di Giorgio Amadei

Nel mezzo del cammin della mia vita, mi ritrovai con abbastanza soldi per comprare una barca. Ma quale barca?

La risposta a questa domanda la si scorge all’arrivo di un percorso durante il quale si chiedono consigli e si ricevono ammonimenti, si cercano risposte e si trovano dubbi. Come se non bastasse, quando pervenni alla mia scelta capii presto che possedere una barca e navigarci è una sensuale ansia; non tutti riescono a privarsene.

La barca che abbiamo acquistato è un Gavazzi Nostromo 21 Fisherman e si chiama “Pallina”. Varata per solcare il mare (“ad oltre 6 miglia dalla costa”), il mare non l’aveva mai visto: il suo primo acquirente la condusse nelle dolci acque dei laghi Maggiore e d’Orta e lì ci è rimasta per quasi un trentennio.

Avevo un budget di 10.000 Euro; 9.000 andati per l’acquisto e il doppio di quanto potessi permettermi per sistemare tutto quello che per anni fu manutentato con lo spirito dello stretto indispensabile (mica si va oltre le 6 miglia al lago). A Pallina adesso toccava un lungo viaggio fino a Itaca, la nostra isola adottiva.

Dal Cusio a Termoli sopra un carrello autostradale e poi navigando passando per le Tremiti, Palagruzza, Croazia, Montenegro, Albania, Corfù e Lefkada: 450 miglia di mare vero e salato. C’è un tizio abbastanza famoso che per tornare a Itaca ci ha impiegato dieci anni; noi confidiamo di riuscire ad essere più rapidi.

Prima del viaggio ci sono alcune piccole questioni da risolvere: non abbiamo la patente nautica e le mie uniche esperienze di navigazione sono poche e con gommoni scalcinati. I miei compagni di viaggio sono navigati quanto me, quindi non resta che iscriversi a una scuola nautica, imparare il più possibile e oplà eccoci pronti e patentati. Durante il corso mi innamoro della vela e di tutto quell’assurdo gergo marinaresco che iniziamo a masticare.

Poter dichiarare con cognizione di causa che “serve una mano di terzaroli” (ordine lanciato durante una molto ventosa veleggiata lacustre) è un po’ come essere ammessi all’Accademia della Crusca. Non avrò mica sbagliato barca? Dovevo prendere una barca a vela? No, non ho sbagliato: con la barca ci voglio fare le immersioni, mangiare seduti comodi nel pozzetto, dormire una o due notti al massimo in qualche baia e rientrare la sera sazi di mare e desiderosi di terra.
Per affrontare il viaggio abbiamo recuperato ogni genere di equipaggiamento previsto dalla legge e non solo. La zattera di salvataggio, acquistata via internet, ci hanno assicurato che la troveremo al porto di Termoli al nostro arrivo. “Guardi che la sua zattera non l’abbiamo ricevuta” mi comunica l’irreprensibile impiegata del porto turistico.

Chiedo di verificare, imploro di controllare, ma la mia faccia provata da poche ore di sonno in un parcheggio dell’autogrill (dentro Pallina) non la impietosisce: rimane assolutamente certa che la zattera non sia arrivata. Molto bene: non abbiamo la zattera e non abbiamo il motore fuoribordo di scorta (soldi finiti) ma del resto Charles Lindbergh fece la trasvolata dell’atlantico con un solo motore e sono certo che non avesse una zattera di salvataggio autogonfiabile. L’eventualità di affondare e di venir multati accresce decisamente il dubbio, ciò nonostante decidiamo di partire.

