Fiumicino, con il treno e, dopo un lungo tratto a piedi sotto un sole rovente, si arrivava alla spiaggia. D’inverno, nella nostra casa ancora poco riscaldata, facevo i compiti con un ragazzino che abitava nel mio palazzo. Nelle pause sua madre si divertiva a raccontarci che era nata in una piccola isola, bella e piena di sole, che si chiamava Ventotene.

E così il pomeriggio mentre facevamo merenda qualche volta ci parlava di questa sua meravigliosa isola in mezzo al mare e di un’altra isola vicina su cui c’era un grande carcere vecchio più di duecento anni da dove era impossibile fuggire. Sull’isola c’era, poi, un antico porto costruito dai Romani duemila anni fa e che era ancora oggi un porto sicuro e funzionante. La signora aveva vissuto lì la sua giovinezza ed era andata via quando si era sposata: solo qualche volta era riuscita a tornare, perchè i collegamenti allora erano pochi e i soldi per viaggiare erano anche meno. E, così, nella sua fantasia aveva ricreato un’isola magica in mezzo a un mare cristallino, dove i pescatori pescavano grandi aragoste e tanti pesci mentre i contadini coltivavano piccole saporite lenticchie. Ci viveva poca gente felice, anche se d’inverno rimanevano spesso isolati quando il mare era in tempesta e il maestrale fischiava intorno alla punta intitolata al dio Eolo.

Per anni mi sono portato dietro il racconto di questo piccolo paradiso perso in mezzo al mare: un’isola misteriosa dove poterci andare rimaneva solo un sogno, un sogno creato da una donna che forse rimpiangeva la sua gioventù e la sua vita da ragazza. Sono passati, poi, gli anni, io e la mia famiglia abbiamo cambiato casa, ho perso di vista il mio compagno di scuola e pian piano ho dimenticato i racconti della signora di Ventotene. Dopo l’università, il lavoro, la famiglia, un figlio, la carriera, i tanti impegni, di Ventotene mi era sfuggito il ricordo.

Le vacanze, diventate negli anni settanta e ottanta una specie di status symbol obbligatorio, specie se all’estero, le programmavo sempre in macchina in giro per l’Europa anche se spesso al mare: Yugoslavia, Grecia, Spagna, erano le mie mete preferite anche perchè facilmente raggiungibili in auto con i traghetti, vacanze alle quali difficilmente avrei rinunciato. E al ritorno raccontavo spesso agli amici delle stupende isole del mare greco e dei suoi paesini con le case bianche e le porte e le finestre blu. Negli anni novanta cominciò a serpeggiare, nel mio gruppo di amici, che nel frattempo si era accasato per l’estate nei dintorni del Circeo, verso Terracina, la voglia di comprare la barca. E così, uno alla volta, abbiamo comprato la prima barca di sei metri, buona solo per pescare e per fare un bagno al largo, e, poi, barche di otto o dieci metri che avrebbero consentito piccole, ma esaltanti crociere. Per qualche anno la nostra meta solita era Ponza: venti miglia dal Circeo, poco più di un’ora di navigazione, mare stupendo, l’isola di Palmarola di fronte con le sue cattedrali di roccia, la grande baia di Chiaia di Luna, piccoli ristorantini dove si mangiava ottimo pesce (sono riuscito a mangiare anche dal vecchio Silverio che si mormorava avesse rifiutato un tavolo a grandi personaggi perchè non gli erano simpatici) e grande vita notturna sulla strada del porto, dato il gran numero di giovani frequentatori che la sera ballava sulla spiaggia del Frontone. Ma vi chiederete, il mitico ricordo di Ventotene e i fantasiosi racconti della madre del mio compagno che fine avevano fatto? Palmarola, Ponza, il mare incantevole, la vita vivace e divertente avevano offuscato altre mete, anche se non molto distanti da Ponza.

Nel 2009 un fatto nuovo cambia le cose: la magistratura sequestra tutti i pontili di attracco per le barche nel porto di Ponza. Se arrivi all’isola, non hai la possibilità di attraccare e non puoi scendere nemmeno a prendere un caffè se non hai un tender: al massimo puoi ancorare la barca nel tratto di porto verso S. Maria che, tra l’altro, è aperto alle mareggiate di Levante.

A fine luglio di quell’anno, una mattina siamo andati a Ponza, abbiamo visto i pontili deserti, tante barche in mezzo al porto, un bel pò di confusione e, dopo un lungo bagno a Chiaia di Luna, dall’altra parte dell’isola, abbiamo deciso di tornare al Circeo. E le nostre piccole crociere estive di due o tre giorni? Cominciava a mancarci quel nostro muoverci nella luce, nel silenzio del mare che ti circonda. Improvvisamente, anche se sulla carta nautica Ventotene la vedevo da sempre, sono riaffiorati i miei ricordi, ormai archiviati in un angolo della mente, di un’isola arsa dal sole in un mare trasparente e propongo agli amici di cambiare meta della nostra navigazione per passare alcuni giorni a Ventotene. Qualche giorno prima avevo letto che su un fondale vicino all’isola erano stati trovati cinque relitti di navi romane con il loro carico ancora intatto. Il porto romano scavato nel tufo, ultimo ancora esistente in tutto il Mediterraneo, l’imperatore romano Ottaviano Augusto, sua figlia Giulia, tutta l’isola di Pandataria – antico nome di Ventotene – con le sue navi romane e le sue anfore piene di garum (salsa di pesce molto apprezzata dai romani) diventavano così estremamente interessanti.