Il manipolo di navigatori è così composto: Marco, a cui affidiamo le nostre speranze di poter eseguire riparazioni di fortuna al motore in caso di avaria (millanta di aver lavorato nell’officina di Maranello in gioventù); Nicola, informatico prestato alla navigazione che prima del corso di vela le barche le praticava dal divano guardando in televisione l’America’s Cup (pare abbia acquisito capacità decisionali nautiche per scienza infusa); e Giorgio, inverosimile armatore più di fantasie che di barche. Siamo felici, siamo pazzi. Forse siamo felici perché siamo un po’ pazzi.
Arrivati alle Tremiti rifacciamo tutto il rifornimento possibile e si cerca un buon posto dove passare la notte. Non abbiamo ancora la più pallida idea di che autonomia possa avere Pallina e francamente decido di non prendere in eccessiva considerazione i risultati dei calcoli teorici appresi durante il corso di vela. “Pallina non può avere così poche miglia nel serbatoio!”. Oltre al pieno abbiamo 60 litri in 3 taniche e – riderà a crepapelle chi legge – un’amaca in telo di paracadute che sono convinto posso usare come kite per avvicinarci alla costa. è ovviamente una totale idiozia, me ne rendo perfettamente conto, ma avere scappatoie non convenzionali lo trovo insensatamente rassicurante. Scopriremo che l’autonomia di Pallina è decisamente buona, per di più i venti prevalenti estivi dell’Adriatico sono piacevolmente in poppa per chi naviga verso Sud; anche a motore questo ci regala un buon mezzo nodo in più di crociera e ci si affaccia fuoribordo senza spruzzi continui in faccia. Una vera libidine.

La prima alba da navigatori è bellissima e ci guida dritti fino a Pianosa e poi a Palagruzza, le cui acque le abbiamo trovate così cristalline, meravigliose e fresche da desiderare di rimanerci naufraghi per settimane. La traversata dell’Adriatico continua piacevolmente lenta e lentissimo è l’apparire delle sagome dei rilievi all’orizzonte. Il primo ormeggio a Lastovo è per far rifornimento e disbrigo pratiche di ingresso, mentre il secondo è previsto al pontile di un ristorante più a Sud che – il Portolano ci informa – è a disposizione per le barche dei commensali. E vai che si mangia e si spende!

Mentre aspettiamo l’emissione della “vignetta” ci concediamo birra fresca e tra la prima e la seconda caraffa ricevo la telefonata dalla solerte impiegata del porto turistico di Termoli: “guardi sono mortificata, non so come scusarmi ma la sua zattera era qui, era stata messa in un punto dove gli addetti non potevano vederla (pausa per riprendere fiato) dove posso spedirgliela?”. È appagante sentirsi in pieno diritto di imprecare all’indirizzo di qualcuno. Ho comunque esercitato questo diritto con clemente parsimonia. Chissenefrega, la vignetta è pronta, le birre bevute e noi dobbiamo proseguire verso dove si mangia e si spende.

Barche a vela immense sono accozzate al pontile del ristorante e ormeggiarci in retromarcia è stato tesissimo: la linea d’asse di Pallina continua a fare il cavolo che le pare nonostante tutti i manuali di ‘sto mondo ti spieghino come piegare ai tuoi voleri l’effetto evolutivo dell’elica. Ricordo lo sguardo preoccupato dell’armatore di barca-della-Madonna che, sulla nostra sinistra, squadra l’incedere sghembo di questa micro barca con salviette e mutande appese al rollbar. Alla fine riusciamo a infilarci e Pallina sparisce tra le murate di queste amazzoni a vela. Leviamo gli ormeggi con il buio ancora pesto ma ormai ci sentiamo pronti a tutto e il mare che sbatte sul mascone di dritta non ci impensierisce.

Decidiamo di darci dentro con la manetta e godiamo come degli animali per gli spruzzi, le onde e l’aurora. A metà mattina siamo a Mliet e decidiamo di far pausa con bagno; ormeggiamo vicini alla costa e nuotando osservo l’ancora che in queste trasparenze sembra una solida piuma adagiata sul fondo. Appesi i panni ad asciugare, siamo pronti a riprendere il cammino e porca-malora-schifosa-ladra il motore non parte e non ne vuole sapere di partire. Proviamo tutto quello che siamo in grado di provare ma i nostri miserabili tentativi sono inutili e mestamente chiamiamo i soccorsi. Dopo un paio d’ore arriva un mega gommone con due baldi giovanotti al timone; pagheremo il servizio di traino fino a Korcula profumatamente, tuttavia la spesa viene in qualche modo addolcita dal fatto che non eravamo appena morti. E’ successo che durante il tragitto a rimorchio un fortunale ci colse: si passò dal cielo blu al cielo nero in meno di 15 minuti e dal mare calmo al mare della Madonna altrettanto velocemente.