Ci informiamo e ci dicono che negli anni scorsi è stato ultimato il nuovo porto in cui è anche facile trovare l’attracco notturno e, cosa da non trascurare, il costo è la metà di quello che pagavamo a Ponza. Comunque il porto romano funziona ancora perfettamente: anzi, avevamo letto che il Comune di Ventotene, d’accordo con la Regione, per salvare l’antico porto, la cui banchina fa da via di comunicazione col nuovo porto aperto a nord est, aveva deciso di costruire una nuova strada per portare i turisti su al paese. Ciò per evitare ogni tipo di attraversamento di mezzi a motore sulla banchina del vecchio porto che diventerebbe in questo modo un’isola pedonale al servizio del diporto turistico e delle attività di archeologia subacquea.

E così, una mattina d’agosto, con lo splendido tempo di quell’estate, caldo e pieno di sole, con mare calmo e trentadue miglia nautiche davanti, salpiamo verso Ventotene con tre barche e un bel gruppetto di amici vecchi sì, ma non proprio lupi di mare.

Venendo dal Circeo, all’arrivo si vede l’isola allungata sul mare come una vecchia balena che naviga verso ponente, e sulla sinistra, alta come un bastione, l’isola di S. Stefano col suo vecchio carcere borbonico, ora abbandonato, anche se ha avuto ospiti illustri nel recente passato. Non è da dimenticare, infatti, che l’idea di Europa Unita è nata con il “Manifesto di Ventotene” di Altiero Spinelli dove, per la prima volta, si comincia a parlare di unire l’Europa unendo i popoli delle varie nazioni. Entriamo nel porto nuovo, sistemiamo facilmente le barche e chiediamo se è possibile affittare per qualche giorno un appartamento per sistemare le nostre signore, cui piace molto il mare, ma che preferiscono sistemarsi a terra per la notte. I vecchi, ma non proprio lupi di mare, comunque, dormono in barca. Veniamo indirizzati a un’agenzia su al paese, nella piazzetta del Municipio, e rapidamente troviamo un appartamentino al piano terra, tipo vecchio basso napoletano carinamente ristrutturato, dove sistemiamo le signore con il loro bagaglio. Per salire al paese abbiamo attraversato, attualmente è l’unica strada, il porto romano: opera di ingegneria con ancora visibili le vecchie bitte per l’attracco delle triremi romane.

Il piccolo paese borbonico, con le case dai colori pastello, è arrampicato su una piccola rupe sopra il porto romano e domina dall’alto la spiaggia di Calanave con i suoi ristorantini sistemati sulla scogliera che rendono piacevoli le serate con la loro luce soffusa sul mare. Ma non è solo la fresca atmosfera a rendere piacevoli le serate: un’aragosta pescata la mattina e una zuppa di lenticchie locali, devo dire che contribuiscono in modo notevole.

La mattina dopo, già in barca, dove non è che si dorma benissimo per la luce che all’alba entra da tutte le parti, mi sveglio verso le sette per dei colpi sordi battuti sul molo. Mi alzo per andare a vedere: poco più avanti, davanti alla nostra barca, un anziano pescatore batteva con un bastone la rete per liberarla da piccoli frammenti di scoglio. Sul fondo della sua barca c’erano sei o sette splendide aragoste vive pescate la notte. Abbiamo chiesto dove le avesse pescate e lui sorridendo mi ha risposto: “al largo, su una scogliera profonda quaranta metri”. Gentile, ma molto riservato come tutti i pescatori. Usciamo in barca per un bagno, mentre da sud est tira uno scirocco abbastanza teso che increspa il mare dalla parte di S. Stefano. Ma il bello delle isole è che se da un lato il mare è mosso, dall’altro è calmo.

E, così, ci dirigiamo a nord ovest verso la baia di Parata Grande. Mare stupendo, rocce a strapiombo sul mare con un sole che brucia la pelle, ma che ti rende felice ed euforico: passiamo la giornata tra un bagno e un pò di frutta, fuori da un piccolo fiordo in fondo al quale c’è una spiaggetta da cui si può raggiungere il paese salendo solo… poco più di un centinaio di gradini.

La sera, con ancora il calore del sole sulla pelle, ce ne andiamo in uno dei ristorantini sugli scogli di Calanave, dove viene servito il pesce pescato la notte precedente e si mangia guardando i riflessi della luna sul mare calmo della sera. E, cosa che non guasta, il conto non è nemmeno caro, anzi… !

Questa è Ventotene. Un paesino borbonico con le case colorate cresciuto tra il porto romano e la fortezza, dove nella piazza la gente si trattiene a parlare mentre i bambini giocano, dove, al contrario di Ponza, sopravvive una tranquillità e una quiete di altri tempi. Perfetta per chi come noi cerca un pò di tranquillità. L’architettura spiccatamente borbonica mi ricorda com’era il mio paese negli anni cinquanta con tutte le case a un piano con piccoli balconcini e i bassi aperti sulla strada con le donne sedute fuori a chiacchierare. Anche la gente del paese è rimasta così e ti tratta in modo familiare: ricordo che una sera, fuori alla chiesa di Santa Candida, abbiamo chiesto a un’anziana signora chi fosse la Santa cui la chiesa era dedicata. Ci ha tenuto un’ora con la leggenda che racconta come nel IV sec. il corpo della santa, fatta martire a Ponza, sia approdato a Ventotene. Si è trattenuta, poi, sui festeggiamenti che ogni anno a settembre coinvolgono tutto il paese e tutti i turisti presenti, con la statua della Santa in processione fino al porto per benedire le barche dei pescatori.

Così è Ventotene. In pochi giorni è diventata la mia isola e sono riemersi tutti i racconti ascoltati cinquanta anni fa, limpidi e veri ancora oggi.

Dopo cinque giorni siamo ritornati al Circeo, un pò dispiaciuti di andar via, ma con la convinzione di aver trovato la giusta dimensione di una vacanza piacevole e coinvolgente per dei vecchi lupi di mare.

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