La visibilità scese a pochi metri, ventaccio, fiotti di acqua da ogni dove e, confesso, un leggerissimo stato d’ansia condito da pensieri del tipo “ok, probabilmente non moriamo, ci ribaltiamo, Pallina affonda ma in qualche modo riusciamo a raggiungere il gommone dei soccorsi. Sì dai non moriamo”. Nella bufera l’ancora si divincola dal musone di prua e inizia a sfilarsi a tutta velocità ma dopo pochi istanti la redancia si incastra nel fermo del musone. Avere 12 metri di catena e ancora penzolanti sottobordo in quella situazione non mi sembrava una cosa buona. Mi precipito a prua e taglio la cima. Due di noi devono impedire che il tendalino decolli, gli strattoni della fune di traina che si tende e si lasca per le onde strappano dalla vetroresina uno dei passacime di prua e la fune si aggroviglia nel nostro timone. Scarrocciamo su e giù spinti da onde che ricordo come dei muri d’acqua bianca e nel casino generale Pallina sembra comunque non aver intenzione di affondare. Pallina tiene, non si scompone in rollii spaventosi (Grazie Luciano Gavazzi!!!) e in qualche modo, dopo un tempo indefinibile, l’aria ritorna trasparente e il mare si fa molto più quieto.

Notiamo diverse imbarcazioni di quella che ci sembra la guardia costiera ispezionare i litorali e gruppi di kayakisti che hanno trovato salvezza sopra alti scogli. “Adesso avrete qualcosa da raccontare” ci dicono i nostri baldi rimorchiatori appena arrivati al porticciolo. “Era Bora?” Chiedo. “No solo temporale”. All’anima del temporale!
Il meccanico venuto al nostro capezzale dopo vari tentativi di messa in moto sentenzia: “pompa gasolio rotta” e il nostro breve viaggio finisce lì. Per mio grande sollievo scopro che il forzato rimessaggio invernale a Korcula costa molto meno di quello che avrei pagato se avessi tenuto la barca ancora al lago. Avere una barca non è dispendioso di per sé, sono i costi parassiti ad esserlo. Raccogliamo le nostre carabattole e torniamo a Bergamo con bla bla car.
Durante l’inverno Pallina viene aggiustata. Ad agosto faremo una splendida settimana di campeggio nautico con la family durante la quale Pallina è quasi diventata la mascotte del porto turistico; nella sua piccolezza si fa notare (o forse sono soltanto io a notarla), unico oggetto reale in un microcosmo elitario di soggetti hollywoodiani galleggianti. Gli addetti del porto non ci hanno fatto pagare un paio di pernottamenti, “Pallina piccola, no problema” e durante quella settimana di salpa e ormeggia ho persino incominciato a prevedere dove se ne vuole andare la poppa nelle manovre a bassa velocità.
Pallina dovrà restare un altro inverno a Korcula, ma l’estate successiva il viaggio può riprendere. Questa volta abbiamo sia la zattera sia un motore ausiliario nuovo di zecca. Manca Marco; Pallina sarà un po’ più bestia senza di lui. La costa croata sfila meravigliosa alla nostra sinistra e controlliamo il meteo ogni 6 ore. Abbiamo capito che le varie app da telefonino per il meteo sono delle “cagate pazzesche”, perciò ci affidiamo unicamente al sobrio e pragmatico Meteomar.

In un giorno e mezzo raggiungiamo Bar in Montenegro; è già buio quando entriamo nel porto turistico e le pratiche di ingresso nel Paese ci impongono di dovere uscire per attraccare nell’adiacente porto commerciale, passare in dogana e cercare a piedi un fantomatico ufficio portuale. A ogni buon conto i vari funzionari che incontriamo sono rilassati e, visto le lungaggini, sono loro stessi a consigliarci di fare due passi per la città e approfittare per farsi una cenetta; cosa che prontamente eseguiamo. Le pratiche di uscita saranno altrettanto lunghe e, con il rifornimento ancora da fare, finiamo per partire all’ora beata. C’è da dire che entrare e uscire dai porti commerciali con Pallina è una figata pazzesca.

Siamo gli unici in mare (è settembre); tagliamo baie e golfi, superiamo punte e promontori e arriviamo a Durazzo con l’intento di fare alla svelta rifornimento e ripartire approfittando delle ore che ancora mancano al tramonto. Avevamo previsto di dormire in una specie di piccola darsena la cui esistenza pare confermata da immagini satellitari (prima di partire mi ero scandagliato tutta la costa per segnarmi ogni informazione utile a completamento di quelle contenute nelle carte nautiche). Invero in Albania i segnali marittimi che abbiamo incontrato non coincidono sempre con quelli presenti sulla carta nautica elettronica che ho sul telefono; ci sentiamo in acque selvagge. Nel presunto porto turistico di Durazzo, che turistico proprio non sembra, di gasolio manco l’ombra.

Giocoforza ci dirigiamo verso il porto commerciale. Avviso ai naviganti: avvicinandosi a Durazzo da Nord si incontrano delle secche che potrebbero essere un problema per chi ha una deriva sotto i piedi. Nonostante il nostro miserrimo pescaggio abbiamo preferito fare un bel giro largo prima di allinearci verso l’ingresso del porto. Cerchiamo invano un punto per fare rifornimento e per fortuna nessuno dei colossi ormeggiati sulle altissime banchine sembra abbia intenzione di far manovra. Ci scappa l’occhio verso un gruppetto di persone affaccendate a far manutenzione a un megayacht e ci avviciniamo per chiedere informazioni. Colui che sembra il caposquadra parla italiano. “Quanti litri vi servono?”. Sessanta rispondo. “Qui camion pompa arriva solo per migliaia di litri!”. Mossi da pietà ci aiutano a ormeggiare, ci danno delle taniche e con un “loro uomo” ci portano in macchina a far rifornimento da un benzinaio fuori dal porto. Riusciamo a fare il pieno, ci offrono il caffè su quello che si scoprirà essere il loro megayacht e ci suggeriscono delle mete per la navigata dell’indomani. La notte è un po’ spettrale: i mega carriponte che ci sovrastano, i topi e i gatti che si rincorrono sul molo tra cumuli di spazzatura, le zanzare e un intero hangar crollato riconvertito in servizi pubblici creano un’atmosfera da day after. Nel dormiveglia auspico che i topi preferiscano il megayacht a Pallina e rimugino anche sul fatto che non abbiamo il Meteomar aggiornato da circa 24 ore. No internet. Ma non c’è da preoccuparsi: anche domani dovrebbe esserci uno splendido cielo azzurro e assenza di nuvole.

Con l’approssimarsi dell’ora della partenza le onde dei traghetti non sono le sole a farci sbatacchiare contro la banchina. Si è alzato il vento o forse ha semplicemente cambiato direzione. E’ ancora buio quando usciamo dal porto e vento e onde ci sbattono addosso, ma lì per lì non era quella la preoccupazione principale: eravamo concentrati a trovare il rosso o il verde dentro quegli ammassi geroglifici di luci dei mastodonti sparsi nel golfo di Durazzo. La prima ora è passata a capire cosa fa questa e dove va quella. Una in particolare sembrava puntasse dritta verso di noi. Nonostante le nostre manovre fossero “decise, tempestive ed evidenti” ci sembrava di non riuscire ad allontanarci mai abbastanza dalla sua rotta: “ma vedranno le nostre luci di via?… Chi cavolo ha la precedenza?”. L’alba per fortuna è ormai luminosa e come per magìa tutto d’un tratto la luminaria della nave speronatrice si spegne e capiamo che la bestiona era in realtà alla fonda. Ecco perché non riuscivamo a vedere il rosso e il verde, erano spenti! Lasciata la baia di Durazzo l’amico vento è sempre in poppa, l’onda è diventata bella alta ma lunga e non ci sono increspature. Lungo la via siamo onorati della vista improvvisa e brevissima di uno squalo (il giorno prima intravista l’ombra di quella che ipotizzammo potesse essere una tartaruga). Va’ che roba il mare di Albania!

Le cose iniziano a peggiorare quando viriamo leggermente per tagliare il golfo di Valona: l’onda si è accorciata, le creste sono bianche e il vento non sembra più così amico. In mezzo al golfo eseguo lo switch dei serbatoi e la vista di un peschereccio in lontananza mi mette una certa tranquillità. Il mare però sembra ingrossarsi ancora e inizio a domandarmi se non sia il caso di fermarsi, ma dove? Sull’isola di Sazan non c’è anima viva ma un porticciolo militare adesso aperto ai naviganti. Ci si ferma o si prosegue? Ancestrale dilemma nautico al quale rispondo con un poco convinto proseguiamo.

Valuto che entrando nello Ionio la punta di terra bellissima sulla nostra sinistra ci possa dare un po’ di riparo. Mai previsione fu più sbagliata! Lo Ionio è mosso, molto mosso, insomma non mi piace per niente. Secondo dilemma nautico: torniamo a Sazan o si prosegue? Risposta: invertire la rotta significa avere vento e onde di prua quindi proseguiamo. Il tratto di costa fino a Himare (la nostra destinazione) è meraviglioso, ma devo rimanere concentrato sulle onde e sul timone. Sono stanco, Nicola mi offre il cambio e mi fiondo in cuccetta a dormire. Mi risveglio con la sensazione che il mare si sia un po’ calmato ma lo sguardo che mi lancia Nicola dal timone mi dice il contrario. Esco e la situazione non è buona: ma com’è che in cuccetta mi sembrava che il mare fosse ok? È la vista delle onde e il rumore del vento che distorcono l’obbiettività delle percezioni? Sarà, ma qui incominciamo a farcela addosso.

Mentre Nicola sta al timone io cerco ripari lungo la costa, ma non ce ne sono. Le rare feritoie nell’alta costa rocciosa certo non possono offrirsi come riparo con un mare così. 20 miglia di costa a strapiombo che con il mare calmo ci saremmo goduti metro per metro ma che adesso sembra una barriera alla nostra presumibile salvezza. Nicola si tiene a debita distanza dalla costa e io mi convinco che comunque non dovremmo morire neanche oggi: non c’è in giro anima viva, ma abbiamo la zattera, la radio e poi siamo nello Ionio, cavoli, mica nel mare di Bering!

Ci diamo cambi regolari e frequenti al timone: Pallina subisce delle accelerazioni che da 6 nodi ci spingono fino a oltre 11 quando ci troviamo sulla cresta delle onde frangenti, il che succede praticamente ogni 20 secondi. Durante queste accelerazioni il timone sembra del tutto inutile e se decidessimo di prendere le onde ai giardinetti anziché in poppa ci toccherebbe eseguire continue virate. La costa è perfettamente allineata con il moto delle onde e mettersi a zigzagare con questo mare ci sembra una cosa da fessi. Dopo 2 ore di ‘sta baraonda Nicola mi guarda e mi dice: “non ti sembra che si stia calmando?”.

Ci penso bene prima di rispondere: “ma sai che mi sembra pure a me?”. Manco l’avessi detto: un vento teso improvviso inizia a soffiare come un bastardo dalla costa, dobbiamo nuovamente avvinghiarci al tendalino come due anni prima e a me sembra che vada tutto di male in peggio. Nicola (il marinaio per scienza infusa) mi urla: “dirigiti verso la costa!”, cosa che prontamente eseguo. Così facendo ci troviamo le onde al giardinetto e il vento al mascone di sinistra e dopo un tempo interminabile raggiungiamo la scogliera dove il mare è finalmente molto meno incavolato. Sottocosta il vento ha appiattito le onde e noi ci troviamo a navigare in una striscia di mare assolutamente più navigabile; grazie amico vento, sei tornato!

Palagruza / Pelagosa

Le ultime miglia sembrano scorrere veloci (per forza siamo a 4 centimetri dalla costa) il vento tiene a bada il mare e i nuvoloni scuri sopra le montagne alla nostra sinistra, che nel frattempo si erano formati e che tenevamo sott’occhio già da un bel po’, sembra non abbiano intenzione di scatenare l’inferno come invece successe in Croazia. Finalmente viriamo per entrare nella baia di Himare; siamo stanchi, adrenalinici e felici.
Lungo il molo di Himare c’è una fila di pescherecci ormeggiati; un pescatore si affaccia fuoribordo con lo sguardo di chi ha appena visto una sirena e ci urla qualcosa in Albanese.
“Siamo Italiani” rispondo in italiano.
“Da dove venite?”
“Durazzo”
“Oggi??? Con questo mare??? Con quella? Noi oggi non siamo usciti! Mare grosso!”
Lesson learned di oggi: con il cielo azzurro e assenza di nuvole il mare è assolutamente in grado di agitarsi quanto vuole. Scopriremo che il Meteomar aveva attribuito alle condizioni di quel tratto di mare la classificazione di “mare molto mosso”. Grandissima Pallina!
Il pescatore ci aiuta a ormeggiare, ci chiama il camioncino per il rifornimento e ci da consigli per il giorno dopo. Tutti ci aiutano, anche la polizia venuta a fare i necessari controlli ci assiste e ci facilita durante il disbrigo delle pratiche di ingresso (a Durazzo nessuno ci aveva chiesto un bel niente). Un poliziotto salirà a bordo per aiutarci a sistemare la pompa di sentina e la prima cosa che dice è: “bella questa barca, sembra una barca a vela”. Non avrebbe potuto farmi complimento più bello. Per completare i documenti di ingresso in Albania è necessario fare delle fotocopie in paese e un poliziotto coglie l’occasione per condurci a piedi a un ristorantino in una viuzza verso l’interno: “qui si mangia bene e si spende poco”. Grazie! Grazie a Tutti!

Arrivati a Corfù ci sentiamo quasi a casa e troviamo facile ormeggio in un porticciolo di fianco a un parcheggio. Ma la notte sarà un inimmaginabile incubo: miliardi di zanzare ci assalgono e riempiono la cabina. Chiudiamo oblò e tambucio e passiamo un buon paio d’ore a cercare di ammazzarle a colpi di libri e portolani. Dormire sigillati all’interno è impossibile per l’umidità, tanto vale uscire a fare due passi in una Corfù completamente deserta e bellissima.

Il giorno appresso durante la navigazione verso Lefkada, ci facciamo a turno delle roncate da paura in una cuccetta finalmente zanzara free. Incrociamo barche a vela e catamarani che sembra facciano prua verso la Puglia o la Sicilia, e mi sento in pace con quel bel vedere: noi abbiamo la nostra rotta da seguire e loro la loro. Raggiungiamo il ponte levatoio di Lefkada dove ormeggiamo non senza difficoltà, spinti da un improvviso vento di ponente. Puntualissimo il ponte si solleva, il vento costringe la barca a vela che ci precede a girare in tondo mentre attende il momento giusto per infilarsi, noi copiamo la manovra e ci infiliamo a nostra volta. Giunti al porto approfittiamo delle ridotte dimensioni di Pallina per ormeggiare vicino ai ristoranti allineati sulla banchina. Fissate le cime ci elargiamo una gustosa cena in bella vista della darsena. Durante il pasto un drappello di camerieri si avvicina e ci chiede: “ma voi siete venuti dall’Italia con quella?”. Si! Seguiranno pacche sulle spalle e congratulazioni.

Arrivo a Frikes

Le ultime miglia le abbiamo navigate con un piacere morbido, estasiati dalla bellezza dei paesaggi e dal blu calmo del mare. Un gruppo di delfini ci appare sulla sinistra e poco dopo ci è guizzato sotto la chiglia un pesce spada; se questo sia stato un comitato d’accoglienza non avremmo potuto chiedere di meglio.

Itaca davanti a noi

Ed eccola là Itaca, finalmente di fronte a noi in tutta la sua antichissima immutata bellezza. Entrati nel porticciolo di Frikes abbiamo ormeggiato mettendoci una meticolosità certosina, come a voler ritardare il momento dello sbarco. Ci siamo scolati due birre e ci siamo sentiti ebbri di un misto di gioia, appagamento e alcol e abbiamo guardato a noi stessi con – finalmente – un po’ di amor proprio. Missione compiuta.